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Il “suicidio” del riscaldamento tedesco: quando la norma uccide il mercato
Il mercato del riscaldamento in Germania è in crisi profonda: le vendite crollano ai minimi dal 2010. Nonostante il boom (insufficiente) delle pompe di calore, l’incertezza normativa del governo e i costi elevati spingono le aziende a tagliare posti di lavoro e delocalizzare.

In Germania, la transizione ecologica sta producendo un risultato paradossale: invece di scaldare le case con energia pulita, sta congelando l’industria che quegli impianti dovrebbe produrli. I dati della bilancia annuale 2025 dell’industria del riscaldamento tedesca, rivelati in esclusiva da Welt am Sonntag, disegnano un quadro che definire desolante è un eufemismo.
Siamo di fronte a un vero e proprio “boicottaggio involontario” dell’acquisto di caldaie, innescato non da una mancanza di volontà dei cittadini, ma da un mix letale di incertezza normativa e costi proibitivi. Il risultato? Le vendite sono crollate ai livelli minimi dal 2010.
Il crollo dei numeri: un mercato in ritirata
Dopo anni di crescita costante, culminati nel boom del 2021-2023 (spinto paradossalmente dalla paura della crisi del gas russo), il 2025 ha segnato un ulteriore calo del 12%. Se guardiamo sotto il cofano dei dati, la situazione è ancora più frammentata:
| Tipologia Impianto | Performance 2025 | Note di Mercato |
| Caldaie a Gas | -36% | Solo 229.000 unità vendute |
| Caldaie a Gasolio | -74% | Praticamente un mercato sparito |
| Biomasse (Pellet) | +38% | Crescita forte, ma resta una nicchia (5%) |
| Pompe di Calore | +55% | Diventano il primo segmento, ma sotto i target |
Nonostante le pompe di calore abbiano scalzato il gas dal primo posto con 299.000 unità, siamo lontanissimi dalle 500.000 unità annue che il precedente governo “Semaforo” riteneva necessarie per raggiungere gli obiettivi climatici del 2045. Comunque il calo delle caldaie tradizionali non viene compensato dall’aumento nelle pompe di calore e in quelle a biomasse.
Il fallimento della pianificazione dall’alto
Il problema non è tecnologico, ma squisitamente economico e politico. La legge sull’energia degli edifici (GEG), fortemente voluta dall’ex ministro Robert Habeck, impone che ogni nuovo impianto utilizzi almeno il 65% di energia rinnovabile. Un obiettivo nobile, ma che si scontra con una realtà brutale: installare una pompa di calore costa mediamente 36.000 euro. Una cifra grandissima che non tutti possono permettersi, per cui tendono a rimandare questa spesa.
Quindi la risposta del mercato è stata la più logica: l’attesa. I consumatori, disorientati da promesse di nuovi incentivi mai del tutto chiariti e dalla riforma del GEG, che fissa gli standard minimi energetici degli edifici e che il governo vorrebbe rivedere, hanno semplicemente smesso di comprare.
Conseguenze industriali: dai licenziamenti alla fuga
L’ironia della sorte è che l’industria tedesca — giganti come Vaillant, Viessmann e Bosch — aveva investito massicciamente in nuova capacità produttiva proprio per assecondare la transizione. Ora, quegli stabilimenti sono sotto-utilizzati.
Per la prima volta dopo decenni, il settore parla apertamente di:
Riduzione del personale e cassa integrazione (Kurzarbeit).
Chiusura di siti produttivi: il gruppo BDR Thermea ha già annunciato il trasferimento della produzione dalla Germania verso una rete europea più efficiente.
Delocalizzazione: la “regolamentazione incerta” sta spingendo il capitale lontano dal suolo tedesco, anche perché i costi energetici sono decollati alle stelle.
Serve serietà, non nuovi divieti
Markus Staudt, capo dell’associazione di categoria BDH, è stato chiaro: l’industria ha le capacità tecniche, ma manca la “scintilla iniziale”. Non servono nuovi divieti o obblighi che terrorizzano il risparmiatore, ma un quadro di incentivi stabili e praticabili. Oppure, in alternativa, servirebbe che il Governo lasciasse i cittadini liberi di scegliere quella forma di riscaldamento che offre il mix costi-benefici migliore, a seconda delle diverse condizioni ambientali. Sarebbe necessario lasciare il massimalismo ambientale e passare a una maggiore considerazione dell’economicità.
Senza una direzione chiara, la Germania rischia di trovarsi con case vecchie, caldaie inefficienti e un’industria manifatturiera in meno. Un capolavoro di eterogenesi dei fini che dovrebbe servire da lezione a tutta l’Europa, che invece sembra ancora succube dei propri sogni.







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