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Il paradosso di Bruxelles: Volkswagen ottiene l’esenzione dai dazi per le auto Made in China. Così apre la porta a tutti gli altri

Bruxelles concede il via libera alla Cupra Tavascan prodotta in Cina. Un precedente pericoloso che ora anche i marchi cinesi vogliono sfruttare, mentre le fabbriche tedesche chiudono.

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Mentre a Bruxelles si discuteva di come proteggere l’industria automobilistica europea dall’onda d’urto del Dragone, a Wolfsburg si tesseva la tela per aggirare le stesse barriere che avrebbero dovuto difendere il lavoro continentale. La notizia, confermata da diverse fonti internazionali tra cui Reuters, è di quelle che segnano uno spartiacque: Volkswagen ha ottenuto la prima esenzione ufficiale dai dazi UE per un veicolo elettrico prodotto in Cina.

Si tratta della Cupra Tavascan, un SUV elettrico assemblato negli stabilimenti di Anhui. Grazie a un accordo diretto con la Commissione Europea, questo modello eviterà la sovrattassa del 20,7% che avrebbe dovuto colpirlo, sostituita da un meccanismo di “impegno sui prezzi” e quote di vendita.

Se qualcuno pensava che i dazi fossero un muro invalicabile eretto a difesa della “Fortezza Europa”, ora scopre che quel muro ha una porta di servizio. E le chiavi ce le ha la Germania, o meglio, le hanno gli azionisti delle grandi case automobilistiche.

Vupra Tavascan

Il meccanismo dell’accordo: Prezzo minimo e quote

Tecnicamente, l’accordo si basa su un compromesso che appare, sulla carta, sensato. La Commissione Europea ha accettato di esentare la Cupra Tavascan dai dazi compensativi in cambio di tre condizioni principali:

  1. Prezzo Minimo all’Importazione: Volkswagen si impegna a vendere il veicolo a un prezzo non inferiore a una certa soglia, per non creare dumping eccessivo.
  2. Quote di Vendita: I volumi di importazione saranno limitati (i dettagli restano riservati).
  3. Investimenti: Una vaga promessa di investimenti in progetti legati all’elettrico all’interno dell’UE.

In pratica, la Commissione rinuncia alle entrate fiscali dei dazi, permettendo a Volkswagen di mantenere i margini di profitto intatti su un’auto prodotta a basso costo in Cina.

Chi vince e chi perde: La logica del profitto contro il lavoro

Qui entra in gioco l’analisi economica nuda e cruda. Questa operazione è un capolavoro finanziario per gli azionisti di Volkswagen, in primis la famiglia Porsche-Piëch. L’azienda riesce a sfruttare la base di costi efficiente della Cina (energia a basso costo, sussidi statali, manodopera meno cara) e a vendere nel ricco mercato europeo senza la penalizzazione doganale.

Ovviamente , il rovescio della medaglia è un’accelerazione brutale della deindustrializzazione europea.

  • Il paradosso occupazionale: Mentre Volkswagen negoziava questo accordo per importare auto cinesi, in Germania si discuteva di chiusure di stabilimenti storici e di licenziamenti di massa. È il trionfo dell’arbitraggio salariale: si taglia dove il lavoro costa (e rende) di più, si produce dove costa meno, e si vende dove c’è ancora potere d’acquisto. Sarò interessante sapere se i disoccupati compreranno Cupra Made in China.
  • Il danno all’indotto: Ogni Cupra Tavascan importata è un veicolo non prodotto in Europa. Significa meno acciaio europeo, meno componentistica europea, meno ore lavorate negli stabilimenti dell’Unione.

L’effetto domino: I costruttori cinesi sono già in fila

La mossa di Volkswagen ha scoperchiato il vaso di Pandora. Secondo fonti interne al settore riportate da Reuters, i costruttori cinesi come SAIC (proprietaria di MG), BYD e Geely stanno già bussando alla porta della Commissione per ottenere lo stesso trattamento.

La Camera di Commercio cinese presso l’UE ha confermato che i produttori stanno valutando i benefici di accordi simili “modello per modello”. Se Volkswagen può farlo, perché non loro?

La situazione attuale dei dazi si presentava così:

ProduttoreDazio Aggiuntivo InizialeNuovo Scenario Possibile
Volkswagen (Cina)20,7%Esente (con prezzo minimo)
BYD17,0%In negoziazione
Geely18,8%In negoziazione
SAIC35,3%In negoziazione

È evidente che se Bruxelles concedesse accordi simili ai grandi player cinesi, l’intero impianto sanzionatorio crollerebbe. I produttori cinesi, che stanno affrontando un calo delle vendite interne e guerre di prezzo feroci in patria, vedono l’Europa come l’unico vero sfogo, dato che USA e India hanno eretto barriere ben più solide e impermeabili.

Un suicidio assistito dalla burocrazia

La strategia europea appare sempre più confusa, se non autolesionista. Da un lato si impongono scadenze draconiane per la transizione all’elettrico (il famoso 2035), costringendo i produttori a investimenti colossali che non riescono a ripagare; dall’altro, si permette ai produttori “nostrani” di delocalizzare la produzione in Cina e reimportarla senza dazi, distruggendo il tessuto industriale che dovrebbe sostenere quella stessa transizione.

La realtà è che il modello del “prezzo minimo” non protegge l’industria. Garantisce solo che i cinesi (e le aziende europee che producono in Cina) non vendano troppo sottocosto, garantendo loro paradossalmente margini più alti, mentre i volumi continueranno a erodere le quote di mercato delle auto prodotte realmente nel Vecchio Continente.

Siamo di fronte a una politica industriale schizofrenica: si vuole l’auto elettrica per tutti, ma non si vuole (o non si riesce) a produrla qui a prezzi competitivi. La soluzione trovata? Importarla, arricchendo gli azionisti e lo stato cinese e impoverendo i lavoratori, che perdono il posto di lavoro, nell’illusione che questa mossa possa mantenere redditi sufficienti a continuare le importazioni. L’esato contrario di quanto sta facendo Trump che si batte per una produzione negli USA, a qualsiasi costo.

Se l’obiettivo di Bruxelles è trasformare l’Europa in un grande parco consumatori privo di fabbriche, la strada intrapresa con l’esenzione Volkswagen è quella giusta. Peccato che, senza fabbriche e senza salari adeguati, presto mancheranno anche i consumatori per quelle auto.

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