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I denti di Michelangelo….

 

In questi giorni di Salone del Libro ci permettiamo di parlare di qualche libro di tema vario. Oggi tocca a Marco Bussagli ed al suo “I denti di Michelangelo”, uno studio su una particolare anomalia fisica del grande Artista toscano. 

 

Di un autore celeberrimo come Michelangelo Buonarroti si dovrebbe ormai aver scritto di tutto e si dovrebbe conoscere tutto. Invece, lo studio di Marco Bussagli appena uscito per i tipi di Medusa, mette l’accento su un particolare che nessuno ha mai notato e che è sfuggito all’osservazione dei maggiori storici dell’arte di tutti i tempi i quali, per conseguenza, non ne hanno mai scritto, né nei secoli scorsi, né oggi, neanche dopo il lungo ciclo di restauri che ha interessato i suoi affreschi. Il grande artista, infatti, dipinge alcuni personaggi con un incisivo centrale nella chiostra dentaria superiore. Si tratta di figure notissime, dalla splendida Sibilla Delfica, al Giona della Cappella Sistina, fino a disegni altrettanto celebri, come La furia, intitolata pure emblematicamente L’anima dannata. Infatti, il valore che l’artista attribuisce a questa che è una vera anomalia anatomica (si chiama mesiodens) e che era nota anche all’amico medico Realdo Colombo (il quale ne scrive nel suo De re anatomica), è assolutamente negativo. Tuttavia, esiste una declinazione di questa negatività nella visione di Michelangelo che, per il Giona e la Sibilla, considera il quinto incisivo come il segno della condizione di coloro che sono nati ante Gratiam, ovvero prima della rivelazione di Cristo, secondo la visione di Gioacchino da Fiore. Al contrario, nel caso de La furia, il dente allude alla colpa e al male, così come accade per i peccatori che non hanno voluto guardare il Serpente di Bronzo nel pennacchio della Sistina dove Michelangelo rappresenta questo episodio biblico, oppure nel grande affresco del Giudizio Universale. Naturalmente, Michelangelo sapeva esattamente come era fatta un’arcata dentaria e quando lo riteneva opportuno, la dipingeva perfettamente, come nel caso della Madonna del Tondo Doni, oppure degli Angeli del Giudizio. Queste scelte del maestro, affondano le radici nella speculazione teologica di Ezechiele, di Gioacchino da Fiore, di Savonarola e del Beneficio di Cristo, scritto da Benedetto da Mantova nel 1543, ma nato dalle varie riflessioni degli Spirituali del Circolo di Viterbo che faceva capo alla marchesa di Pescara Vittoria Colonna e al cardinal Reginald Pole. Per questo il pensiero che sottintendeva quel testo influì sulla concezione teologica del grande affresco del Giudizio Universale dal quale emerge l’idea della predestinazione, proprio per la presenza del mesiodens. Infatti, il grande artista dipinge uno scheletro che, risorgendo, mostra il quinto incisivo a livello della struttura ossea. Questo vuol dire che quel personaggio era ‘predestinato’ al male, come tutti gli uomini che, con le loro azioni, voltano le spalle al Credo di Cristo.


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