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I castelli turchi costruiti sulle bolle – Oppure un economia fondata sul mattone di sabbia

 

Suona come un racconto di mille ed una notte, invece parliamo della più grande bolla speculativa dei nostri tempi. Il valore della lira turca in rispetto al dollaro è sceso a metà in meno d’un anno. A gennaio 2018 la Lira valeva ancora 22 centesimi, oggi siamo attorno a lit./0,15€. Standards and Poor’s ha valutato la Turchia come trash investment e i suoi titoli di stato come junk-bond, meno dei Argentina-Bonds ai tempi peggiori. Secondo il presidente turco si tratta di un complotto, l’élite finanziaria ce l’ha con la Turchia e soprattutto con la figura spesso ingombrante del suo capo di stato, ma è veramente così?

Gli analisti nostrani non sono interessati all’argomento, anche se a mio avviso è proprio una hot-news, una di quelle dal sapore sensazionalistico. Ad esempio ce un quartiere di Istanbul “Fikirtepe”, fino a 2 anni fa era profonda periferia, sulla parte asiatica della città. Abitazioni basse con massimo due piani, piccoli negozietti a conduzione familiare, un vicinato tipicamente mediterraneo dove tutti conoscono tutti e perlopiù sono residenti di Fikirtepe da generazioni. Questo quartiere, anzi villaggio divenne oggetto di speculazione immobiliare ancora nel 2015, quando esplose la super-bolla immobiliare anche grazie alle agevolazioni volute dalla AKP (il partito di maggioranza) e in particolare dal presidente Recep Tayyip Erdogan. Tant’è vero che le imprese edili sono praticamente esentate dal fisco, come anche le agenzie immobiliari, architetti, progettisti, ecc. ecc. L’inizio della bolla immobiliare fu proprio il progetto (scellerato) di Erdogan di sollevare l’economia turca investendo il più non posso in infrastrutture. In puro stile keynesiano si cominciò ad erigere ponti, multicomplex commerciali, metrò, aeroporti, treni veloci e megaopere una sull’altra.

Lo scopo era sia quello di risollevare la Turchia dopo la crisi economica del 2008, come anche ovviamente quello di attrarre gli investitori stranieri, che avvantaggiati dal dumping salariale e con un fisco più che favorevole, avrebbero dovuto portare le loro manifatture nel paese. Questo in parte è avvenuto ed eccovi la spiegazione per l’intensificarsi delle voci pro entrata nell’UE della Turchia. Comunque torniamo al nostro quartiere di periferia. A Fikirtepe avvenne una cosa particolare, nel 2016 gli abitanti furono praticamente costretti a (s)vendere le loro proprietà, contro la promessa di un appartamento di lusso in uno di questi nuovi grattacieli, che da lì a breve avrebbero dovuto essere costruiti. Ed effettivamente qualche palazzo è stato realizzato, prima che nel 2017/2018 venne lo spauracchio della crisi monetaria turca. Immobili comprati il giorno prima, a chiavi in mano valevano metà, gli investitori vennero a mancare, le imprese edili cominciarono a fallire e il vicinato di Fikirtepe, si ritrova espropriato delle loro case, senza l’appartamento di lusso promesso e ovviamente senza risarcimento economico. Nella foto vedete la manifestazione stabile dei protestanti, che simbolicamente hanno preso dimora in tenda davanti alle macerie delle proprie case. Il colmo è che Fikirtepe avrebbe cambiato nome in “Brooklin Dream”, dagli ex residenti sarcasticamente chiamata “Broken Dream”.

L’inflazione ha gravissime conseguenze sull’edilizia, infatti proprio la Turchia deve importare praticamente tutto quello che serve al settore, cominciando dagli elementi in acciaio, (la Turchia produce l’acciaio, ma non fabrica pezzi finiti), cemento e vetro. Evidentemente questi materiali costano oggi praticamente il doppio di quando sono stati progettati gli edifici e ancora non ce fine al vortice che ha cominciato a girare all’impazzata. Però se la crisi monetaria turca non era tanto prevedibile, ci sono dei fattori che erano ben più evidenti e calcolabili, come le tante infrastrutture deserte e in disuso, spesso reduci di progettazioni e previsioni completamente sbagliate.

Le ragioni per l’iperinflazione turca sono molteplici e hanno una lunga storia. Uno dei primi motivi però restano le azioni cicliche del regime di Erdogan, infatti l’economia turca correva troppo con una crescita che nel 2017 è stata superiore al 7%, alimentata dalla concessione di credito facile ad imprese e famiglie, oltreché sgravi fiscali all’edilizia e sull’immobile, tutto questo in una fase di surriscaldamento, quindi l’iperinflazione ne è solo la logica conseguenza. Ad ottobre 2018 è arrivata al record di 25%, al momento tocca il 21% e non ce tregua, soprattutto in vista delle elezioni comunali e distrettuali del 2019.

Vi vorrei illustrare un esempio, la città fantasma di Burj al Babas. Il costruttore “Sarot Group” volle attirare investitori esteri, specialmente sauditi, quando nel 2014 fu progettata questa città surreale, dove tutte le case sono simili (se non uguali) e ricordano il castello di Disney. Avete presente il castello di Neuschwanstein, il fake costruito da Ludovico II, il re eccentrico di Bavaria morto suicida nel laghetto di casa? Immaginate centinaia di miniature di quel castello, quello è Burj al Babas, si trova al piede delle montagne nel nordovest della Turchia e fino ad oggi non è abitata nemmeno una di queste villette. Il costruttore ha domandato la protezione speciale per creditori, dopodiché nemmeno metà delle villette sono state pagate. Il progetto è lontano dall’essere terminato e sono pendenti investimenti per il completamento di minimo 175 milioni di Euro. La cosa più assurda è che i ricchi sauditi che avrebbero dovuto essere gli acquisitori di queste villette, hanno perso l’interesse sia per le villette come anche per la Turchia, mentre per i residenti di questa zona rurale le case sono sia troppo care, come anche troppo scomode, oltreché ad essere veramente ridicole. Povero John Maynard, pare che sia stato completamente mal compreso…

Purtroppo la Turchia è piena di questi cementifici, l’economia di Erdogan si basa praticamente solo sul mattone ed è un esempio lampante perché è così fondamentale ad avere una giusta diversificazione macroeconomica, dove un settore va a sostegno dell’altro e non ci sono questi squilibri, che notoriamente portano tutto il sistema a crollare già con i primi sintomi di calo settoriale. Come e quando la Turchia verrà fuori dalla crisi economica è difficile da dire, anche perché in questo momento deve affrontare acque burrascose su diversi fronti. La crisi monetaria turca viene aggravata ulteriormente dal ribasso dell’economia globale, la crisi dei dazi la vede coinvolta come uno dei primi paesi, non essendo in linea con le politiche trumpiane ed essendo uno dei primi concorrenti della Cina nel settore manifatturiero. Inoltre se si solidifica un periodo di ribasso economico, certamente ne verrebbe a soffrire il turismo, che è l’unico settore forte della Turchia, tranne appunto l’edilizia e il mercato immobiliare.

In tutto questo mi meraviglia lo sforzo dei paesi nordeuropei di voler ammettere la Turchia al più presto nelle file dei paesi membri dell’Unione. Non mi pare che ci siano le condizioni al momento attuale, non avevano paura dell’iperinflazione? Oppure ce qualcuno che comincia a realizzare che l’Italia è un limone troppo grosso per poterlo schiacciare? Ovviamente questa è solo una mia ipotesi, ma ogni crisi ha i suoi perdenti e vincitori, chi guadagna sulla crisi Turca, chi sono i perdenti e chi i vincitori? A pensar male, spesso ci si azzecca e prevedo che i vincitori della crisi monetaria turca siano i soliti noti!


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