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Il salario minimo secondo il PD di Gualtieri: a Fontana di Trevi 4,5 euro l’ora agli steward?

Contraddizione PD: a Roma steward alla Fontana di Trevi pagati 4,5€ l’ora mentre il partito chiede il salario minimo a 9€.

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Il dibattito sul salario minimo in Italia è stato trasformato, negli ultimi mesi, in una bandiera ideologica. Una battaglia di principio, più che di merito. Il Partito Democratico ne ha fatto il perno di una narrazione morale: da una parte chi “difende i lavoratori”, dall’altra chi ne sarebbe indifferente o ostile. Tuttavia, come spesso accade quando la politica sostituisce l’analisi con la retorica, è la realtà amministrativa a smascherare le contraddizioni. E il caso della Fontana di Trevi, nel cuore di Roma, è emblematico.

Nel sito simbolo del patrimonio culturale nazionale, uno dei monumenti più visitati al mondo, gli steward addetti alla biglietteria e alla gestione dei flussi turistici percepiscono compensi pari a circa 4,5 euro l’ora, da quanto risulta da notizie di stampa diffuse da “La Verità”. Una retribuzione che, al di là di ogni formalismo contrattuale, risulterebbe oggettivamente incompatibile con qualsiasi nozione seria di “lavoro dignitoso”. A rendere il caso politicamente rilevante non è solo l’importo, ma il contesto: Roma è governata da un sindaco del PD, Roberto Gualtieri, già ministro dell’Economia e figura centrale dell’establishment riformista.

Se la notizia fosse corretta, emergerebbe il primo nodo strutturale. Il PD invoca a livello nazionale un salario minimo legale come strumento di giustizia sociale, ma nei territori che governa accetta – o quantomeno tollera – meccanismi di esternalizzazione che comprimono i salari fino a livelli incompatibili con quella stessa retorica. Il ricorso all’appalto e alla subfornitura diventa così una comoda zona grigia: formalmente tutto è in regola, sostanzialmente il lavoro viene svalutato.

Il secondo nodo sarebbe ancora più profondo e riguarda la specificità del modello italiano. L’Italia non è la Germania, né la Spagna, né tantomeno i Paesi dell’Est. È un paese in cui oltre l’80% dei lavoratori è coperto dalla contrattazione collettiva nazionale. Questo dato, spesso ignorato nel dibattito pubblico, cambia radicalmente i termini della questione. In un sistema ad alta copertura contrattuale, l’introduzione di un salario minimo legale non agisce nel vuoto: interagisce con contratti esistenti, equilibri negoziali, dinamiche settoriali.

Ed è qui che si annida il rischio maggiore, raramente ammesso da chi sostiene il salario minimo come panacea universale: un salario minimo fissato per legge può trasformarsi, nei fatti, da pavimento in tetto. Può diventare il riferimento al ribasso nelle future trattative, soprattutto nei settori a bassa qualificazione, dove la forza contrattuale dei lavoratori è più debole. Non un meccanismo di spinta verso l’alto, ma di compressione generalizzata.

Il paradosso politico è dunque evidente. Il PD propone uno strumento che, nel contesto italiano, richiederebbe un’analisi finissima, settoriale, prudente. Ma mentre lo brandisce come simbolo di civiltà, amministra città e servizi pubblici dove il lavoro viene remunerato a livelli che rendono quel simbolo quasi grottesco. Non si tratta di una contraddizione marginale: è una frattura tra discorso nazionale e pratica locale, tra proclamazione etica e gestione concreta del potere.

Il caso Fontana di Trevi non è un incidente. È un test di coerenza. Dimostra che il problema dei salari bassi in Italia non nasce dall’assenza di una legge sul minimo, ma da una catena di responsabilità politiche, amministrative e contrattuali che scaricano i costi sempre sull’ultimo anello: il lavoratore. E quando questo avviene sotto amministrazioni che si autodefiniscono “progressiste”, il danno è doppio, perché mina la credibilità stessa della battaglia che si dice di voler combattere.

Un partito che aspira a guidare il paese dovrebbe partire da qui: applicare nei territori che governa ciò che predica in Parlamento. Garantire salari dignitosi negli appalti pubblici. Rafforzare, non aggirare, la contrattazione collettiva. Evitare scorciatoie legislative che rischiano di produrre effetti opposti a quelli dichiarati.

Fino a quando questo non accadrà, il salario minimo resterà uno slogan. E la Fontana di Trevi continuerà a ricordare, con i suoi 4,5 euro l’ora, che tra le parole del PD e i fatti della sua amministrazione esiste una distanza che nessuna retorica può colmare.

Antonio Maria Rinaldi

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