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Il Brasile volta le spalle a Lula: perché i ceti popolari ora scommettono su Bolsonaro e sulla crescita

Lula perde 3,4 milioni di voti proprio tra i ceti popolari che aveva tirato fuori dalla povertà: soffocati dai tassi d’interesse e dal debito familiare, i nuovi lavoratori autonomi brasiliani voltano le spalle ai sussidi e spingono Flávio Bolsonaro verso la presidenza.

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Il voto per il ballottaggio presidenziale in Brasile segna la fine di un’epoca politica durata oltre vent’anni. Per la prima volta, la classe lavoratrice e gli ex beneficiari dei sussidi statali stanno abbandonando in massa la sinistra di Luiz Inácio Lula da Silva per consegnare il Paese alla destra di Flávio Bolsonaro, uscito vincitore dal primo turno con il 47,03% dei consensi.

Siamo di fonte a una mutazione profonda della società brasiliana. Chi fino a ieri sopravviveva grazie agli assegni statali oggi chiede meno burocrazia, credito accessibile e possibilità di fare impresa, mettendo all’angolo un presidente ottantenne apparso improvvisamente fuori tempo massimo. C’è una spinta neoproduttiva, contraria a quella assenzialistica di stile europeo.

Il paradosso del welfare: quando il sussidio non basta più

Per comprendere perché gli equilibri politici brasiliani si siano ribaltati, bisogna guardare a ciò che è accaduto nella pancia produttiva della più grande economia latinoamericana. Lula e il Partito dei Lavoratori (PT) hanno costruito la propria egemonia su cinque vittorie in sei elezioni presidenziali grazie a programmi di trasferimento monetario come Bolsa Família.

Quel modello ha funzionato per sollevare milioni di persone dalla povertà estrema, ma ha finito per generare gli anticorpi contro se stesso. I figli di chi riceveva il sussidio sono diventati avvocati, piccoli commercianti, artigiani o lavoratori della gig economy che non si accontentano più dell’elemosina di Stato.

Dal 2010 ad oggi, il numero dei lavoratori autonomi in Brasile è cresciuto di quindici volte, raggiungendo la cifra impressionante di 15 milioni di persone. Per questa nuova classe media precaria ma ambiziosa, la retorica paternalista della sinistra rappresenta un freno alle proprie aspirazioni di mobilità sociale piuttosto che una rete di protezione. Nello stesso tempo però Bolsa Familia è diventato uno strumento di distorsione elettorale, tanto che a due giorni dalle elezioni il governo ha usato il sistema per compiere dei pagamenti aggiuntivi, quasi a voler influenzare gli elettori:

Il cortocircuito economico: PIL in crescita ma famiglie soffocate dai debiti

Sulla carta, i numeri macroeconomici con cui Lula si è presentato alle urne avrebbero dovuto garantirgli una rielezione trionfale. L’esecutivo uscente vanta infatti indicatori apparentemente solidi:

  • Crescita del PIL: vicina al 10% complessivo nell’arco del mandato presidenziale.
  • Mercato del lavoro: disoccupazione scesa ai minimi storici accompagnata da un recupero dei salari reali.
  • Prezzi: inflazione formalmente riportata sotto controllo rispetto agli shock post-pandemici.

Perché allora il 50% dei brasiliani, secondo l’istituto Palver, ritiene he sia ora di cambiare? La risposta risiede nella distanza siderale tra le statistiche governative e il bilancio reale delle famiglie, schiacciate da una stretta monetaria feroce.

Per contenere l’inflazione a fronte di una spesa pubblica espansiva, i tassi di interesse sono rimasti a livelli proibitivi. Il debito pubblico viaggia ormai verso il 97% del PIL secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, ma il vero dramma è quello privato: oltre l’80% delle famiglie brasiliane fatica a ripagare i propri debiti.

Banca Centrale del Brasile: tassi d’interesse

Quando il costo del denaro divora il reddito disponibile per pagare rate, mutui e carte di credito, la crescita del PIL diventa un esercizio contabile astratto. Chi lavora in proprio vede il proprio potere d’acquisto eroso dal servizio del debito e percepisce lo Stato come un apparato costoso e inefficiente.

La svolta culturale e il fattore sicurezza

Accanto alla frustrazione finanziaria, il Brasile ha vissuto uno spostamento tettonico dei propri valori di riferimento. L’espansione economica dell’agrobusiness e la penetrazione capillare delle Chiese evangeliche nelle periferie urbane hanno plasmato un elettorato culturalmente conservatore, diffidente verso il dirigismo statale.

A questo si aggiunge l’emergenza sicurezza. Sebbene le statistiche ufficiali registrino un calo degli omicidi, la percezione quotidiana della criminalità e del controllo territoriale delle gang resta altissima. Flávio Bolsonaro ha saputo intercettare questa rabbia promettendo il pugno di ferro sul modello di Nayib Bukele in El Salvador e l’adesione all’iniziativa statunitense Shield of the Americas.

Inoltre, un vasto scandalo bancario e di traffico d’influenze esploso nelle ultime settimane di campagna elettorale ha tolto al PT qualsiasi residuo di superiorità morale. Il risultato del primo turno ha certificato un’emorragia di 3,4 milioni di voti per Lula rispetto al 2022, con cali vistosi persino nella storica roccaforte del Nord-Est e un’astensione record dal 1998.

CandidatoRisultato Primo TurnoMedia Sondaggi Ballottaggio
Flávio Bolsonaro (PL)47,03%45,00% – 46,00%
Luiz Inácio Lula da Silva (PT)45,16%44,00%
Indecisi / Bianche / Nulle7,81%10,00% – 11,00%

Questo scenario favorirà Bolsonaro nelle urne?

La matematica elettorale e i precedenti storici pendono nettamente a favore di Flávio Bolsonaro. Dalla fine della dittatura militare, nessun candidato uscito sconfitto al primo turno è mai riuscito a ribaltare il risultato al ballottaggio; inoltre, il Partito Liberale (PL) ha già conquistato il blocco più numeroso al Congresso, erodendo lo spazio dei partiti centristi.

Bolsonaro figlio ha condotto una campagna pragmatica: si è presentato come il custode della disciplina fiscale, promettendo tagli alle tasse, alla spesa pubblica e ai lacci burocratici, ma guardandosi bene dal toccare Bolsa Família. Una mossa astuta che rassicura le fasce più deboli mentre strizza l’occhio ai mercati e alle partite IVA.

Tuttavia, dare Lula per spacciato sarebbe un errore di sottovalutazione politica. Nelle ultime tre settimane il vecchio leader sindacale ha reagito con spregiudicatezza, aprendo i cordoni della borsa pubblica e facendo approvare in extremis una misura popolarissima per la riduzione dell’orario lavorativo settimanale.

La rimonta dell’ultim’ora ha ridotto il distacco a una manciata di punti percentuali, trasformando il voto in un testa a testa sul filo di lana. Anche in caso di miracolo elettorale di Lula, però, il verdetto politico è già scritto: con un Parlamento blindato dalla destra e un Paese spaccato a metà, chiunque siederà al palazzo di Planalto si troverà a governare una nazione ingessata e con margini fiscali ridotti al lumicino.

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