Economia

Il peccato originale della UE: il divieto degli aiuti di Stato 

L’Europa si lega le mani: come il divieto degli aiuti di Stato sta frenando l’industria italiana rispetto ai giganti USA e Cina.

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Tra i limiti strutturali meno discussi ma più profondamente dannosi dell’Unione Europea vi è la disciplina sugli aiuti di Stato. Non si tratta di una materia tecnica per specialisti, bensì di una scelta fondativa che incide direttamente sulla capacità degli Stati di sostenere produzione, occupazione e settori strategici. È un vincolo che riduce la politica industriale a una concessione eccezionale, anziché a uno strumento ordinario di governo dell’economia.

Con il Trattato di Maastricht e, in modo ancora più marcato, con il Trattato di Lisbona, l’Unione ha cristallizzato un’impostazione ideologica precisa: l’intervento pubblico nell’economia è considerato una distorsione, tollerabile solo in circostanze limitate e sotto stretto controllo. Gli articoli 107, 108 e 109 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea codificano questa visione. Il principio è semplice quanto radicale: l’aiuto di Stato è, in via generale, incompatibile con il mercato interno; le deroghe sono eccezioni discrezionali; l’arbitro ultimo è la Commissione europea.

Da qui discende un meccanismo che va ben oltre la normale armonizzazione delle regole. Gli Stati membri sono obbligati a notificare preventivamente qualsiasi misura di sostegno e non possono attuarla prima dell’autorizzazione comunitaria. In caso contrario, l’aiuto viene qualificato come illegittimo e può essere imposto il recupero delle somme erogate, anche a distanza di anni. Un sistema che scoraggia l’azione pubblica, rallenta gli interventi e introduce un fattore di incertezza potenzialmente devastante per imprese e lavoratori, soprattutto nei momenti in cui la rapidità decisionale è decisiva.

Il confronto con il resto del mondo è illuminante. Al di fuori dell’Unione Europea, gli aiuti di Stato sono uno strumento ordinario di politica economica. Gli Stati Uniti sostengono apertamente industria, tecnologia e difesa; la Cina utilizza il supporto pubblico come leva strutturale di sviluppo; il Regno Unito, dopo la Brexit, ha ampliato i margini di intervento statale. L’Europa, invece, si autoimpone un modello nel quale la concorrenza interna viene elevata a dogma, anche quando ciò comporta un indebolimento nel confronto globale.

Il risultato è un’evidente asimmetria competitiva. Le imprese europee operano con vincoli che i loro concorrenti internazionali non hanno. In nome di una concorrenza “pura” all’interno del mercato unico, l’Unione accetta di perdere capacità industriale, autonomia tecnologica e resilienza produttiva. È il paradosso di un continente che tutela rigidamente le regole interne e sacrifica la propria forza economica esterna, finendo per dipendere sempre più da decisioni e tecnologie sviluppate altrove.

A rendere il quadro ancora più critico è l’applicazione diseguale della disciplina. Le deroghe previste dai Trattati esistono, ma non sono automatiche. Nel tempo, esse sono state concesse in modo ampio e flessibile ad alcuni Paesi, mentre nei confronti di altri sono state interpretate in maniera molto più restrittiva. Ne deriva una distorsione ulteriore: gli Stati con maggiore peso politico e capacità amministrativa riescono a sfruttare le maglie del sistema; quelli più deboli subiscono l’impianto nella sua forma più rigida, con effetti cumulativi sulle rispettive strutture produttive.

Le crisi degli ultimi anni hanno messo a nudo tutte le contraddizioni di questo modello. Solo di fronte a emergenze sistemiche la Commissione ha sospeso temporaneamente i vincoli, riconoscendo implicitamente che l’intervento pubblico è indispensabile. Un sistema che vieta agli Stati di sostenere la propria economia in tempi normali e lo consente solo quando tutto sta per crollare non è un modello di rigore, ma un fallimento di costruzione. Una politica economica che funziona soltanto grazie a deroghe straordinarie è, per definizione, una politica fragile e strutturalmente incoerente.

Il divieto degli aiuti di Stato rappresenta dunque uno dei veri peccati originali dell’Unione Europea. Sottrae sovranità economica agli Stati, amplifica le divergenze interne e indebolisce la capacità competitiva del continente. Finché questo nodo non verrà affrontato alla radice, ogni discorso su crescita, reindustrializzazione e autonomia strategica resterà confinato alla retorica.

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