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IL PRESEPE MORENTE

In un paesino veneto, una maestra decide di togliere la parola Gesù dal testo di una canzone natalizia perché offensiva nei confronti delle ‘sensibilità’ divergenti. Un’alunna, più intraprendente della media, risponde con una petizione, fatta firmare a tutti i compagni di classe, e Gesù torna a scender dalle stelle. Ora, la vicenda è motivo di speranza e frustrazione, insieme. Speranza per quella giovane sindacalista in erba: c’è uno spiraglio di intelligenza nel nostro futuro. Frustrazione nel leggere i motivi per cui l’insegnante e i dirigenti scolastici avrebbero aderito all’infantile rimostranza: non ci sono state opposizioni da parte degli altri compagni. Ne deduciamo che – ove ci fossero state – Gesù sarebbe rimasto al suo posto, tra le stelle, quale Re del Cielo e non sarebbe sceso tra noi, al freddo e al gelo. Non sia mai che si turbasse la sensibilità di religioni diverse.
 
Il che fa il paio con un altro episodio singolare: il prete veneto don Luca Favarin ha messo in guardia dall’allestire i presepi perché ciò sarebbe ipocrita nell’era salviniana di presidio dei confini. La logica del presbitero fa acqua da tutte le parti. L’eventuale ipocrisia, nel fare un presepio, riguarda gli indifferenti e gli egoisti (al limite, i leghisti, nella visione bislacca di don Luca). Ergo, la fatwa contro il presepe dovrebbe riguardare solo questi ultimi. Ma il nostro, per non saper né leggere né scrivere e tirarsi avanti col lavoro, la estende al presepe in quanto tale, ne fa una questione di coerenza; e così la cancellazione di uno dei simboli più radicati della nostra cultura religiosa diventa un segno degno e universale. Nell’era più scristianizzata di sempre, scristianizzarsi un altro po’ diviene un contegno coerentemente cristiano. Come se un mullah mussulmano esortasse i fedeli a disertare il ramadan per coerenza, vista la deriva consumistica della presente civiltà. Ma il prete in questione, sotto sotto, intendeva altro. Solo che l’ha occultato dietro una giustificazione pelosa e, paradossalmente, ipocrita. È stato più democristiano che cristiano, per così dire. La sua iniziativa, in verità, è in sintonia con la maestra imbarazzata dalla parola ‘Gesù’ e con tutte le altre analoghe misure, segnalate un po’ ovunque nella penisola. Esse originano, tutte, dal bisogno di non turbare la sensibilità dei diversi, nel nome dell’ossessione multiculturale. Il che è un controsenso assoluto: puoi rispettare l’identità altrui solo se tu, per primo, hai un’identità, la rivendichi e, soprattutto, la rispetti.
 
Ma la gran parte dei (cattivi) maestri odierni – siano essi insegnanti, sacerdoti, intellettuali – non si riconoscono più in alcuna identità. Gli è restata solo la ‘sensibilità’, la pappa del cuore di hegeliana memoria. A Natale, al massimo, si sentono più buoni, mica più cristiani. Sono il sottoprodotto perfetto del Nuovo Disordine Mondiale della Coscienza Infelice, tarato su una sola specificità identificante: il relativismo assoluto di valori accoppiato all’idolatria delle ‘emozioni’ e al declino dell’intelletto. Invece, tutto ciò che ‘identifica’ davvero un individuo, e quindi il sesso, la religione, l’etnia, la località, la lingua deve essere liquefatto e imbastardito, ufficialmente per rispetto del prossimo, in realtà per assecondare il sorgere di un nuovo essere umano sradicato, spaesato, asessuato, deterritorializzato e ovviamente laicizzato. Che proprio un prete non ci arrivi, a capirlo, è motivo di sconforto. Ma che l’abbia capito una bambina è un raggio di luce nel nostro fosco futuro.
 
Francesco Carraro
www.francescocarraro.com

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