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Germania, il grande azzardo fiscale: su l’IVA al 21% per tagliare l’Irpef. Un autogol per i consumi che colpirebbe anche l’Italia?
Il governo tedesco valuta un balzo dell’IVA fino al 22% per finanziare il taglio delle tasse sul reddito. Un rischio per i consumi e un assist per i falchi della BCE che potrebbe danneggiarci direttamente: l’analisi economica.

Berlino ci riprova. In un clima economico già appesantito dalle tensioni energetiche derivanti dal conflitto con l’Iran, il governo tedesco guidato dal Cancelliere Friedrich Merz sta valutando una manovra fiscale di stampo ortodosso che però ora sarebbe fortemente prociclico: spostare il carico tributario dai redditi ai consumi. L’idea di fondo, attualmente in fase di accesa discussione all’interno della coalizione, prevede un balzo dell’Imposta sul Valore Aggiunto (IVA) di due o tre punti percentuali, al fine di finanziare un robusto taglio delle imposte dirette. Una mossa con pesanti effetti in Germania, ma anche in tutti gli altri Pesi UE, Italia compresa.
I falchi del bilancio guardano con favore alla mossa, ma le conseguenze macroeconomiche potrebbero rivelarsi un vero e proprio boomerang per la domanda aggregata.
La proposta sul tavolo si articola in una serie di interventi incrociati, che possiamo riassumere nei seguenti punti chiave:
- Aumento dell’aliquota ordinaria: passaggio dal 19% al 21% (o addirittura al 22%).
- Gettito aggiuntivo: stimato intorno ai 31-32 miliardi di euro annui.
- Taglio del cuneo fiscale: riduzione dei contributi sociali e dell’imposta sul reddito, con un risparmio stimato tra i 300 e i 400 euro annui per i lavoratori medi, oltre all’innalzamento delle soglie per lo scaglione massimo caldeggiato dalla CDU.
- Aliquota agevolata: per bilanciare l’impatto regressivo, l’IVA ridotta scenderebbe dal 7% al 4%, con l’introduzione di un’aliquota zero per i generi alimentari di base, su forte spinta della SPD di Lars Klingbeil.
Ecco come cambierebbe il quadro dell’imposizione indiretta tedesca:
| Parametro Fiscale | Situazione Attuale | Proposta di Riforma |
| IVA Ordinaria | 19% | 21% – 22% |
| IVA Agevolata | 7% | 4% |
| Beni Alimentari di Base | 7% | 0% |
| Impatto sul Gettito | – | + 31/32 miliardi di € |
A prima vista, la compensazione sembra reggere, ma l’economia reale risponde a logiche più complesse dei semplici fogli di calcolo ministeriali. Come fa notare Marcel Fratzscher, presidente del DIW, e come confermato dal professor Alfons Weichenrieder, l’IVA è l’imposta regressiva per eccellenza. Il famoso “1% più ricco” ha un tasso di risparmio del 30% e risente marginalmente dei rincari, mentre le fasce a reddito medio-basso consumano quasi tutta la loro disponibilità mensile. Tassare i consumi significa deprimere la domanda interna esattamente quando i cittadini sono già spaventati dal caro-energia.
Il precedente del 2007 dovrebbe fungere da monito. All’epoca, l’aumento dell’IVA dal 16% al 19% generò, secondo la Bundesbank, un rincaro generalizzato, frenando sensibilmente la ripresa del mercato interno e contribuendo a quasi 1,4 punti percentuali di inflazione. L’Istituto IFO considera l’IVA meno dannosa per la crescita rispetto alle imposte dirette, ma in una fase di sfiducia generalizzata, la “paralisi da shock” dei consumatori è un rischio tangibile. In questo momento avrebbe una spinta stagflazionistica esterna che si viene a sommare a una stagflazionistica interna. Le coneguenze per disoccupati, poveri, pensionati e, in generale, per i consumi rischia di essere devastante. Nonostante questo il governo ne parla apertamente. La contrazione dei consumi non colpirebbe solo la Germania, ma, per l’effetto tracimazione, si allargherebbe a tutta l’Area UE, perché tutti vedrebbero calare il proprio export verso Berlino. Anche le nostre aziende ne pagherebbero il prezzo.
Infine, vi è il nodo più critico: la Banca Centrale Europea. L’aumento dell’IVA farebbe inevitabilmente impennare l’inflazione al consumo in modo artificiale. Ed è qui che scatta la trappola. Di fronte a un indice dei prezzi in salita, la BCE si troverebbe sotto un’enorme pressione psicologica e mediatica. Non mancherebbero, infatti, gli economisti meno sensati pronti a invocare, o giustificare, il mantenimento di tassi di interesse elevati per raffreddare un’inflazione che, in realtà, sarebbe puramente fiscale e non da surriscaldamento della domanda. Un doppio colpo per l’economia: consumi depressi dallo Stato e credito strozzato dalla banca centrale che, tra l’altro, colpirebbe tutta l’Europa, anche noi, direttamente. Un capolavoro di miopia economica.
L’autore Fabio Lugano è laureato con il massimo dei voti alla Bocconi , è un esperto di mercati, criptovalute e intelligenza artificiale. In passato è stato consulente al Parlamento Europeo e al Ministero per gli Affari Europei. Oggi aiuta le aziende a creare piani di sviluppo per l’innovazione tecnologica e per l’energia. Linkedin a questo link







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