Iran
Il coraggio della verità: la lezione di Leila a Firenze contro l’ipocrisia della sinistra
A Firenze un’attivista iraniana smaschera l’indignazione selettiva dei cortei pacifisti: la dura verità sui diritti umani negati da Teheran e i silenzi dell’Occidente.
Ci sono momenti in cui la realtà irrompe nel dibattito pubblico con una forza tale da mettere a nudo anni di silenzi, ambiguità e, diciamolo senza giri di parole, ipocrisie politiche. È accaduto a Firenze, sui lungarni, quando una donna iraniana, Leila Farahbakhsh, ha avuto il coraggio di interrompere un corteo per la pace promosso da varie sigle della sinistra pacifista per ricordare una verità che in troppe piazze europee si preferisce non vedere.
Il suo gesto non è stato una provocazione. È stato un atto di testimonianza.
Mentre la manifestazione denunciava l’intervento militare americano, Leila ha preso la parola e ha rivolto ai manifestanti una domanda tanto semplice quanto devastante: “Dove eravate quando il mio popolo veniva sterminato?” È una domanda che non riguarda soltanto quella piazza fiorentina. È una domanda che attraversa anni di dibattito pubblico europeo e che chiama in causa una contraddizione evidente: l’indignazione selettiva di una parte della sinistra occidentale che ama presentarsi come paladina dei diritti civili ma che troppo spesso ha mostrato una sorprendente capacità di distrarsi davanti alle violenze di regimi che non rientravano nel proprio schema ideologico.
Perché la domanda posta da Leila è inevitabile. Dove era questa sinistra quando le donne iraniane venivano picchiate, incarcerate e uccise per aver osato ribellarsi al velo imposto dal regime? Dove era quando giovani manifestanti venivano accecati durante le proteste? Dove era quando gli oppositori politici venivano impiccati nelle piazze come monito per un intero popolo? E soprattutto, dove era quando il regime iraniano perseguitava brutalmente il mondo omosessuale, incarcerando, torturando e perfino condannando a morte persone colpevoli soltanto della propria identità?
Questi fatti non sono una scoperta recente. Non sono tragedie improvvisamente apparse nei titoli dei giornali. Sono realtà denunciate da anni da organizzazioni internazionali, raccontate da dissidenti, testimoni e attivisti. Eppure per lungo tempo, in molte piazze europee, si è preferito guardare altrove.
Distratti da altre battaglie ideologiche, o forse semplicemente più interessati a costruire narrazioni geopolitiche semplificate che a confrontarsi con la complessità della realtà, molti hanno taciuto. Oppure hanno relativizzato. Hanno spiegato, contestualizzato, giustificato. È difficile non vedere, in tutto questo, una forma evidente di ipocrisia politica.
Perché i diritti umani non possono essere difesi a giorni alterni. Non possono diventare uno strumento retorico da usare contro alcuni governi mentre si tace di fronte alle violenze di altri.
È proprio questa ipocrisia che Leila Farahbakhsh ha avuto il coraggio di denunciare, guardando negli occhi una piazza che probabilmente non si aspettava di essere messa di fronte alle proprie contraddizioni. Leila non parla per teoria. Parla perché l’Iran è il suo Paese, perché lì vive la sua famiglia e perché conosce direttamente la realtà di una società soffocata da una teocrazia autoritaria.
Nel suo racconto non ci sono slogan ma fatti: comunicazioni interrotte, internet che funziona a intermittenza, amici arrestati, medici fermati per aver curato i feriti delle proteste, giovani che pagano con la vita il semplice desiderio di libertà. La sua non è una difesa della guerra. È una rivendicazione di verità. Non si può parlare di pace ignorando la repressione. Non si possono invocare i diritti umani a intermittenza. Non si può trasformare un popolo che lotta per la libertà in una pedina dentro le narrazioni ideologiche dell’Occidente.
Prendere la parola in una piazza ostile richiede una qualità sempre più rara nella vita pubblica contemporanea: il coraggio civile. Leila lo ha dimostrato. Ha avuto la forza di dire ciò che molti preferiscono non sentire. Ha ricordato che dietro ogni slogan esistono vite reali, famiglie, sofferenze. Ha rivendicato il diritto del popolo iraniano a non essere ridotto a simbolo dentro battaglie ideologiche combattute altrove.
Il suo gesto, in realtà, è molto più di un episodio di cronaca. È una lezione morale e politica per l’Europa. Perché chi vive nelle democrazie occidentali ha spesso il privilegio di discutere di geopolitica come se fosse una materia teorica. Ma per chi proviene da Paesi dove la libertà è repressa, la politica non è un esercizio accademico: è una questione di dignità, di libertà, talvolta perfino di sopravvivenza. Per questo la voce di Leila merita rispetto. Per questo il suo gesto merita riconoscimento.
In quella piazza di Firenze una donna ha rotto il silenzio e ha ricordato a tutti che la verità non può essere selettiva. A lei va il nostro più sincero apprezzamento per il coraggio dimostrato.
E con lo stesso rispetto e la stessa partecipazione auguriamo con tutto il cuore che un giorno non lontano Leila possa tornare nella sua Iran a testa alta, in un Paese finalmente libero, dove il suo popolo possa tornare a vivere, a sperare e a rifiorire nella libertà che merita.
You must be logged in to post a comment Login