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Groenlandia, il ghiaccio e il potere: la verità che emerge a Davos

A Davos emerge la verità geopolitica: l’interesse USA per la Groenlandia non era una follia. La NATO ammette i limiti europei di fronte a Russia e Cina. Ecco perché Washington prenderà il controllo strategico dell’isola.

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Quando Donald Trump evocò per la prima volta l’idea di “comprare” la Groenlandia, l’Europa reagì con sufficienza, scambiando una provocazione geopolitica per una bizzarria comunicativa. Oggi, 21 gennaio 2025, mentre Trump si appresta a intervenire a Davos davanti ai partner europei, quella proposta appare per ciò che era fin dall’inizio: una forzatura lessicale per portare alla luce una verità strategica che il continente preferisce non affrontare.

L’errore europeo è stato, ancora una volta, valutare la Groenlandia con le categorie sbagliate: costi di estrazione, difficoltà climatiche, ritorni economici incerti. Tutti elementi reali, ma secondari. La storia insegna che le grandi potenze non si muovono per profitto immediato, bensì per controllo dello spazio. È accaduto con gli stretti marittimi dell’Impero britannico, con Panama e Suez per gli Stati Uniti, con il Medio Oriente prima ancora della piena valorizzazione petrolifera. L’Artico rappresenta oggi la stessa logica, traslata su un nuovo teatro.

La Groenlandia è una piattaforma strategica tra Nord America ed Eurasia. Domina l’Artico occidentale e le rotte polari destinate ad acquisire crescente rilevanza con il progressivo scioglimento dei ghiacci. Non è una scoperta recente: già durante la Seconda guerra mondiale Washington ne comprese il valore, e nella Guerra fredda la base di Thule divenne uno snodo cruciale del sistema di allerta missilistica contro l’Unione Sovietica. Ogni volta che l’ordine internazionale entra in una fase di competizione sistemica, la Groenlandia torna al centro della scacchiera.

Oggi quella competizione è evidente. La Russia ha militarizzato l’Artico, rafforzando basi, radar e flotta polare. La Cina si è autodefinita “near-Arctic state” e investe con metodo in infrastrutture, ricerca e accesso alle risorse. In questo contesto, l’interesse americano non è negoziabile: perdere influenza sulla Groenlandia significherebbe aprire un varco strategico difficilmente colmabile.

Le risorse dell’isola – terre rare, uranio, minerali critici – rafforzano questa lettura, ma non la determinano. Il punto non è estrarre oggi, bensì impedire che domani tali risorse diventino strumenti di pressione geopolitica nelle mani altrui. Washington ha compreso che la dipendenza dalle catene di approvvigionamento controllate da Pechino è una vulnerabilità strategica. La Groenlandia è, in questa prospettiva, una garanzia sul futuro.

Al di là dei toni accesi ed estremi di Trump, una via di mezzo esiste ed è già storicamente praticata: mantenere lo status quo formale con la Danimarca, ma concedere agli Stati Uniti una presenza militare e logistica ampia e strutturata sull’isola. Controllo sostanziale senza annessione, potere reale senza rotture giuridiche. Una soluzione che rispetta le apparenze, ma risponde alla realtà dei rapporti di forza.

Non è un caso che proprio in queste ore arrivi un endorsement politicamente dirompente. Mark Rutte, ex premier olandese e oggi segretario generale della NATO, ha affermato senza ambiguità che Trump ha ragione: l’Europa non è in grado di difendere la Groenlandia da Russia e Cina. Il rischio, ha implicitamente ammesso, è perderla, con tutte le conseguenze geopolitiche che ne deriverebbero. Gli Stati Uniti restano gli unici attori capaci di garantirne la sicurezza.

Questa ammissione è devastante per la retorica europea. L’Unione Europea ha già dimostrato, con la crisi ucraina, di non possedere autonomia strategica: dipendenza militare da Washington, lentezza decisionale, assenza di deterrenza credibile. Se fatica a incidere sul proprio continente, pensare che possa difendere un teatro artico remoto e complesso è pura illusione.

Ecco perché l’ipotesi di un accordo – sovranità formale danese, partnership politica europea, presenza militare americana rafforzata – appare oggi non come una resa, ma come l’unico compromesso razionale. Tutto il resto è retorica. Le prossime ore, con l’intervento di Trump a Davos, chiariranno se l’Europa intenda finalmente prendere atto della realtà o continuare a nascondersi dietro formule vuote.

La Groenlandia non è un capriccio trumpiano. È il simbolo di un mondo che torna a parlare il linguaggio del potere. Chi non lo comprende, rischia di subirlo.

Antonio Maria Rinaldi

Domande e risposte

Perché la Groenlandia è così importante per gli Stati Uniti? La Groenlandia non è solo un’enorme isola ghiacciata, ma una piattaforma strategica fondamentale. Geograficamente si trova tra il Nord America e l’Eurasia, permettendo il controllo delle rotte polari che, con lo scioglimento dei ghiacci, diventeranno cruciali per il commercio e la marina militare. Inoltre, ospita la base di Thule, essenziale per il sistema di allerta missilistico USA. Infine, il suo sottosuolo è ricco di terre rare e minerali critici che Washington vuole sottrarre all’influenza della Cina, riducendo la dipendenza dalle catene di approvvigionamento di Pechino.

Cosa ha ammesso Mark Rutte riguardo alla difesa dell’Artico? Mark Rutte, Segretario Generale della NATO, ha riconosciuto implicitamente che l’Europa non possiede le capacità militari e logistiche per difendere efficacemente la Groenlandia dalle mire espansionistiche di Russia e Cina. La sua dichiarazione supporta la visione di Trump: solo gli Stati Uniti hanno la forza di proiezione necessaria per garantire la sicurezza dell’isola. Questa ammissione sottolinea il fallimento dell’idea di “autonomia strategica” europea, evidenziando come il Vecchio Continente dipenda ancora totalmente dall’ombrello protettivo americano per la sicurezza dei teatri più complessi.

L’ipotesi di Trump significa che la Groenlandia diventerà territorio americano? Non necessariamente nel senso di un’annessione formale come se fosse il 51esimo stato. Sebbene il linguaggio di Trump (“comprare”) sia provocatorio, la soluzione politica più probabile e razionale è un accordo ibrido. La Danimarca manterrebbe la sovranità formale e la bandiera, salvaguardando il diritto internazionale, mentre agli Stati Uniti verrebbe concesso un controllo sostanziale attraverso una presenza militare estesa e l’uso esclusivo di infrastrutture strategiche. È una formula che garantisce a Washington il controllo geopolitico senza causare una rottura diplomatica totale con l’Europa.

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