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IL DEFICIT? ININFLUENTE. IL PAREGGIO DI BILANCIO? UNA SCIENTIFICA VIRTU’. IL NUOVO UOMO €UROPEO (da Orizzonte48)

 

 

Anche se con un leggero ritardo vi presentiamo questo ottimo ed esaustivo pezzo di Orizzonte48, nel quale si presenta il concetto di NAIRU, NAWRU e come questa visione Post-Keynesiana, avveleni i pozzi della crescita ed impedisca una politica di sviluppo che, al contrario, sarebbe notevolmente necessaria. Il concetto di Nairu fu, a suo tempo, fortemente contestata dal Premio Nobel William Vickrey che sottolineo che queste misure erano delle elaborazioni forzate, non dei valori oggettivi, e  che l’economista doveva occuparsi di fenomeni oggettivi come la disoccupazione, la sottoccupazione e l’inflazione. Oggi a contestarlo, con dati oggettivi, vi sono analisti come Robin Brooks. Purtroppo l’economia di oggi è una scienza che ben poco ha a che fare con l’uomo. 

Buona lettura.

1. Con una certa titubanza, ed un elevato scetticismo sulla possibilità che le più varie formazioni politiche italiane possano (voler) accedere a un dibattito approfondito sui motivi della necessità di efficaci politiche anticicliche, torniamo a trattare il problema del deficit pubblico.
Su questo punto, in realtà, ove si assecondino e si intenda rendere incontestabili i postulati economici che soprassiedono alle regole dell’eurozona, avremmo delle certezze che non possono non essere definite come “diritto positivo”.
Anzitutto, avremmo l’indicazione costituzionale fornita dal “nuovo” (ormai non più tanto) art.81 della Costituzione, che, come dovrebbe essere notorio, dispone, nelle parti più direttamente rilevanti sul tema del “livello” del deficit (denominato “indebitamento”, sottintendendosi, con tale termine, l’annualità e la pertinenza al settore pubblico dello stesso, nell’ambito dei c.d. saldi settoriali della contabilità nazionale):

“Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico.

 

Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali…

….Il contenuto della legge di bilancio, le norme fondamentali e i criteri volti ad assicurare l’equilibrio tra le entrate e le spese dei bilanci e la sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni sono stabiliti con legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, nel rispetto dei princìpi definiti con legge costituzionale.”

2. Estremizzando una sintesi, il deficit del settore pubblico non dovrebbe esserci, almeno in condizioni cicliche non avverse.
Si tratta cioè di un predicato (costituzionalizzato) di politica economico-fiscale che assume il pareggio di bilancio come tendenza fisiologica del sistema economico di un certo Stato (nel caso l’Italia).
Risulta altresì ben noto come tale norma costituzionale non nasca spontaneamente come elaborazione dell’indirizzo politico nazionale, ma sia andata a modificare la diversa originaria previsione dei Costituenti del 1948, in ottemperanza ad un obbligo di recepimento di una (atipica) fonte del diritto europeo, specificamente propria dell’eurozona, il c.d. fiscal compact: che è in realtà denominato “Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance dell’Unione economica e monetaria“, sottoscritto il 2 marzo 2012 (a seguito di una precedente elaborazione che prese le mosse, almeno formalmente, dal c.d. Patto Europlus del 25 marzo 2011, appunto richiamato nelle premesse del trattato, con cui il Consiglio elencava una serie di misure tese ad “aumentare la competitività” dell’unione monetaria).
3. Va anche sottolineato che mentre il trattato intergovernativo in questione è stato ratificato dalla Repubblica italiana con deliberazioni 12 luglio (Senato) e 19 luglio 2012 (Camera), cui è seguita la promulgazione della legge di autorizzazione alla ratifica del 23 luglio 2012, la revisione costituzionale dell’art.81 (e di altri articoli connessi della Costituzione) è stata preventivamente e indipendentemente adottata con legge costituzionale 20 aprile 2012, n.1.
In sostanza, l’Italia, prima ancora di ratificare il fiscal compact, ha non solo provveduto a darvi attuazione nelle sue previsioni essenziali (sopra riportate almeno quanto all’art.81 Cost.), ma lo ha fatto a livello di norma costituzionale (unico paese dell’eurozona ad aver specificamente assegnato al Trattato tale collocazione nell’ambito della propria gerarchia delle fonti nazionali).
3. Tralasciando ulteriori approfondimenti di questa ricostruzione storico-politica e normativa – che segnalerebbe anche ulteriori “peculiarità”, storiche e congiunturali, dell’adeguamento italiano alla regola europea del pareggio di bilancio -, la “liceità” di un deficit, cioè di un bilancio annuale non in pareggio, è dunque soggetta alla duplice condizione di un ciclo economico avverso e delle ricorrenza di eventi eccezionali (la legge attuativa del fiscal compact prevista dall’art.5 della legge costituzionale n.1/2012, precisa poi tali evenienze, organizzando un sistema di verifiche preventive e consuntive degli andamenti della finanza pubblica, articolato sui vari concetti normativizzati di “scostamenti”, gravi recessioni economiche, crisi finanziarie e tipologie di eventi eccezionali).
4. La rilevanza del concetto di ciclo economico rispetto allo scostamento dal criterio del pareggio di bilancio, nonché la rilevanza del modo in cui si misura, tra varie possibili descrizioni teorico-economiche, tale scostamento,  risulta perciò di importanza fondamentale.
Una cosa però emerge con evidenza: la visione macroeconomica assunta come (super)vincolo normativo (sia perché derivante da una fonte intergovernativa disciplinante il regime dell’eurozona, sia perché il recepimento è stato posto nella citata legge costituzionale, modificando lo stesso testo costituzionale), implica che la fisiologia dell’azione dello Stato sia quella di svolgere la sua complessiva funzione di perseguimento dei suoi fini essenziali in condizione di pareggio di bilancio.
Ora, va anzitutto notato, questa regola è stata finora acriticamente recepita – e peraltro neppure mai osservata fino in fondo -, senza alcuna verifica della compatibilità della stessa condizione finanziaria di pareggio di bilancio con la fissazione dei fini essenziali della Repubblica italiana da parte di norme costituzionali che, secondo la (ormai contraddittoria) giurisprudenza della Corte costituzionale, avrebbero (tutt’ora) natura di principi fondamentali non soggetti a revisione costituzionale (, in quanto caratterizzanti ad substantiam la stessa forma repubblicana ai sensi dell’art.139 Cost. (cioè dovendosi assumere tali principi come suoi elementi costitutivi ed essenziali).
5. L’incoerenza di un’attuazione del fiscal compact, per di più recepita a livello costituzionale, con la previa assenza di qualsiasi verifica circa il rispetto dei limiti di modificabilità del testo costituzionale ad opera dello stesso procedimento di revisione, ha condotto, e condurrà sempre di più, ad un corto circuito di continui conflitti interni, potenziali e attuali, tra norme di rango costituzionale, che non ha finora trovato una soluzione nella giurisprudenza della Corte costituzionale: quest’ultima muove da una risalente e incompleta considerazione degli effetti dei trattati europei, a maggior ragione in quanto modificatisi nel corso di svariati decenni, che ha via via amplificato la sua inadeguatezza nel valutare la compatibilità degli effetti sociali, occupazionali e politico-istituzionali dell’applicazione del complessivo diritto europeo rispetto ai principi fondamentali della Costituzione repubblicana.
Questo tema è stato più volte affrontato, (dando anche luogo ai due testi “Euro e (o?) democrazia costituzionale” e “La Costituzione nella palude“), segnalando come, in definitiva, la stessa Corte non appaia, oggi più che mai, culturalmente e scientificamente attrezzata per fronteggiare l’aporia organicamente instauratasi tra una Costituzione sociale a fondamento lavoristico, quale indubbiamente è quella del 1948, e un principio, il pareggio di bilancio, che, come tutta la più ampia disciplina della finanza pubblica assunta nei trattati europei, corrisponde ad una visione dell’assetto sociale, economico e fiscale, di tipo neo-liberale (visione che, secondo lo stesso Mortati, fin dal suo primo commento sull’opera svolta dai Costituenti, era ritenuta incompatibile con il fine, ritenuto essenziale nella fase Costituente, di poter coniugare “democrazia politica e democrazia economica”, parlando egli, appunto, di “superamento del liberismo”; cfr; qui, p.7.1.).

6. I trattati, come si è altrettanto segnalato, rinviano esplicitamente ad un’organizzazione sociale, e degli stessi poteri pubblici, fondata sulla forte competizione economico-commerciale tra gli stessi Stati aderenti all’Unione nonché sulla stabilità dei prezzi: questi due elementi normativi “supremi” (risultando, gli altri fini indicati nelle norme fondamentali dei trattati, delle connotazioni “decorative” e posticce, quindi di tipo cosmetico e prive di effettiva operatività regolatoria) si concretizzano in un bias deflazionista (inarrestabile) che connota un concetto di “piena occupazione” costruito in stretta dipendenza da quello di “competitività” e strettamente subordinato agli obiettivi di contenimento dell’inflazione (cioè ad una crescita fondata sull’accrescimento delle esportazioni in modo assolutamente preferenziale).
Di tale impostazione la moneta unica è la cerniera più forte, avendo come perno una banca centrale cui è precluso ogni ruolo sia di prestatore di ultima istanza, cioè di garante della stabilità finanziaria dell’area (in definitiva, cioè, di garante del risparmio depositato dai cittadini nelle banche dei paesi aderenti all’eurozona), sia di tesoriere, cioè di garante del debito pubblico emesso dai vari Stati aderenti e, peraltro, in strutturale competizione tra loro (dunque, anche sotto il profilo dell’accesso al finanziamento dei mercati).

7. Il fatto dunque è che il pareggio di bilancio trova una giustificazione nell’accogliere come definitiva ed incontestabile una teoria economica che affonda le sue radici nel liberismo ottocentesco e si propaga ai nostri giorni sulla scorta di una riedizione restaurativa (e matematizzata) di un assetto sociale che non solo era ritenuto fallimentare ai tempi della nostra Costituente (il che, giunti al punto attuale di evoluzione, a rapporti di forza politico-internazionali ormai consolidati, pare essere senza conseguenze pratiche), ma che sta nuovamente fallendo, sia rispetto agli obiettivi dichiarati sia rispetto alla sua stessa tenuta politico-istituzionale.
E ciò sta trascinando il continente europeo, di là dello stesso svuotamento del processo elettorale, in un nuovo terreno di repressione sociale e di irrigidimento del controllo mediatico-culturale.
Un controllo mediatico-culturale e uno svuotamento del processo elettorale, che tale teoria economica postula geneticamente e che costituisce un caposaldo della stessa teoria liberale, in ogni tempo, e del suo atteggiamento “strumentale” verso i parlamenti elettivi; uno svuotamento che è ben evidente, ma che al tempo stesso non evita, nelle stesse elites, i timori per la perdita del controllo di tale processo e, quindi, di ogni parvenza, anche solo transitoria, di consenso.

8. Riassumiamo la sostanza dei ragionamenti economici che conducono a propugnare il pareggio di bilancio. E lo facciamo ricorrendo a un “vecchio” post di Francesco Lenzi:

Il deficit di bilancio, secondo la consolidata impostazione neoclassica, sarebbe ininfluente sul reddito di una Nazione.
A sostegno di tale affermazione è comunemente riportato il concetto di “equivalenza ricardiana” (J. Buchanan 1976).
Secondo i lavori sviluppati da Ricardo (1821) e successivamente da Barro (1974), si è venuta a consolidare l’assunzione secondo la quale il deficit pubblico e di conseguenza il debito pubblico sia, nel migliore dei casi, neutrale rispetto alla capacità del sistema economico di creare reddito nel lungo termine.
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Se uno Stato spende più di quanto incassa, sarà costretto prima o poi ad incassare più di quanto spenderà e quindi ad aumentare proporzionalmente le tasse. Per tale ragione il debito pubblico potrebbe essere considerato al pari di un’imposta patrimoniale sui privati, intesa come valore attuale di tutte le tasse che in futuro verranno richieste in più per rimborsare il debito pubblico.
La spesa a deficit dello Stato, quindi, non migliorerebbe la posizione patrimoniale dei privati nel lungo periodo.
Inoltre, a causa dell’inevitabile aumento delle imposte che dovrà avvenire in futuro per ripagare tale debito, gli stessi privati vorranno risparmiare oggi una quota maggiore del loro reddito per far fronte al successivo inasprimento fiscale (Barro, 1974) determinando, anche nel breve periodo, un effetto contrario a quello espansivo del deficit pubblico.
La spesa pubblica poi spiazzerebbe quella privata secondo il fenomeno del crowding out e quindi, non aggiungendo niente alla domanda aggregata, verrebbe spiazzata quella privata a favore di quella pubblica (che secondo l’impostazione neoclassica è più inefficiente).
L’impossibilità da parte dello Stato di far deficit, secondo questa impostazione, garantirebbe pertanto un maggior accumulo di risorse da parte del settore privato, che è in grado di effettuare un’allocazione in maniera più efficiente delle stesse. (secondo questa impostazione è quindi possibile comprendere lo schema precedente riguardo al controllo sulla dinamica del debito pubblico da realizzarsi attraverso le misure di Euro Plus pact).
La critica principale a questo tipo di ragionamento si incentra sull’assunto di base secondo cui lo Stato non possa aggiungere niente più alla domanda aggregata di pieno impiego (come generalmente era considerata intorno gli anni ’70).
Ma con una disoccupazione che, ormai da 30 anni, è stabilmente sopra la soglia minima del pieno impiego, siamo veramente convinti che il settore privato, autonomamente riesca a raggiungere il pieno impiego?
 
9. Il problema, al tempo in cui Francesco operava questa ricostruzione, pareva correttamente ponibile in questi termini.
Ma, nel frattempo, nella realtà politica (delle decisioni governative e delle leggi parlamentari) aveva operato l’insieme delle regole applicative del fiscal compact.
E dunque, quella concezione di “piena occupazione”, subordinata alla stabilità dei prezzi (e certamente “aliena” all’idea dei Costituenti), ha potuto ottenere la sua realizzazione normativa e divenire un potente fattore di ridisegno della società.
E della democrazia.
In altri termini, anche se gli italiani non se ne sono accorti; anche se la disoccupazione nei suoi termini statistici è rimasta stabilmente più elevata rispetto al periodo pre-crisi; anche se la c.d. quota salari rispetto al Pil ha continuato a diminuire; anche se il precariato di pseudo-occupati e di working poors è aumentato a dismisura; anche se l’inflazione non ha mai raggiunto, in Italia certamente, il target inflattivo stabilito per giustificare l’azione monetaria “espansiva” della BCE e, anzi, ha iniziato drammaticamente a discendere nell’ultimo anno; anche se la ripresa degli investimenti rispetto ai livelli pre-crisi (finanziaria e austero-montiana), non si è minimamente verificata, e anzi si è perso un quarto della produzione industriale e una quota anche superiore del manifatturiero; insomma, nonostante tutto ciò, l’economia italiana godrebbe (all’incirca…) della sua massima salute “possibile”.
Naturalmente tale valutazione, che prima che economica risulta politico-sociale (nonostante la sua matematizzazione), emerge applicando le regole €uropee del fiscal compact e delle deliberazioni applicative Ecofin che lo hanno reso in concreto operativo.
Sostanzialmente, una profezia normativa, circa la ragionevolezza e la “eticità” del pareggio di bilancio:, cioè una scelta politica che implica delle regole qualificatorie della realtà sociale e eliminatorie di ogni discrezionalità delle istituzioni nazionali emergenti dalla rappresentanza democratica, assistite da sanzioni (de jure, quali le procedure di infrazione, scandite e conclamate dinnanzi al mondo intero de “i mercati”, per apporre un sigillo “umiliante” sui popoli non credibili e che vogliono vivere “al di sopra delle loro possibilità”, e de facto, come gli spread, altro volto del ruolo atipico assegnato alla BCE, tra tutte le banche centrali del mondo).
Una profezia normativa che, non senza una certa abilità (comunicativa) viene congegnata per essere, come vedremo, auto-avverantesi.

9.1. Ed in effetti,, il parametro a cui si fa riferimento nel valutare, in definitiva, la piena occupazione dei fattori della produzione (lavoro e capitale), e quindi nel corroborare la teoria del pareggio di bilancio fondata sulla inefficienza del deficit pubblico a determinare un maggior livello di prodotto,- appunto, sul presupposto del raggiungimento della “piena occupazione”…per incorporazione statistica dello staus quo -,   è quello di deficit strutturale; che si collega a quello di Pil potenziale (e di output gap).
“Il termine “strutturale” accoppiato alla parola “deficit” identifica una specifica fattispecie: la differenza tra le entrate e le spese dello Stato al netto delle circostanze cicliche (peggioramento della congiuntura) e delle misure una tantum (misure imprevedibili come catastrofi naturali o emergenze sociali come l’immigrazione). 
Il deficit strutturale, dunque, rappresenterebbe la condizione dei conti pubblici di un Paese in corrispondenza del PIL potenziale, vale a dire in corrispondenza di una situazione in cui l’economia riesce ad impiegare tutte le risorse di cui dispone – lavoro e capitale – senza generare pressioni inflazionistiche. Per l’Italia, che è un Paese con elevato debito pubblico, le regole europee prescrivono un deficit strutturale pari a zero.
Il PIL potenziale di un’economia non è una grandezza osservabile, ma va stimato sulla base delle risorse a disposizione dell’economia. La stima di questo valore è fonte di grande incertezza, statistica e teorica, tanto da aver dato vita ad un apposito gruppo di lavoro presso la Commissione Europea chiamato Output Gap Working Group (OGWG).
L’OGWG, infatti, utilizza il metodo cd. “della funzione di produzione” per stimare il PIL potenziale (D’auria et al., 2010). 
La funzione di produzione utilizzata dalla Commissione è una funzione Cobb-Douglas a rendimenti costanti, in cui il prodotto potenziale è funzione dello stock di capitale potenziale, della disponibilità di lavoro e della cosiddetta produttività totale dei fattori, TFP, o residuo di Solow, che rappresenta il progresso tecnico di un’economia. Stando a documenti ufficiali prodotti dalla Commissione (Havik et al., 2014) il PIL potenziale costituisce il miglior indicatore composito dell’offerta aggregata di un’economia e il suo scopo è quello di indicare una crescita sostenibile e non inflazionistica. Una concezione, propria della teoria neoclassica, che vede il PIL potenziale come determinato unicamente da fattori di offerta, al più modificabile solo grazie a shock tecnologici o di natura strutturale.
Un punto fondamentale su cui focalizzarsi è il concetto di crescita non inflazionistica, che si basa su un tasso di disoccupazione “strutturale” calcolato anch’esso dalla Commissione Europea: il NAWRU (non accelerating wage rate of unemployment), cioè il tasso di disoccupazione in corrispondenza del quale il tasso di crescita dei salari nominali non accelera.
Questo tasso di disoccupazione è considerato “strutturale” in quanto connaturato ad un certo sistema economico, come se fosse il risultato di determinati fattori che vanno a caratterizzare una economia: legislazione del mercato del lavoro, andamento demografico etc.
Il NAWRU, è bene ricordarlo, è una grandezza oggetto di diverse controversie teoriche (Stockhammer, 2006; Stirati, 2016) ed è stato oggetto di ripensamento e modificazione, sia teorica che empirica (Ball et al., 2009). Secondo la letteratura tradizionale, essendo un indicatore strutturale, esso non può essere modificato da politiche discrezionali dal lato della domanda, ma può essere influenzato solamente da politiche strutturali, appunto, come la modificazione, quasi sempre in senso flessibilista, delle istituzioni che presiedono al mercato del lavoro. [1]
Questo tasso di disoccupazione rappresenta una situazione di spartiacque tra situazioni di inflazione crescente e di deflazione crescente. Quando il tasso di disoccupazione effettivo eguaglia il NAWRU il tasso di crescita dei salari nominali, secondo la teoria, non dovrebbe accelerare; quando ad esempio il tasso di disoccupazione effettivo è inferiore al NAWRU il tasso di crescita dei salari monetari, secondo la teoria, dovrebbe invece accelerare. I modelli che prendono in considerazione questa grandezza dividono l’analisi in due parti: come ben evidenziato anche nell’ultimo articolo di Viscione (2018), nel breve periodo viene accettata l’idea che possano esservi fasi in cui il tasso di disoccupazione effettivo differisce dal NAWRU, ma nel lungo periodo si suppone che il sistema tenda verso il NAWRU, che viene messo alla stregua di un punto attrattore per il sistema economico.
Nel caso di tasso di disoccupazione effettivo diverso dal NAWRU si viene a configurare una situazione di unemployment gap, cioè di differenza tra la disoccupazione effettiva e quella giudicata strutturale. Questo gap nella disoccupazione si riverbera in un gap tra il PIL potenziale e il PIL effettivo. Tale differenza va a definire una grandezza fondamentale per le correzioni di finanza pubblica indicate da Bruxelles: l’output gap.
Tanto più l’output gap è elevato in valore assoluto, tanto più la Commissione permette all’Italia di fare deficit perché si ritiene che lo iato tra le due grandezze sia destinato ad assorbirsi nel corso del tempo, attraverso una quasi automatica tendenza del prodotto effettivo a quello potenziale. In una situazione del genere, dunque, la Commissione attribuisce al deficit una natura ciclica, che potremmo definire giustificata dalla congiuntura economica. Al contrario, quanto più il gap tende a chiudersi, tanto più l’Italia deve ridurre il proprio deficit convergendo verso il rispetto del saldo strutturale di bilancio in pareggio, visto che in corrispondenza di una situazione in cui l’economia si esprime al massimo potenziale l’Italia non può avere un disavanzo pubblico. Un metodo del genere risulta essere di non semplice interpretazione: infatti, seguendo MEF (2009), nella realizzazione delle politiche economiche, i policy-maker dovrebbero essere in grado di distinguere la natura congiunturale del deficit rispetto a quella strutturale.

9.2. Approfondiamo il tema con alcune osservazioni ed alcune domande sollevate in questo scritto di Aldo Barba (che vale la pena di leggere integralmente):

“…Nonostante la metodologia approvata dal Consiglio ECOFIN miri, attraverso l’uso di una funzione di produzione, a fare della nozione di crescita del prodotto potenziale qualcosa di più che una semplice estrapolazione del trend di crescita dagli andamenti ciclici della produzione effettiva, essa resta poco più che una media dei tassi di crescita registrati negli anni precedenti.
Una seconda e più sostanziale considerazione investe invece il significato da attribuire ad una nozione di crescita potenziale pari all’andamento medio della crescita effettivamente registrata.
Che vi sia una relazione tra produzione effettiva e produzione potenziale, quali che siano i limiti di misura della produzione potenziale, è cosa innegabile, dal momento che difficilmente le risorse produttive possono crescere permanentemente ad un tasso maggiore della produzione effettiva, essendo la seconda innanzitutto destinata a riprodurre le prime.
La questione centrale è piuttosto un’altra: è la produzione potenziale a vincolare quella effettiva oppure il contrario? Per usare l’espressione della BCE, se la produzione potenziale rappresenta le condizioni dell’offerta e quella effettiva quelle della domanda, è l’offerta a vincolare la domanda oppure il contrario?
 Secondo l’Unione, il trend di crescita potenziale è indipendente dalle condizioni della domanda ed è influenzabile dalle sole politiche strutturali del piano Europa 2020.
Le riforme contemplate dal piano individuano tre aree di intervento: mercato del lavoro, mercato dei prodotti, innovazione e conoscenza.
Quelle relative al mercato del lavoro mirano al contenimento delle imposte sui salariati, da conseguirsi attraverso la riduzione dei contributi pensionistici ed uno spostamento del carico fiscale dal lavoro ai consumi.
L’obiettivo dichiarato di queste misure è quello di accrescere, al contempo, il margine di profitto e il salario netto.

Tuttavia, difficilmente i salariati possono beneficiare della minor imposizione, a prescindere dalla loro forza contrattuale: se i salariati fossero infatti in grado di preservare i precedenti livelli salariali al lordo dell’imposizione, questo incremento sarebbe in ogni caso fittizio, traducendosi in minor salario differito e in forme contributive più regressivese, al contrario, e come le attuali condizioni distributive lasciano realisticamente pensare, il salario al lordo delle imposte si riducesse,con la detassazione, l’alleggerimento del carico fiscale sul lavoro si tradurrebbe in un minor salario netto.
Lo slogan “detassare l’impresa e il lavoro per accrescere la competitività” deve essere pertanto correttamente inteso come un mutamento del carico tributario tutto a favore dei margini di profitto, visto che, nel caso più favorevole ai salariati, lascerebbe immutate le retribuzioni nette.
Le misure relative al mercato dei prodotti dovrebbero conseguire la riduzione del mark up sui prodotti finali e quella dei costi amministrativi, rimandando quindi ad un ulteriore recupero dei margini di profitto da ottenersi grazie ad una riduzione dei redditi misti, dominanti proprio nei settori della distribuzione e dei servizi all’impresa.
Infine, l’azione volta al rafforzamento dell’innovazione e della conoscenza dovrebbe garantire crediti fiscali e sussidi al settore R&S, considerato strategico al fine di sostenere importanti processi di innovazione di prodotto e di processo.
10. Ogni problema pare dunque risolto: l’Italia, secondo i più recenti Country Report, avrebbe sostanzialmente colmato l’output gap e si trova in situazione prossima alla piena occupazione. L’inflazione non sia surriscaldata da “eccessi di domanda”: l’occupazione è ai suoi livelli (quasi) ottimali e ogni interferenza dell’azione espansiva della finanza pubblica va vista come inefficiente e inflattiva.
E certamente come non idonea ad aumentare il prodotto interno in modo corretto e stabile.
Anzi, il deficit risulterebbe destabilizzante, portando a effetti inflattivi determinati dalla creazione di occupazione in attività considerate, per presunzione normativa prima che per verifica empirica, non produttive nonché da pretese salariali eccessive ed ingiustificabili (appunto, denominate “rigidità del mercato del lavoro”): in concreto, ciò si rifletterebbe nel mero aumento del debito pubblico rispetto ad un Pil la cui crescita può essere momentaneamente drogata, ma che, nel medio e nel lungo periodo, porterà a perdita di competitività, aumento delle importazioni e disoccupazione.
11. Nell’intero svolgimento degli assunti a cui rinvia la concezione  europea del pareggio di bilancio e considerando l’intera impalcatura della struttura e delle dinamiche economiche fissate per standard supernormativo dalle istituzioni dell’eurozona, risaltano due “razionali”:
a) la crescita si ottiene sempre e soltanto per via della “innovazione tecnologica”, ovverosia l’offerta, purché tecnologicamente avanzata, (a prescindere da come tale giudizio sia formulabile in modo oggettivo), trova sempre il modo di determinare la sua stessa domanda (non importa dove, avendosi il “mercato-mondo” globalizzato a disposizione);
b) il consolidarsi statistico di qualsiasi livello di disoccupazione e di qualsiasi livello di trasformazione in capitale produttivo di qualsiasi livello di risparmio nazionale – purché non sia superato in eccesso il target inflattivo e sia garantita una crescita delle esportazioni, che contiene in sé la prova della capacità tecnologica innovativa dell’offerta nazionale -, costituisce “piena occupazione” ai sensi dell’art. 3, par.3 del Trattato sull’unione europea.
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Il mancato raggiungimento del target inflattivo per difetto, non rileva: non è prevista, rispetto a questa tautologia statistico-deduttiva, alcuna implicazione negativa della mancata crescita salariale. L’ideale, che viene assunto a dimostrazione della virtù dell’austerità fiscale, è la crescita dell’occupazione con il simultaneo, “curioso”, fenomeno della crescita dell’occupazione con un’inflazione stabile o, sempre più frequentemente, in calo.

Anzi: le riforme strutturali devono essere ulteriormente completate, tagliando il welfare, pubblico (pensioni, sanità, istruzione pubblica) in quanto distorsivo ed inefficiente nell’allocazione delle risorse che otterrebbe il settore privato; e, inoltre, riformando, in senso riduttivo del costo del personale e del numero degli occupati (mediante l’innovazione digitale!) il settore della pubblica amministrazione. 
La creazione di posti di lavoro è altrettanto affidata al riformismo strutturale: completare il riassetto del mercato del lavoro è prioritario, aumentando la “certezza” del licenziamento senza causa, affidando alla contrattazione aziendale,, fortemente localizzata e in assenza di intervento pubblico, la determinazione “atomizzata” delle retribuzioni.
Le tipologie di contratto di lavoro, gli orari e le modalità di svolgimento delle prestazioni, decono essere, in ogni modo e a qualsiasi costo, maggiormente flessibilizzate:, le aspettative di risparmio e di investimento delle famiglie, e le stesse possibilità di consumo, sono una variabile indipendente dall’equilibrio macroeconomico.
L’innovazione tecnologica e l’efficiente allocazione delle risorse in assenza di deficit del settore pubblico, provvederanno; chi non si ritrova in questo assetto socio-economico, è un perdente della globalizzazione, un inadatto all’ordine internazionale del mercato.
Gli si può riservare il reddito di cittadinanza (e la relativa “pensione” di cittadinanza) ma solo se graduata in funzione della “ricchezza”, costituita dal retaggio di abitazioni (non importa se ereditate, o fatiscenti, o non riscaldate) e se il “beneficiato” sia sottoponibile alla condizionalità “educativa” della flexicurity. E in ogni modo, il reddito di cittadinanza non deve incentivare un irrigidimento del salario di entrata sul mercato del lavoro, in modo da por fine alla deflazione salariale competitiva da cui dipende l’equilibrio del ciclo economico (statisticamente autoalimentato da qualsiasi livello di crescita e di occupazione che si stabilizzi per un periodo sufficientemente significativo).
11.1. Solo se e quando si sarà creato lo spazio fiscale risultante dalla completa attuazione delle riforme strutturali, e quindi quando sarà posta sotto controllo la spesa per pensioni, stipendi dei pubblici dipendenti, servizio sanitario pubblico, in modo da realizzare il pareggio strutturale di bilancio, – essendo per definizione mantenuta dinamicamente la piena occupazione deflattiva -, si potrà pensare a fare investimenti pubblici in eventuali infrastrutture che possano aumentare la produttività dal lato dell’offerta; ma solo a queste ristrette condizioni. Altrimenti, a rigore,, l’investimento pubblico dovrà essere aumentato, – ove ne fosse rappresentato il bisogno dal lato dell’offerta e per le esigenze della produttività e della competitività -, all’interno del pareggio di bilancio e ad ulteriore discapito della spesa corrente: quest’ultima va assunta come illimitatamente comprimibile, una volta abbattutto l’imbarazzo della disapplicazione sistematica delle norme della Costituzione in materia di tutela del lavoro e di prestazioni previdenziali e solidaristiche.
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Il pareggio di bilancio, ovvero, la teoria economica che lo considera come obiettivo di uno stabile equilibrio “ottimale” dell’economia e della convivenza sociale, ci proietta in un nuovo mondo  di  “piena occupazione”,, conforme al NAWRU, praticamente sempiterna (salvo schock esogeni che nascerebbero da condizioni di…irrazionalità in altre parti del mondo globalizzato e interconnesso, dove non si adotti prontamente e efficientemente lo stesso sistema di regole fiscali dell’eurozona, competitiva e esprtatrice): cioè,chi lavora lavora,ma non faccia storie premendo per ottenere aumenti salariali. Ci sarà sempre chi ancora non lavora (o non lavora più; o lavora a condizioni di povertà difficilmente protraibili) che sarà disciplinatamente disposto ad accettare una retribuzione non inflattiva, produttivistica e competitiva.. Almeno fino a che non si decida di redistribuire, forse, un giorno, la crescita reale della produttività.
Un mondo perfetto e privo di crisi congiunturali, tutte imputabili alla rigidità dei prezzi e alle spinte inflattive determinate dall’assetto “distorsivo” del mercato del lavoro e dai livelli di privilegio ingiustificato “spuntato” (in tristi fasi politiche “collettiviste”) col sistema previdenziale e la gratuità della sanità pubblica.
E un questo mondo dell’€uropa competitiva,un uomo responsabile e produttivisticamente efficiente, sarà vivificato dal contatto con la “durezza del vivere”, scevro da comportamenti parassitari e pretenziosi che, oltretutto, sono alla base del riscaldamento globale; e quest’uomo, umile e credibile, ragionevolmente remissivo e assuefatto alla virtù della sopportazione, imparerà a trovare il suo ruolo nel mondo, controllato e programmato, in futuro, dall’idolatria della digitalizzazione.
Amen.

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