CrisiCultura
Il Grande Declassamento: come il 2008 ha spezzato la psicologia della classe media (e non è mai tornata)
Un nuovo studio su 164.000 persone rivela come la crisi del 2008 abbia cambiato per sempre la percezione di sé degli americani. Non è stata solo una questione di soldi, ma di tradimento istituzionale: così la classe media si è scoperta “povera” e non è più tornata indietro.

La Grande Recessione non ha bruciato solo i risparmi e il valore immobiliare, ma ha infranto qualcosa di molto più profondo: l’identità di classe. Uno studio massivo su oltre 160.000 americani svela come la percezione del proprio status sia crollata, trasformando la “Middle Class” in “Working Class” o peggio, per un senso di tradimento istituzionale che il PIL non riesce a misurare.
Spesso ci concentriamo sui numeri macroeconomici: il PIL che rimbalza, l’inflazione che morde, i tassi di interesse che le banche centrali manovrano come stregoni apprendisti. Tuttavia, esiste un’economia “percepita” che è molto più reale per il cittadino comune e che, spesso, i modelli econometrici faticano a inquadrare. Un recente e approfondito studio scientifico ha tentato di rispondere a una domanda fondamentale: la crisi finanziaria del 2008 ha cambiato il modo in cui ci vediamo allo specchio? La risposta è un sonoro, preoccupante sì. Tutto questo è stato studiato da Stephen Antonoplis, Juan Eduardo Garcia-Cardenas, e Daniel K. Mroczek in un paper di psicologia pubblicato su Sage.
I dati non mentono: il crollo dell’identità
La ricerca in questione ha analizzato se l’identità di classe — ovvero quella sensazione di appartenere alla “classe media”, alla “classe lavoratrice” o alla “classe agiata” — sia malleabile nel lungo periodo. Contrariamente alle teorie che vedevano questa percezione come stabile, i dati dimostrano che il 2008 è stato uno spartiacque psicologico devastante.
Per giungere a questa conclusione, i ricercatori hanno esaminato quattro enormi set di dati (ANES, GSS, WVS e HRS), coprendo un totale di 164.296 individui. Parliamo di un campione statisticamente robusto e rappresentativo della società americana, che include diverse fasce demografiche. Per dare un’idea della solidità del campione analizzato, ecco come si componeva mediamente la platea osservata nei vari studi:
- Genere: Una leggera prevalenza femminile (tra il 50% e il 55,8%).
- Etnia: Una maggioranza bianca (tra il 72% e l’80%), con una significativa rappresentanza afroamericana (11-15%) e ispanica (fino al 12% in alcuni set).
- Istruzione: Circa la metà dei partecipanti aveva un diploma di scuola superiore, mentre i laureati oscillavano tra il 13% e il 26%.
Cosa è emerso da questa mole di dati? In tre dei quattro set analizzati, la Grande Recessione ha causato uno spostamento statistico netto e misurabile verso il basso. Gli americani hanno smesso di identificarsi come “classe media” e hanno iniziato a sentirsi “classe inferiore”. La crisi ha creato un diffuso senso di vulnerabilità.
Non è solo questione di portafoglio
Un osservatore superficiale potrebbe dire: “Beh, è ovvio, avevano meno soldi”. Ma la questione è più sottile e tecnicamente interessante. Lo studio evidenzia due processi distinti nella formazione dell’identità di classe:
- Processo Assoluto: Questo è il lato puramente contabile. Le persone sommano le loro risorse (reddito, casa, investimenti). Durante il 2008, la perdita di posti di lavoro, il crollo del valore delle case (l’equity immobiliare è la vera ricchezza della classe media) e la distruzione dei risparmi hanno oggettivamente impoverito le famiglie.
- Processo Relativo: Qui entra in gioco la psicologia sociale e, oseremmo dire, la politica economica. L’identità si forma confrontandosi con gli altri. Noi giudichiamo il nostro status non solo a livello assoluto, ma confrontandolo con chi ci sta attorno.
È proprio sul “Processo Relativo” che l’analisi si fa affascinante per chi segue le dinamiche economiche e sociali. Il 2008 non è stato solo un calo del reddito, ma un trauma culturale.
Il tradimento istituzionale e la fine del “Sogno”
Il crollo dell’identità di classe non è avvenuto solo perché il conto in banca era più leggero, ma perché è cambiata la percezione del proprio posto nella società. Lo studio sottolinea come il salvataggio delle banche (“too big to fail”) a discapito dei cittadini abbia generato un senso di “tradimento istituzionale”.
Mentre i media dipingevano scenari apocalittici e movimenti come Occupy Wall Street introducevano nel lessico comune la dicotomia “l’1% contro il 99%”, la classe media realizzava di non essere più protetta. Il concetto di “classe permeabile” — l’idea tutta americana che chiunque possa salire la scala sociale — si è infranto. Lo Stato ha tutelato i super ricchi, e si è dimenticato della folla di coloro che sono stati impoveriti, e questo è stato ben registrato dalla psiche umana.
I dati dell’indagine Health and Retirement Study (HRS), che ha seguito gli stessi individui nel tempo (design longitudinale), sono impietosi:
- Prima del 2008, l’identità di classe cresceva linearmente.
- Nel 2008 c’è stato un crollo verticale (coefficiente -0.53).
- Negli anni successivi, la ripresa è stata lenta e faticosa.
Questo suggerisce che, anche quando il PIL ha ripreso a salire, la “cicatrice psicologica” è rimasta. Chi si sentiva classe media ha iniziato a sentirsi povero, e chi si sentiva povero ha perso la speranza di smettere di esserlo, e questo è stato parzialmente indipendente dalla situazione economica.
Le conseguenze politiche e sociali
Perché questo è importante per noi che leggiamo di economia oggi? Perché l’identità di classe influenza tutto: la salute fisica, il benessere psicologico e, soprattutto, il voto.
Chi si identifica in una classe sociale più alta tende a essere più ottimista, ha una salute migliore e vota in modo diverso. Il declassamento di massa del 2008 ha creato una base elettorale arrabbiata, disillusa, consapevole che il “sistema” si preoccupa più della solvibilità degli istituti di credito che del benessere delle famiglie. La Grande Recessione ha insegnato agli americani (e di riflesso agli occidentali) che il loro status non è garantito. Il passaggio da una percezione “assoluta” delle risorse a una “relativa” ha mostrato che, in un mondo dove le disuguaglianze esplodono e l’ascensore sociale si blocca, sentirsi “poveri” diventa la nuova normalità, anche per chi ha ancora un lavoro.
In conclusione, i grafici del PIL possono anche tornare verdi, ma se la percezione di sé crolla, la società cambia volto. E come ci ricorda questo studio, una volta che ti convinci di essere scivolato in basso, risalire — anche solo con la mente — è molto più difficile di quanto dicano i manuali di economia classica. Non basta il reddito, anche se aiuta. Distruggere la sicurezza e sviluppare l’ingiustizia, come è successo nel 2008, si paga.







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