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Il Giappone e la trappola di Hormuz: quando il 95% di dipendenza diventa un problema di Stato

Il Giappone affronta l’emergenza energetica: con il 95% del petrolio proveniente dal Medio Oriente e lo Stretto di Hormuz a rischio, i raffinatori chiedono l’uso delle riserve strategiche. Ecco quanto può resistere l’economia nipponica

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Il Giappone, la terza (o quarta, a seconda delle fluttuazioni dello yen) economia mondiale, si scopre improvvisamente più fragile di quanto i suoi grattacieli di vetro lascino intendere. Il motivo è antico quanto la modernità industriale: l’energia. Con un’esposizione verso il Medio Oriente che rasenta il monomanismo statistico – circa il 95% del greggio arriva da lì – i raffinatori nipponici hanno iniziato a bussare, con discrezione ma insistenza, alle porte del governo di Tokyo.

La richiesta dei raffinatori: aprite i rubinetti di Stato

Mentre il conflitto in Medio Oriente sale di intensità, le compagnie petrolifere giapponesi hanno chiesto ufficialmente all’esecutivo di poter attingere alle riserve strategiche nazionali (SPR). L’obiettivo è duplice: garantire la continuità operativa delle raffinerie e prevenire shock da offerta che potrebbero paralizzare l’economia reale.

Al momento, la risposta del Ministro dell’Economia, del Commercio e dell’Industria (METI), Ryosei Akazawa, è stata improntata alla classica prudenza nipponica: non ci sono piani immediati per il rilascio delle scorte. Tuttavia, dietro le quinte, le trattative per accedere ai depositi strategici e alle cisterne in leasing ai paesi produttori sono già febbrili.

I numeri della dipendenza

Per capire l’ansia dei raffinatori, basta guardare la geografia dei flussi energetici del Sol Levante. Il Giappone non è solo dipendente dal Medio Oriente, ne è quasi simbiotico.

FornitoreRuolo strategico
Arabia Saudita / EAUPrincipali fornitori di greggio dolce e pesante
Kuwait / QatarForniture stabili e contratti a lungo termine
Stretto di HormuzCollo di bottiglia per il 70% del petrolio giapponese

Il vero problema non è solo la produzione, ma il transito. Lo Stretto di Hormuz è attualmente il “punto di soffocamento”  più pericoloso al mondo. Con la sospensione delle coperture assicurative per i rischi di guerra, molte navi cisterna hanno smesso di solcare quelle acque, rendendo le consegne verso Tokyo non solo costose, ma incerte, e il Sol Levante si è reso conto di dipendere dall’incertezza.

La rete di sicurezza: le riserve IEA

Fortunatamente, il Giappone non è un neofita nella gestione delle crisi energetiche. Come membro della IEA (Agenzia Internazionale dell’Energia), il Paese è obbligato a mantenere scorte pari ad almeno 90 giorni di importazioni nette. Tokyo, con il suo consueto eccesso di zelo preventivo, è andata ben oltre.

Alla fine del 2025 (proiezioni correnti), il quadro delle riserve appare solido:

  • Riserve totali: 254 giorni di consumo energetico.
  • Riserve nazionali: 146 giorni gestiti direttamente dallo Stato.
  • Settore privato: Oltre 100 giorni di inventari presso i privati.

Una riflessione necessaria

Nonostante l’imponente “cuscinetto” di oltre otto mesi di autonomia, la situazione evidenzia il limite di un modello che non ha saputo, o potuto, diversificare le proprie fonti di approvvigionamento. In un mondo che si frammenta, fare affidamento quasi totale su un’unica, turbolenta regione geografica è un lusso che persino una potenza tecnologica come il Giappone fatica a permettersi. Se Hormuz dovesse chiudersi a lungo, anche 254 giorni di riserve servirebbero solo a gestire un declino controllato, a meno di un cambio radicale di paradigma energetico o diplomatico.

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