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I LAVORATORI INATTIVI: ITALIANI DIMENTICATI. (di Roberto Marsura)

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È uscito martedì 1 dicembre il dato ISTAT della disoccupazione in Italia del mese di ottobre 2015, il quale si attesta sul valore dell’11,5% e che vede rispetto al mese precedente un miglioramento pari allo 0,1%, che in valori assoluti corrisponde a 13mila unità. Sul mainstream siamo già ai toni trionfalistici:

ANSA: “Istat: disoccupazione ottobre 11,5%, minimi da 3 anni” (qui il link all’articolo).

L’asserzione dell’ANSA è in linea di massima accettabile, riferendosi essi probabilmente a tre anni fa come gennaio 2013, con la disoccupazione all’11,9%. A voler essere però rigorosi la disoccupazione di tre anni fa, ovvero di ottobre 2012, in realtà era leggermente migliore con un valore pari all’11,2%. Vediamo comunque in dettaglio il dato di ottobre 2015 e cerchiamo di capire cosa è successo rispetto al mese precedente.

Ottobre, un mese non molto incoraggiante

Il dato ISTAT di ottobre 2015 raffrontato a settembre è composto come nella tabella qui sotto.

TABELLA INATTIVILa disamina dei dati:

  1. Upside dei disoccupati da “zerovirgola”: come i tre mesi precedenti, anche il miglioramento del dato di disoccupazione di ottobre procede col passo dello 0,1%, il che significa che per tornare ai livelli di inizio crisi (shock Lehman Brothers, settembre 2008, disoccupazione al 6,8%) con tale spinta propulsiva ci vorrebbero ben 47 mesi, un tempo decisamente enorme per una situazione economica di estrema difficoltà come la nostra, che dopo anni di apnea necessita sempre più disperatamente di ossigeno. Spingendosi quindi oltre la prima cifra dopo lo zero, essendo purtroppo le differenze appartenenti al mondo del microcosmo, scopriamo che la differenza reale fra ottobre e settembre è pari a 11,54%-11,57%=0,03%. Insomma, la situazione è ancora peggio di quella presentata. ISTAT del resto lo dice nel suo comunicato stampa: “Il tasso di disoccupazione, pari all’11,5%, resta sostanzialmente invariato dopo il calo dei tre mesi precedenti.”

  2. Downside degli “occupati”: se da un lato si registra una diminuzione della popolazione dei disoccupati, è anche vero che si evidenzia una diminuzione ben più consistente degli occupati: oltre 38.500 unità in meno contro le poco più di 13mila “recuperate”.

  3. Downside degli “inattivi”: La diminuzione della disoccupazione accompagnata dalla diminuzione di occupazione è un dato globale in sé stridente, in quanto è logico pensare che se si alza l’una si abbassa l’altra, ma stridente non lo è più se si considera una terza categoria che entra nel computo statistico: quella degli inattivi. Nel documento che potete trovare qui, l’ISTAT definisce come inattivi: “le persone che non fanno parte delle forze di lavoro, ovvero quelle non classificate come occupate o disoccupate.” Gli inattivi, come i disoccupati non lavorando né autonomamente né presso terzi, sono una classe che non genera reddito. Lo spostamento di unità dalla posizione di disoccupato nel bacino degli inattivi, quando il disoccupato non è ricerca attivamente lavoro, rende possibile sia la diminuzione della disoccupazione che della occupazione. Il dato del mese di ottobre mostra che gli inattivi crescono di 32mila unità rispetto a settembre.

  4. Diminuisce la popolazione totale di riferimento: la popolazione complessiva delle persone occupate e di quelle potenzialmente occupabili cui fa capo la statistica in esame, composta appunto da occupati, disoccupati e inattivi diminuisce di quasi 19.500 unità. La variazione della popolazione totale, in positivo o in negativo, è un fenomeno che in misura più o meno considerevole si presenta ogni mese, in quanto nel range 15-64 anni della base statistica totale, costantemente entrano nuove unità (giovani) ed escono unità già presenti in precedenza (anziani).

 

Fornire la sola variazione del tasso di disoccupazione può essere un dato fuorviante

Fornire la sola informazione del tasso di variazione di disoccupazione in un particolare periodo è una rappresentazione dello stato di fatto incompleta e quindi tendenzialmente fuorviante. Infatti proprio per questo motivo anche alcuni quotidiani iniziano a riportare anche il resto dei valori forniti dall’ISTAT. Questo perché vi sono due fattori appena visti che entrano in gioco:

  • la categoria degli inattivi, che è a tutti gli effetti una classe di persone in “età da lavoro” ma non impiegate in attività di carattere redditizio

  • la popolazione totale di riferimento non è costante nel tempo.

Basandosi sul fatto che la somma algebrica delle variazioni fra occupati, disoccupati e inattivi deve essere nulla al netto della variazione della popolazione, cerchiamo di capire perché il tasso di variazione di disoccupazione potrebbe non essere un dato esaustivo per capire lo stato di salute del mercato del lavoro. Verifichiamo ciò usando proprio il dato di ottobre comparato a quello di settembre:

  1. fra settembre e ottobre si registra una perdita di 38.563 posti di lavoro

  2. poiché si sono persi posti di lavoro anziché guadagnarne dove i 13.263 “non più disoccupati” si sarebbero potuti ricollocare, questi stessi non possono che ricollocarsi negli inattivi o uscire dalla popolazione statistica o ripartirsi fra queste due classi. Consideriamo per comodità che si ricollochino integralmente fra gli inattivi.

  3. La differenza fra 32.336-13.263 da come risultato 19.073 che è il numero di inattivi cresciuti al netto del travaso ricevuto da parte dei disoccupati

  4. Il valore di 19.073 unità non può che arrivare dalla classe degli occupati dove sono stati persi 38.563 posti di lavoro. Questo perché la perdita di occupati non può essersi scaricata nella classe dei disoccupati in quanto quest’ultima sarebbe cresciuta in numero anziché diminuire.

  5. La differenza fra la perdita di 38.563 posti di lavoro e l’assorbimento dei 19.073 ad opera della classe degli inattivi è la popolazione che non si è ricollocata in nessuna delle tre classi e che quindi esce dalla popolazione complessiva della statistica in oggetto: -38.563+19.073=-19.490 che è esattamente il delta di popolazione totale fra settembre e ottobre.

Ora supponendo che i 19.490 siano usciti dalla statistica in quanto over 64 e siano passati per fortuna loro in regime pensionistico, ad ottobre restano comunque, anche se traslati nella classe a fianco, i 13.263 già precedentemente disoccupati a cui si sommano i 19.073 che ora divenuti inattivi smettono di percepire anche loro reddito. E tutto ciò purtroppo malgrado il dato della diminuzione dei “disoccupati” dello 0,1%, calcolato secondo la formula precedentemente esposta che, come si vede, tiene conto solo di una parte della popolazione statistica in età da lavoro, escludendo gli “inattivi”.

Aggregando i dati delle serie storiche ISTAT in “occupati + disoccupati” e “inattivi” si può notare come questa sorta di rimpallo numerico non sia un caso strettamente legato all’esercizio di cui sopra, ma sia costante nel tempo. Il rimpallo ovviamente non si presenta solo in di perdite, ma anche di guadagni occupazionali, in quanto il gioco funziona in entrambe le direzioni. Ciò lo si può evincere dal fatto che in un periodo ragionevolmente lungo le curve risultanti dai valori delle loro serie storiche (vedi grafico 1, periodo 2004 – 2015) tendono ad essere simmetriche: la crescita dell’una corrisponde alla decrescita in misura simile dell’altra.

INATTIVI GRAFICO

INATTIVI GRAFICO 2

La spendibilità del dato parziale
Quanto sin qui osservato non vuole assolutamente mettere in dubbio la validità del metodo di calcolo del tasso di disoccupazione, quale indicatore dello stato di salute occupazionale di un paese, tanto più che come si può osservare dal Grafico 2 in una finestra temporale di quasi 12 anni il computo è effettuato su una popolazione totale che cresce di poco (+2,53% da gen.2004 a ott.2015) con variazioni relative particolarmente contenute nel breve periodo. Si vuole però far notare come gli “inattivi” possono giocare un ruolo cuscinetto nel calcolo della percentuale di disoccupazione, percentuale “spendibile”, in genere politicamente, anche nel caso in cui vi sia, come abbiamo visto, un bilancio occupazionale complessivo negativo. Infatti, a dimostrazione di ciò, al dato di ottobre ha fatto seguito la dichiarazione di Taddei, responsabile economico del PD. Taddei, nella dichiarazione riportata dal Sole24Ore (link alla pagina) parla del +0,1% (ma che in verità è 0,03%) come un “tipico segnale di ripresa”, senza citare minimamente che quel valore deve essere accompagnato, per completezza di informazione, anche dal fatto che contemporaneamente si sono perse oltre 38mila posizioni lavorative, di cui circa 19mila passano nelle file degli inattivi mentre le rimanenti 19.490 scompaiono dalla popolazione statistica di riferimento.
Ancora Taddei nella stessa dichiarazione asserisce che il dato di ottobre dimostra il successo del Jobs Act (“il Jobs Act funziona”). Il Jobs Act è pienamente attivo da marzo 2015 (fino a prima lo era in parte) con il fattore cruciale dell’eliminazione dell’articolo 18 e quindi i suoi effetti complessivi si vedono da aprile in poi, dove infatti si registra un rimbalzo +153mila occupati, -32mila disoccupati e -108mila inattivi. Qui sotto la tabella con i dati ISTAT dei mesi di aprile e ottobre 2015 e i relativi delta fra i due mesi per una analisi sul breve periodo.INATTIVI TABELLA 2Se i risultati attuali, come dice Taddei si devono proprio al Jobs Act, allora grazie alla stessa legge negli ultimi sei mesi sono stati bruciati ben oltre 42mila posti di lavoro, ovvero quella particolare classe che nella statistica in esame produce reddito, sia per le persone stesse che la compongono, sia per le loro famiglie, sia per lo stato. Da ciò si può capire come il valore di -193,754 di disoccupati non è dovuto ad una loro ricollocazione in quanto il dato del delta degli occupati è negativo e non positivo (non c’è stato nessun riassorbimento), ma ad un travaso parziale dei numeri negli inattivi che salgono di 163.512 unità. Lo scarto rimanente di disoccupati è pari a -193,754+163.512=-30.242. Proprio questi 30.242 non “ricollocandosi” neppure negli inattivi sono destinati ad uscire dalla popolazione complessiva insieme ai 42.485 posti persi. La somma di questi ultimi due valori da il delta della popolazione pari a 72.727 unità le quali fuoriescono per incompatibilità con i criteri della serie statistica. Nonostante quanto detto, se ci si fermasse a guardare il tasso percentuale di disoccupazione che passa dal 12,2% di aprile all’11,5% di ottobre qualcuno in ambito politico potrebbe essere tentato di parlare di un piccolo trionfo.

Anche il risultato del Jobs Act di medio periodo, ottobre 2014 – ottobre 2015, non eccelle a differenza di quello che dice Taddei: dei 410.262 disoccupati in meno, solo 74.978 riescono a ricollocarsi (si spostano negli “occupati”), mentre 196.470 passano negli inattivi e i rimanenti 138.814 escono dalla popolazione statistica. Qui sotto la tabella 3 con i relativi valori ISTAT.

tabella inattivi 3

Nuovamente rapportandoci ai livelli di inizio crisi Lehman Brothers del settembre 2008, si osserva che allora i posti di lavoro erano 23.062.996 i quali rispetto al dato attuale di ottobre 2015 pari a 22.443.214 vantavano circa 620 mila unità in più. Considerando una progressione costante pari a quella registrata nel periodo della Tabella 3 pari a quasi 75 mila posti ci vorrebbero – in totale assenza di incidenti di percorso – oltre otto anni per recuperare il gap di occupazione e otto anni decisamente non ce li possiamo permettere.

Se come asserito da uno degli esponenti legato al Governo “il Jobs Act funziona”, c’è da aggiungere che visti i risultati funziona poco e male e questo come tutte le iniziative che si configurano nelle politiche di austerità. La riduzione delle tutele sul lavoro, la riduzione degli stipendi per rimanere competitivi e i tagli alla spesa pubblica imposte dalla Troika per il mantenimento in vita della moneta unica (“The Ecb is ready to do whatever it takes to preserve the euro”- M. Draghi), ci hanno portato come qui ben spiegato nel ciclo Frenkel, una sorta di avvitamento piatto economico, per il quale è bene decidersi quanto prima di tirare la maniglia di espulsione del proprio sedile per uscire dall’abitacolo del cambio fisso e dalle politiche che ne conseguono, per non schiantarci a terra con l’aereo di Bruxelles e della BCE ormai sempre più fuori controllo. E ciò non vale solo per l’Italia, ma per tutta l’eurozona, considerato sia il livello di deflazione complessivo raggiunto (vedi grafico BCE) sia la perdita di posti di lavoro in essa sempre più diffusa. Infatti la macchia nera ormai ha raggiunto anche la Finlandia che più volte nel passato è stata citata quale esempio di virtù. Per i rimanenti della zona Euro non ancora in crisi, è solo questione di tempo, in quanto un algoritmo cablato (nel caso: soldi esteri a debito senza flessibilità di cambio) da sempre lo stesso output. Per tutti.

Roberto Marsura

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