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IL DOCUMENTO INVIATO DA RENZI A BRUXELLES: NON SIA SOLO UN CAMBIO DI VOCABOLARIO (di Paolo Savona)

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Mi viene chiesto un giudizio sull’iniziativa presa dal Governo Renzi di inviare un documento a Bruxelles per sollecitare il completamento e il rafforzamento dell’Unione Economica e Monetaria. In linea generale, il giudizio non può che essere positivo: tutto ciò che si può fare per trarre l’UE dal pantano con sabbie mobili capaci di inghiottirla si deve considerare benvenuto.

Nel primo paragrafo del documento, quello che espone lo stato delle cose, dopo aver pagato il tributo a ciò che è stato fatto per evitare che il documento finisca nel cestino di Bruxelles, si dichiara apertamente che i rischi di una stagnazione secolare e quelli di una deflagrazione dell’Unione a causa dell’ampliarsi della disaffezione popolare non sono rientrati e che occorre “una politica più ambiziosa fatta di un mix di decisioni fiscali, strutturali, sociali e monetarie”. Si conclude questa prima parte affermando che “un primo set di misure possono essere attuate nell’ambito dei Trattati esistenti.

Le altre con effetti di più lungo termine possono richiedere modifiche degli accordi”. Sposa quindi la tesi della rinegoziazione dei patti, senza alibi al non fare se questa ritarda. Più chiaro di così ritengo che il Governo non si potesse spingere. In linea pratica, però, se non si vuole ottenere solo quello che il Governo stesso a chiamato “un cambio di vocabolario”, il resto del documento resta a livello di  manifestazioni di intenti, utili perché finora se ne negava la rilevanza, ma inconcludenti perché non inquadrate negli equilibri europei esistenti. Le linee di azione indicate al paragrafo 3 – ribilanciamento cooperativo, assistenza alla disoccupazione, unione del mercato dei capitali, stretta connessione tra sviluppo, innovazione e riforme strutturali, sostegno europeo alla realizzazione dei beni pubblici – e le specificazioni seguenti restano a livello di obiettivi desiderati privi di indicazioni operative cifrate. Per colmare questa lacuna non bastano affermazioni severe come quella che “il set di regole esistenti ha dimostrato essere rigido e inadatto a fronteggiare una recessione prolungata e una crescita debole, propiziando politiche pro-cicliche”.

I commentatori delle Considerazioni finali lette da Visco il 26 maggio affermano che la Banca d’Italia ha approvato la politica del Governo, ma essa non è certamente quella del documento in esame. L’entusiasmo per le poche decine di centesimi di crescita in più sono fuori luogo e anzi vengono usati dall’Unione Europea, dalla BCE e dallo stesso Governo italiano per affermare che la politica attuale, che scaturisce dalle strutture istituzionali europee criticate, va bene e va solo rafforzata, una interpretazione che riduce la possibilità che l’UE faccia ciò che il nostro Governo ritiene necessario: “restaurare il potenziale di crescita, propiziare una crescita ricca di posti di lavoro in un habitat macroeconomico stabile e ristabilire le relazioni tra l’Europa e i cittadini”.

Se si continua a ripetere fino alla noia che bisogna rispettare i vincoli fiscali europei e fare maggiori e più incisive riforme per aumentare la produttività e, con essa, la competitività dei prodotti europei, questa politica rafforza il funzionamento di un modello di sviluppo basato sulle esportazioni che non è in condizione di trarre l’Europa dalla crisi perché non può generare la crescita necessaria per assorbire la disoccupazione; occorre un energico intervento sulla domanda interna, superando le fisime sul deficit spending per riciclare nei consumi e negli investimenti gli eccessi di risparmio presenti in 8 dei principali paesi membri; non a caso nell’area euro questi risparmi sono attualmente di importo complessivo pari a quello previsto nel Piano Juncker. Perciò l’affermazione contenuta nel  documento che “ampi e persistenti squilibri sono incompatibili con l’unione economica” va precisata che lo sono soprattutto nei confronti del modello di sviluppo perseguito, che è e resta sbagliato.

Ciò che preoccupa del documento in esame è l’apertura verso un avanzamento dell’unione fiscale, sia pure accompagnata da obiezioni su come si sta già attuando con decisioni penalizzanti crescita e occupazione. Ogni cessione ulteriore di quello straccio di sovranità che ci resta va condizionata al raggiungimento dell’unificazione politica e della rinegoziazione dei trattati. L’idea che la cessione della sovranità monetaria fosse il viatico per l’unificazione politica è stata smentita dalla realtà. Vogliamo ripetere questo stesso errore anche per la sovranità fiscale?  La posizione in materia deve essere chiara: o si dà attuazione alle linee di azione proposte dal documento oppure si torna anche indietro dalle scelte finora condivise.

 

Paolo Savona

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