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Il “contratto di governo” M5S-Lega. L’analisi in agro-dolce di BECCHI e PALMA

Si poteva fare di più? Certamente sì, ma col cappio al collo è già tanto quello che sono riusciti a scrivere. Non era facile con tutti contro e coi riflettori internazionali puntati addosso. La convergenza tra M5S e Lega ha riguardato i principali temi dei due programmi elettorali, dal reddito di cittadinanza – mitigato da una soluzione non assistenzialista – alla flat-tax, ammorbidita dalla progressività dell’imposizione fiscale prevista dalla Costituzione. Molto bene l’accordo sull’abrogazione degli strumenti invasivi di accertamento fiscale (redditometro, spesometro, etc), sull’abolizione dell’inversione dell’onere della prova (che spetterà sempre all’amministrazione finanziaria) e sulla previsione dei rimpatri con espresso richiamo allo stop al business dell’immigrazione. Particolarmente positiva è la convergenza, in tema di lavoro, sul reddito minimo al di sotto del quale non si potrà andare, dando attuazione al precetto costituzionale del reddito dignitoso per il lavoratore e la sua famiglia. Bene anche l’accordo sul superamento della Legge Fornero e sulla tutela del risparmio con espressa critica al sistema del bail-in. Ma il tema sul quale vorremmo porre l’accento è il nuovo rapporto che l’Italia avrà con l’Unione europea e con la moneta unica.
La prima versione del contratto prevedeva lo studio di strumenti tecnici ed economici idonei a poter uscire dall’euro con la possibilità di riappropriarci degli strumenti di sovranità monetaria. La bozza è stata divulgata martedì sera scatenando l’ira dell’establishment e dell’informazione di regime, ma con un comunicato congiunto M5S e Lega hanno presto informato che la bozza definitiva non prevedeva più quel punto specifico per evitare strumentalizzazioni. Il giorno successivo, mercoledì, lo spread è salito a 151 punti base e la Borsa di Milano ha chiuso in perdita. La Commissione europea è entrata a gamba tesa in casa nostra invitandoci a rispettare i vincoli di bilancio e il Financial Times ha definito i due partiti contraenti come “i moderni barbari”. Tutto previsto. Tutto come da manuale.
Non si può escludere che la bozza sia stata fatta uscire appositamente da 5Stelle e Lega “per vedere l’effetto che fa”. Di fronte al fuoco d’artiglieria i due partiti hanno quindi deciso di levigare il messaggio adottando un lessico più mite: “Con lo spirito di ritornare all’impostazione delle origini in cui gli Stati europei erano mossi da un genuino intento di pace, fratellanza, cooperazione e solidarietà si ritiene necessario rivedere, insieme ai partner europei, l’impianto della governance economica europea (politica monetaria, Patto di Stabilità e crescita, Fiscal compact, MES, procedura per gli equilibri macroeconomici eccessivi, etc) attualmente asimmetrico, basato sul predominio del mercato rispetto alla più vasta dimensione economica e sociale”. In pratica, andremo a Bruxelles a chiedere di poter fare l’interesse nazionale. Peccato che, rispetto alla penultima versione, il documento definitivo non prevede espressamente – nel capitolo che riguarda l’Ue – la revisione dei Trattati europei, soluzione spostata nel capitolo sul deficit. Certamente è sottointeso quando si parla di “rivedere”, così Mattarella non si spaventa.
Sul “rivedere” la politica monetaria, visto che il programma non specifica come, l’unica misura efficace che forse avranno pensato al tavolo di lavoro è quella che aveva proposto due anni fa il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, cioè creare due aree valutarie – una per l’Europa del Nord e l’altra per il Sud-Europa – con la possibilità per i Paesi del Sud di far fluttuare il cambio rispetto alla moneta del Nord. Diversamente, l’euro è destinato ad implodere (esito a noi caro). Probabilmente la Lega avrà preteso una formula lessicale più netta, ma forse più di così non si poteva fare.
Altrettanto morbida è la previsione, nella parte del contratto che riguarda le riforme istituzionali, di “una maggiore flessibilità dell’azione di governo in modo tale da poter far fronte efficacemente ai diversi cicli economici, prevedendo l’adeguamento della regola dell’equilibrio di bilancio, che rende oggettivamente impossibile un’efficace azione anticiclica dello Stato”. La regola dell’ “equilibrio di bilancio” altro non è che l’esatta dicitura prevista dall’art. 81 della Costituzione così come modificato nel 2012 con l’introduzione del cosiddetto vincolo del pareggio di bilancio. Il contratto di governo non dice espressamente di voler abrogare la riforma del 2012, ma la penultima versione prevedeva espressamente “il superamento della regola dell’equilibrio di bilancio” che – inserito all’interno del capitolo delle riforme istituzionali – poteva voler dire solo questo. Registriamo che la versione definitiva ha sostituito la parola “superamento” con “adeguamento”. Non è certo una parola a modificare il senso più ampio di un obiettivo, ma le parole sono importanti, soprattutto quando poi si dovrà passare alle azioni concrete.
Impossibile non notare un’altra soluzione lessicale edulcorata lì dove, per assicurare copertura finanziaria al programma di governo, è ammesso il ricorso all’indebitamento, cioè al deficit, attraverso la locuzione “un appropriato e limitato ricorso al deficit”. Anche qui c’è stato un maquillage dell’ultima ora con l’introduzione del termine “limitato” a fianco di “appropriato”. In altre parole significa che si andrà a Bruxelles per ricordare alla Commissione che Francia, Germania e Spagna hanno sempre speso in misura superiore al 3% del rapporto deficit/Pil ogni qualvolta lo hanno voluto, e che quindi lo potremo fare anche noi. Cosa Bruxelles ci dirà lo sappiamo già, pertanto bisognerà poi vedere se 5Stelle e Lega avranno la forza di fare l’interesse nazionale, il cui obiettivo è comunque confermato nel paragrafo che riguarda il “Coordinamento politico con l’Europa” dove è specificato lo scopo di “rappresentare al meglio gli interessi italiani in ambito europeo”.
Possiamo ritenerci soddisfatti, sempre nel capitolo delle riforme istituzionali, dell’ “affermazione del principio della prevalenza della nostra Costituzione sul diritto comunitario, in analogia al modello tedesco, fermo restando il rispetto dell’articolo 11 della Costituzione”. Non è espressamente prevista l’abrogazione della riforma costituzionale del 2001 che inserì all’art. 117 il rispetto da parte dell’Italia dei vincoli comunitari, ma richiamare in modo esplicito la prevalenza della nostra Costituzione sul diritto comunitario significa che i due contraenti hanno l’intenzione di rimediare alla sudditanza cui ci hanno condannato decenni di centro-sinistra. Il primato della Costituzione sul diritto originario dell’Ue è certamente uno dei punti del programma che tende al ripristino della sovranità costituzionale.
Positivo è il fatto che il contratto di governo preveda anche i cosiddetti minibot (nel capitolo dedicato al Fisco) nella parte in cui lo Stato, per favorire la compensazione tra crediti e debiti nei confronti della pubblica amministrazione, potrà ricorrere allo strumento dei “titoli di stato di piccolo taglio”.
Non ci piace invece il taglio “giustizialista” sulla riforma in materia penale, anche se rispetto alla bozza iniziale dobbiamo registrare una riformulazione meno aggressiva. Il punto chiave è la riforma della prescrizione dei reati e quella (in peius) della non punibilità “per particolare tenuità del fatto”. Un processo penale è già di per sé una sofferenza per l’imputato, che si vedrà sotto accusa per decenni a causa della probabile dilazione dei termini di prescrizione, così come andranno ad affollare le patrie galere anche i ladri di polli. Quanto ci mancano Beccaria e Filangieri.
Gli iscritti alla piattaforma Rousseau del M5S hanno votato ieri il testo del contratto con un esito plebiscitario: 92% di sì.
Oggi e domani le gazebarie della Lega. La scheda elettorale non riporta ovviamente il contenuto del contratto bensì l’indicazione di massima di alcuni capitoli, tra cui la “Ridiscussione di tutti i trattati europei e affermazione del principio di sovranità nazionale”. Dopo sei anni ininterrotti di asservimento al potere sovranazionale di Bruxelles e Francoforte, finalmente si torna a parlare di sovranità.

Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA


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