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Il Grande Bluff Tedesco: i mercati bocciano il “debito ideologico” di Merz e lo Spread con l’Italia crolla
La politica di Merz fa esplodere il debito per finanziare clima e guerra. I mercati bocciano la Germania e rivalutano a sorpresa il rischio Italia.

Per decenni, la Germania è stata venduta al pubblico come il bastione inespugnabile della stabilità fiscale nell’Eurozona, il “maestro severo” che bacchettava le cicale del Mediterraneo. Bene, dimenticate tutto. La politica fiscale erratica e confusa del governo Merz sta creando tensioni palpabili sul mercato obbligazionario, tanto che sta accadendo l’impensabile: i premi di rischio (spread) sui titoli sovrani della periferia – Italia, Portogallo, Spagna – si stanno riducendo drasticamente rispetto ai Bund tedeschi.
Questo è lo spread Bund BTP decennali:
Questo quello con i Bonos decennali spagnoli
Da mesi assistiamo a un fenomeno che la stampa mainstream fatica a spiegare: i rendimenti dei titoli decennali italiani e spagnoli si avvicinano sempre più a quelli dell’ancora economica tedesca. I Bonos spagnoli rendono solo lo 0,4% in più dei Bund, e i BTP italiani – emessi da un paese con un debito al 125% del PIL – viaggiano con uno spread ridotto a circa 0,7 punti. I capitali stanno fuggendo dalla “sicurezza” tedesca verso altri lidi? O forse il mercato sta finalmente prezzando la catastrofica politica fiscale di Berlino?
Il mercato riprezza il “Rischio Germania”
La strategia del debito tedesca è sotto la lente d’ingrandimento, e il verdetto è impietoso. Con il cosiddetto “fondo speciale”, Berlino ha spinto il paese in una spirale di debito praticamente da un giorno all’altro. Nel prossimo decennio, sono previsti oltre 850 miliardi di euro di nuovo debito, che si vanno a sommare a un bilancio ordinario già in deficit del 2,5-3%.
Entro la fine del decennio, il debito tedesco volerà verso l’85-90% del PIL. E non c’è nessun miracolo economico all’orizzonte, perché i miracoli accadono nelle fiabe, non in un’economia reale strangolata dalla burocrazia. Ma ha davvero senso economico indebitarsi così tanto senza creare valore aggiunto?
Il problema non è il livello assoluto del debito – l’Italia ne sa qualcosa – ma la velocità della sua crescita in assenza di crescita reale. La politica tedesca sta pompando credito statale in un vuoto economico, finanziando spese che non generano ritorno: transizione energetica forzata e spese militari senza strategia industriale. È la classica ricetta dei sistemi a pianificazione centrale: spesa pubblica che si trasformerà inevitabilmente in tasse più alte e inflazione.
Un’economia di guerra senza benefici
Gli investitori, che non sono enti di beneficenza, osservano con occhio da falco:
- L’uscita dal nucleare (un suicidio energetico).
- Prezzi dell’energia alle stelle che distruggono la base industriale.
- Una politica migratoria che prosciuga il welfare state invece di alimentarlo.
Tutto questo si riflette sul prezzo dei Bund. I rendimenti salgono perché il mercato scommette sulla futura instabilità tedesca. E indovinate chi pagherà il conto? I contribuenti tedeschi e, a cascata, l’intera Eurozona. Questi sono fatti nudi e crudi che nemmeno gli spin doctor della Cancelleria possono nascondere. La produttività tedesca è piatta dal 2018 e ora è in declino. La produzione industriale è crollata di un quinto. Centinaia di migliaia di posti di lavoro veri, nella manifattura, sono svaniti, sostituiti da un settore pubblico ipertrofico che ora supera il 50% dell’economia.
L’accelerazione ideologica di Merz
Sotto la guida del Cancelliere Friedrich Merz, insediatosi nel maggio 2025, questa spirale discendente non si è fermata, anzi, è stata ideologicamente accelerata. La crisi viene usata come scusa per piegare la popolazione a un’agenda “social-climatica” e consolidare il potere politico, anche a costo di un aumento dello stress sociale. Merz e i pianificatori di Berlino e Bruxelles sembrano non capire un concetto base: la prosperità dipende dall’energia economica e affidabile. La Germania si è inflitta un atto di vandalismo economico unico nella storia, distruggendo la propria competitività per inseguire il “socialismo climatico”.
L’Italia come “First Survivor”?
Mentre la Germania affonda nelle sue contraddizioni, si notano movimenti interessanti altrove. L’Italia, ad esempio, sta perseguendo una sicurezza energetica indipendente (grazie ai gasdotti nordafricani e l’opera di ENI) e ha iniziato a gestire le proprie riserve auree con più autonomia. Il mercato obbligazionario sembra premiare questo pragmatismo: gli investitori vedono l’Italia come un potenziale “First Survivor” in caso di crisi severa dell’Euro, mentre la Germania non ha una narrazione di salvezza credibile.
A peggiorare il quadro tedesco c’è l’impegno quasi incomprensibile nel conflitto ucraino, che drena risorse fiscali vitali. Merz pianifica di incanalare circa 11,5 miliardi di euro dal bilancio federale 2026 direttamente nel buco nero di Kiev, una mossa totalmente scollegata dalla realtà geopolitica e dal possibile disimpegno statunitense.
L’illusione della BCE e la fine graduale
C’è chi spera che il debito francese e belga (presto sopra il 120% del PIL) possa distrarre i mercati. Ma il Giappone insegna che il debito enorme si può sostenere solo se finanziato internamente, cosa che l’Europa non fa. I mercati sanno che la BCE proteggerà il debito dell’Eurozona comprando titoli in eccesso, ma il modo in cui interverrà è opaco. Il fatto che i Treasury USA scambino con un premio dell’1,3% sui Bund tedeschi è grottesco, data la debolezza strutturale dell’Europa. Questa discrepanza urla “manipolazione” da parte dei banchieri centrali di Francoforte.
Prevedere quando i mercati faranno crollare definitivamente il castello di carte del debito europeo è impossibile. Ma come scrisse Hemingway in Fiesta: “Come sei andato in bancarotta?” “In due modi”, disse Mike. “Gradualmente, e poi improvvisamente”.
Domande e Risposte
Perché lo spread tra BTP italiani e Bund tedeschi si sta riducendo?
Non è necessariamente un segnale di “salute” dell’Italia, quanto piuttosto di deterioramento della percezione della Germania. I mercati stanno iniziando a prezzare il rischio insito nella nuova politica fiscale tedesca, caratterizzata da un massiccio aumento del debito (oltre 850 miliardi in fondi speciali) utilizzato per spese improduttive e ideologiche. Il Bund non è più visto come il “bene rifugio” sicuro di un tempo, riducendo così il differenziale con i titoli periferici.
Il nuovo debito tedesco aiuterà la ripresa economica della Germania?
È molto improbabile. A differenza del debito “buono” che finanzia infrastrutture o riduzioni fiscali per stimolare la domanda aggregata, il debito del governo Merz sta finanziando la transizione energetica forzata (“socialismo climatico”), sussidi a settori decotti e spese militari legate al conflitto ucraino. Questo tipo di spesa non genera ritorno economico né aumento di produttività, ma alimenta solo inflazione e burocrazia, deprimendo ulteriormente la produzione industriale.
Cosa rischia il risparmiatore in questo scenario di “economia di guerra”?
Il rischio maggiore è la repressione finanziaria. Con un debito pubblico in esplosione e una base produttiva che si restringe, lo Stato tenderà a cercare risorse attraverso tasse più alte, inflazione indotta (per erodere il valore reale del debito) e potenziali vincoli sui capitali. L’investitore deve guardare con scetticismo ai titoli di stato a lungo termine che offrono rendimenti reali negativi e considerare diversificazioni reali (oro, materie prime) o geografiche fuori dall’area Euro.










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