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Il paradosso nucleare USA: miliardi per i nuovi reattori, ma manca l’uranio per alimentarli

Nonostante 2,7 miliardi di dollari di sussidi statali per i nuovi reattori nucleari, gli USA rischiano la paralisi energetica entro il 2028. La produzione interna di uranio arricchito per uso civile è ferma allo zero percento e il blocco alle forniture russe si avvicina. Ecco i dati della crisi

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Il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti (DOE) ha recentemente staccato un assegno molto pesante. Parliamo di 2,7 miliardi di dollari distribuiti lo scorso mese a tre aziende per la costruzione di centrifughe e impianti di lavorazione, tutti strumenti necessari a produrre il combustibile per i noccioli dei reattori nucleari avanzati. Un investimento massiccio, in perfetta ottica di spinta pubblica all’economia reale, per sostenere quel “rinascimento nucleare” fortemente voluto dal Presidente Donald Trump. C’è, tuttavia, un problema non di poco conto a minare l’intera pianificazione: i reattori di ultima generazione si possono anche costruire a suon di sussidi statali, ma senza l’uranio arricchito rischiano di rimanere delle gigantesche e costosissime cattedrali nel deserto.

Durante il tredicesimo summit annuale sui reattori avanzati dell’U.S. Nuclear Industry Council, un evento conclusosi il 12 febbraio a Seattle, gli esperti del settore hanno lanciato un allarme estremamente chiaro e documentato. Un serio collasso nelle forniture di combustibile potrebbe paralizzare le iniziative energetiche statunitensi già a partire dal 2028. L’infrastruttura industriale di base per la raffinazione, semplicemente, non esiste più.

Il vicepresidente senior di Centrus Energy, Patrick Brown, ha riassunto la complessa situazione davanti a oltre 400 professionisti del settore con una franchezza disarmante: “Se l’America vuole guidare il settore dei reattori avanzati, dobbiamo produrre il combustibile nucleare qui. Non fatevi illusioni al riguardo. Purtroppo, stiamo letteralmente partendo da zero”.

Impianto di arricchimento dell’uranio TVEL-Rosatom

Per comprendere la gravità del deficit strutturale e la profonda dipendenza di Washington dall’estero, è sufficiente osservare i numeri attuali del comparto. La deindustrializzazione energetica americana assume contorni quasi surreali:

  • Reattori commerciali attivi: 94 impianti operativi in tutti gli Stati Uniti.
  • Produzione interna di combustibile: Meno dell‘1% del fabbisogno annuale, ed è peraltro destinata esclusivamente agli impieghi militari del Pentagono. Nessun chilo va al settore civile.
  • Dipendenza dalle importazioni: Praticamente totale per la rete elettrica, con forniture provenienti in primis da Kazakistan e Canada.

A complicare un quadro logistico già di per sé molto fragile interviene, come spesso accade, la geopolitica. Fino a poco tempo fa, fino al 5% delle importazioni statunitensi di uranio proveniva direttamente dalla Russia. In risposta all’invasione dell’Ucraina del 2022, il Congresso ha approvato nel 2023 un divieto totale di importazione di uranio russo per tutte le aziende americane. Questa sanzione, pur intelligentemente rinviata per dare tempo al mercato di riorganizzarsi, entrerà definitivamente e inderogabilmente in vigore il 1° gennaio 2028.

Di seguito, proponiamo una tabella riassuntiva dell’approvvigionamento statunitense:

Fonte di UranioQuota di Mercato USACriticità Principali
Produzione Interna< 1%Riservata al Pentagono, infrastrutture civili da ricostruire da zero.
Kazakistan e CanadaMaggioranza assolutaEsposizione alle fluttuazioni dei prezzi e possibili colli di bottiglia logistici.
RussiaFino al 5%Ban totale in vigore dal 1° gennaio 2028, fornitura strategica irrecuperabile.

Con un mercato globale del combustibile nucleare già sotto forte pressione, la corsa dell’industria nazionale per rilanciare l’arricchimento dell’uranio è diventata una vera e propria lotta contro il tempo. Si tratta di un processo chimico-fisico complesso che le aziende americane avevano inventato e un tempo dominavano a livello mondiale, ma che oggi è stato del tutto esternalizzato o perduto. Organizzare una catena logistica per l’arricchimento dell’uranio a fini civili è molto più complesso che scavare un pozzo per l’estrazione di petrolio o gas naturale.

Oggi, l’obiettivo disperato è avere un’offerta sufficiente per soddisfare la domanda non appena i nuovi reattori entreranno in funzione. Il rischio macroeconomico è palese: stanziare miliardi di dollari pubblici per stimolare la costruzione di tecnologie avanzate, senza prima essersi assicurati la materia prima necessaria a farle funzionare. Una mancanza di programmazione strategica, tipica di un Occidente che ha spesso dimenticato l’industria pesante a favore della finanza, che l’America faticherà enormemente a correggere in meno di quattro anni.

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