EnergiaIndia
Il Re Carbone non abdica: l’India apre l’export diretto e monetizza le scorte (alla faccia della transizione)
Mentre l’Occidente demonizza il fossile, Nuova Delhi ottimizza le scorte e taglia gli intermediari. Il titolo vola al +7% sulla base delle possibilità di sviluppo

Mentre in Europa ci si flagella con direttive green sempre più stringenti e costose, dall’altra parte del mondo il pragmatismo economico regna sovrano. L’India, secondo consumatore mondiale di carbone, ha deciso di iniziare il 2026 con una mossa che farà storcere il naso ai puristi della transizione energetica, ma che ha perfettamente senso dal punto di vista del bilancio e della logistica.
Coal India Limited, il colosso statale dell’estrazione, ha aperto le sue aste di fornitura online direttamente agli acquirenti di Bangladesh, Bhutan e Nepal. Niente più intermediari obbligatori, niente più barriere artificiali: chi paga, prende. L’India vende carbone direttamente ai vicini, senza filtri.
Surplus di scorte o segnale di rallentamento?
La decisione arriva in un momento particolare. Le scorte di carbone indiane si sono gonfiate a causa di una domanda interna “più debole del previsto” negli ultimi mesi. Qui, il lettore attento dovrebbe porsi una domanda: questo calo della domanda è solo un fattore stagionale o è la spia di un rallentamento economico della domanda aggregata indiana? Fatto sta che, in presenza di un eccesso di offerta, Nuova Delhi ha fatto l’unica cosa logica: invece di chiudere le miniere , ha deciso di ottimizzare le scorte e monetizzare attraverso l’export.
Secondo la nuova politica, attiva dal 1° gennaio 2026:
- I consumatori di carbone dei paesi vicini possono partecipare direttamente alle aste “Single Window Mode Agnostic” (SWMA). Il sistema semplifica fortemente le aste sia spot sia termine , il tutto concentrato su una singola interfaccia.
- Si elimina la necessità di passare attraverso mediatori, riducendo i costi di transazione e aumentando i margini per il produttore.
La reazione dei mercati e il “Realismo Energetico”
I mercati, che badano ai profitti e non all’ideologia, hanno apprezzato: le azioni di Coal India hanno registrato un balzo del 7% alla chiusura di venerdì.
Un funzionario dell’azienda ha definito la mossa un “approccio calibrato all’espansione del mercato”, parlando di integrazione globale. Tradotto dal politichese: abbiamo troppo carbone, i nostri vicini ne hanno bisogno, vendiamoglielo subito.
Il carbone resta il pilastro energetico del subcontinente.
Nonostante la narrazione mainstream si concentri sulle rinnovabili (che pure in India stanno crescendo), i numeri raccontano una storia diversa e più testarda:
- Il carbone rappresenta ancora circa il 60% della produzione totale di energia elettrica indiana.
- La capacità di generazione a carbone continua a crescere per garantire la stabilità della rete ed evitare blackout durante le ondate di calore.
Come ha candidamente ammesso Rajnath Ram, consigliere per l’energia del NITI Aayog: “Non possiamo essere soggettivi sul carbone. La questione è come usarlo in modo sostenibile”. Il fossile, insomma, rimarrà un pilastro del sistema indiano per i prossimi due decenni. E indovinate chi avrà l’energia a basso costo per sostenere la propria industria manifatturiera? Spoiler: non l’Europa.
DOMANDE E RISPOSTE
Perché l’India ha deciso di vendere il carbone direttamente ai paesi vicini? La motivazione è duplice: da un lato c’è un eccesso di offerta interna dovuto a una domanda domestica temporaneamente fiacca (un segnale macroeconomico da monitorare), dall’altro c’è la volontà di ottimizzare i profitti eliminando gli intermediari. Vendendo direttamente a Bangladesh, Bhutan e Nepal, Coal India smaltisce le scorte in eccesso e incassa valuta pregiata, mantenendo operative le miniere a pieno regime.
Questo significa che l’India sta abbandonando le energie rinnovabili? Assolutamente no, ma dimostra un realismo che spesso manca in Occidente. L’India sta investendo massicciamente nelle rinnovabili, ma riconosce che queste non possono ancora garantire il carico di base (baseload) necessario per una nazione in via di sviluppo con oltre un miliardo di abitanti. Il carbone serve a tenere le luci accese e le fabbriche operative quando il sole non splende o il vento non soffia.
Quali sono state le conseguenze immediate di questa decisione? La reazione più immediata è stata finanziaria: il titolo di Coal India è volato in borsa (+7%), segno che gli investitori premiano la flessibilità commerciale e la capacità di trovare nuovi sbocchi di mercato. Inoltre, questa mossa rafforza l’integrazione economica regionale, legando energeticamente i paesi limitrofi all’infrastruttura indiana, con ovvi risvolti geopolitici di influenza nell’area.








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