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Homs: l’enigma dell’iscrizione greca che svela il tempio perduto del Sole
Un’iscrizione greca “militare” ritrovata sotto il pavimento della Grande Moschea di Homs conferma la continuità millenaria del sito: prima tempio del Sole dell’Imperatore Elagabalo, poi chiesa e infine moschea. Una scoperta che svela i segreti dell’antica Emesa.

C’è una forma di pragmatismo storico, quasi una gestione economica dello spazio sacro, nel modo in cui le civiltà hanno edificato i propri simboli sopra quelli dei predecessori. Non si tratta solo di conquista, ma di una continuità che attraversa i millenni. Il caso di Homs, l’antica Emesa in Siria, è oggi al centro dell’attenzione archeologica mondiale grazie a uno studio del professor Maamoun Saleh Abdulkarim dell’Università di Sharjah, pubblicato sulla rivista scientifica Shedet.
Al centro della scoperta c’è un’iscrizione greca, rinvenuta su un massiccio blocco di granito alla base di una colonna all’interno della Grande Moschea di Homs. Questo reperto potrebbe essere l’anello mancante per confermare una teoria discussa per oltre un secolo: la moschea sorge esattamente dove un tempo brillava il leggendario Tempio di Elagabalus, il Sole invitto.
Un palinsesto di pietra: dal paganesimo all’Islam
La Grande Moschea di Homs è un edificio peculiare, noto per il suo design ovale e per essere stato, secondo le cronache, una chiesa dedicata a San Giovanni Battista prima dell’avvento dell’Islam. Tuttavia, il dubbio degli archeologi riguardava lo strato ancora più profondo. Si cercava la prova che il sito fosse il cuore pulsante del culto solare che rese Emesa celebre in tutto l’Impero Romano.
L’iscrizione, documentata con precisione solo di recente a causa delle turbolenze che hanno colpito la regione, presenta un testo dal tono eroico e militaresco. Vi si descrive un sovrano guerriero paragonato alla forza del vento, alla furia della tempesta e all’agilità del leopardo, intento a imporre tributi e sconfiggere nemici con autorità regale.
La figura di Elagabalo e l’identità di Emesa
Emesa non era una città di provincia qualunque; era un nodo strategico fondamentale per le rotte commerciali tra Antiochia, Damasco e il Levante. La sua economia e la sua politica erano indissolubilmente legate al sacerdozio del dio solare. Il prestigio di questo culto fu tale che uno dei suoi sommi sacerdoti, il giovane Marco Aurelio Antonino, ascese al trono di Roma nel 218 d.C., passando alla storia con il nome della divinità stessa: Elagabalo.
L’Imperatore tentò di imporre il dio di Emesa come divinità suprema dell’Impero, portando con sé a Roma persino la pietra nera (un betilo) che rappresentava il Sole. La nuova iscrizione greca, pur non essendo un trattato teologico, fornisce indizi epigrafici che collegano la struttura della moschea a un precedente edificio pubblico di epoca romana di enorme importanza, rafforzando l’ipotesi della “stratificazione spaziale”.
L’analisi tecnica: il greco che parla aramaico
Un dettaglio che affascina gli esperti di epigrafia è la qualità della scrittura. Il testo è inciso in modo simmetrico e formale, tipico delle dediche commemorative, ma presenta curiose deviazioni grammaticali e ortografiche. Questi “errori” non sono casuali: rivelano il substrato linguistico della popolazione locale, che pur utilizzando il greco per gli atti ufficiali e la retorica imperiale, continuava a pensare e parlare in siriaco (aramaico).
Il professor Abdulkarim sottolinea come questa scoperta dimostri che la transizione religiosa non fu un trauma improvviso, ma una negoziazione secolare. Il tempio pagano non scomparve nel nulla; fu reinterpretato come spazio cristiano nel IV secolo e successivamente trasformato in moschea dopo la conquista islamica, seguendo un’evoluzione documentata anche dagli storici arabi medievali.
In definitiva, Homs ci insegna che le città tendono ad adattare il proprio passato piuttosto che cancellarlo. Ogni fede che è passata da queste terre ha lasciato la sua firma sulla stessa pietra, rendendo la Grande Moschea non solo un luogo di culto, ma un archivio vivente della storia del Vicino Oriente.










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