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Il calcio fallisce, i “dilettanti” vincono: la lezione che Gravina non ha capito

L’Italia fuori dai Mondiali per la terza volta svela il fallimento di un calcio ricco ma sprecone. Mentre i vertici federali si nascondono dietro la scusa del “professionismo”, i veri risultati arrivano dagli sport considerati “dilettanti”. Un’analisi economica e strutturale sul collasso del pallone e la lezione del vero sport.

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L’ennesima disfatta del calcio italiano non si è consumata soltanto sul campo. Il danno, stavolta, è stato doppio. Prima il crollo sportivo, con la terza esclusione consecutiva dal Mondiale, un’umiliazione che fotografa meglio di qualsiasi analisi lo stato terminale del nostro sistema calcistico. Poi il crollo istituzionale e morale, con le parole di Gabriele Gravina, che nel tentativo di difendere l’indifendibile ha finito per colpire proprio quella parte dello sport italiano che, al contrario del calcio, continua a vincere, convincere e tenere alto il prestigio del Paese.

La distinzione evocata dall’ex presidente federale tra calcio “sport professionistico” e altri sport “dilettantistici”, o comunque assimilabili a un mondo diverso, legato anche ai gruppi sportivi delle forze armate e delle forze dell’ordine, non è stata percepita come una precisazione tecnica. Ed era inevitabile che fosse così. Perché ci sono momenti in cui le parole non possono essere separate dal contesto. E il contesto era quello del più clamoroso fallimento della storia recente del calcio italiano.

In una situazione del genere, rifugiarsi dietro categorie formali significa una cosa sola: cercare di spostare il discorso, sottrarsi al giudizio, alzare una barriera di presunta superiorità proprio mentre si è appena toccato il fondo. Ed è questo che ha indignato gli italiani. Non una sottigliezza lessicale. Non una disputa giuridica. Ma il tono, il sottinteso, la spocchia di chi, dopo aver guidato il calcio italiano verso un nuovo baratro, ha ritenuto di poter impartire lezioni a discipline che negli ultimi anni hanno regalato all’Italia medaglie, titoli, record e orgoglio.

Certo, sul piano normativo le differenze esistono. È vero che molti atleti delle altre discipline vestono i colori dei gruppi sportivi militari o di polizia. Ma questo non attenua di un millimetro la gravità politica e simbolica di quelle parole. Semmai la aggrava. Perché richiamare quella distinzione nel giorno della disfatta significa mostrare di non aver capito nulla del sentimento del Paese. Significa non aver compreso che oggi gli italiani non si riconoscono più in un calcio strapagato, autoreferenziale e fallimentare, ma in quegli atleti che, spesso con mezzi limitati e visibilità incomparabilmente minore, continuano a portare la bandiera italiana sul podio.

È qui che emerge tutta la contraddizione, e anche tutta la miseria culturale, del sistema calcio. Da una parte c’è un mondo che si autodefinisce professionistico, che dispone di risorse gigantesche, di sponsor, diritti televisivi, strutture, apparati, consulenze, centri federali, stipendi milionari e protezioni di ogni tipo. Dall’altra c’è un universo sportivo molto più sobrio, molto più severo, molto più meritocratico, dove nessuno regala nulla a nessuno e dove il risultato resta l’unico vero giudice.

Ebbene, da anni il calcio italiano divora denaro e produce delusioni. Gli altri sport, invece, spesso con cifre incomparabilmente più modeste, producono risultati. Nel calcio girano i soldi, ma negli altri sport girano i risultati. È questo il punto che Gravina non ha capito, o ha finto di non capire. Perché il professionismo non è una formula notarile, non è un’etichetta da esibire nei convegni, non è un privilegio semantico da rivendicare davanti alle telecamere. Il professionismo, prima di tutto, è responsabilità. È cultura del risultato. È capacità di stare all’altezza dei mezzi di cui si dispone.

E allora viene da chiedersi chi siano davvero i professionisti. Quelli che, con bilanci enormi e un potere smisurato, non riescono neppure a qualificarsi per un Mondiale? Oppure quelli che si allenano in silenzio, senza il circo mediatico del pallone, e poi vincono in pista, in vasca, sul tatami, nei palazzetti, nelle palestre, sulle pedane, sui campi in terra battuta e nelle grandi arene del tennis internazionale?

Perché oggi l’Italia vince soprattutto lì. Vince dove il sacrificio conta ancora più della rendita. Vince dove il talento non viene soffocato da burocrazie, clientele e autoconservazione. Vince dove non basta pronunciare la parola “professionismo” per sentirsi assolti. Vince in discipline che il calcio ha guardato troppo spesso con sufficienza, salvo poi ritrovarsi umiliato dal confronto con chi lavora meglio, spende meno e ottiene infinitamente di più.

Il problema, in fondo, è tutto qui. Nel calcio italiano si è consolidata da tempo una struttura chiusa, autoreferenziale, impermeabile alla realtà. Un sistema nel quale il fallimento non travolge i responsabili, ma produce al massimo nuove alchimie di palazzo, nuove formule, nuovi alibi. Si perde, ma nessuno paga davvero. Si sbaglia, ma si resta al proprio posto. Si affonda, ma si continua a parlare come se bastasse il peso economico del calcio a garantirgli una superiorità naturale sul resto dello sport.

Non è più così. E forse non lo è mai stato. Perché gli altri sport, quelli frettolosamente archiviati sotto la voce “dilettanti”, hanno dimostrato di possedere esattamente ciò che il calcio ha smarrito: fame, disciplina, spirito di sacrificio, senso della maglia, rispetto del merito. E soprattutto hanno dimostrato che si può essere grandi anche senza sprechi, senza arroganza, senza l’ossessione del denaro come unica misura del valore.

Anzi, viene il sospetto che proprio l’eccesso di soldi abbia finito, nel calcio, per annacquare la fame, la determinazione e la responsabilità della voglia di vincere. Troppa abbondanza, troppi alibi, troppi interessi incrociati hanno progressivamente svuotato quel mondo della sua tensione agonistica più autentica. Altrove, invece, quella tensione è rimasta intatta. Perché altrove si compete davvero, si suda davvero, si risponde davvero dei propri risultati.

Ecco perché le parole di Gravina non sono state soltanto infelici. Sono state rivelatrici. Hanno mostrato la distanza siderale tra il vertice del calcio e la realtà del Paese. Hanno reso evidente quanto quel mondo sia ormai incapace non solo di vincere, ma perfino di comprendere dove oggi si annidino la credibilità, il merito e l’orgoglio nazionale.

Il vero paradosso è che mentre il calcio continua a rifugiarsi nelle definizioni, negli statuti e nelle autogiustificazioni, il resto dello sport italiano continua semplicemente a fare il proprio dovere: allenarsi, competere, soffrire e vincere. Senza clamore, senza supponenza, senza pretendere patenti di superiorità. L’Italia vera vince in silenzio, mentre il calcio continua a spiegare perché perde.

Ed è proprio da lì che bisognerebbe ripartire. Non dalle etichette giuridiche. Non dai bilanci gonfiati. Non dalle parole usate per coprire responsabilità che sono tutte politiche, sportive e dirigenziali. Ma da quel mondo spesso ignorato, eppure decisivo, che continua a rappresentare la parte più sana dello sport italiano.

Perché alla fine la differenza tra professionismo e dilettantismo non la stabiliscono le definizioni. La stabiliscono i risultati. E i risultati, oggi, parlano con una chiarezza impietosa.

Per questo a quei ragazzi e a quelle ragazze che, tra mille difficoltà, continuano a sacrificarsi, a competere e a vincere, va la gratitudine sincera di tutti gli italiani: perché sono loro, molto più di chi occupa poltrone e distribuisce etichette, a tenere ogni giorno alta con onore la bandiera dell’Italia.

Antonio Maria Rinaldi

Antonio Maria Rinaldi è stato direttore generale di SOFID,  capogruppo finanziaria di ENI e presidente di Trevi Holding, oltre che Professore di Finanza aziendale presso l’Università di Pescara e di Politica Economica presso la Link University. Europarlamentare dal 2019 al 2024.

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