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Gay, matrimoni, uteri e figli: dibattito di basso profilo (di Davide Amerio)

 

panzone e gay

Quando si parla di omosessualità, matrimonio, figli, della “famiglia” insomma, sia quella “tradizionale” o quella delle unioni civili, si apre un finto “dibattito”, al limite dell’isteria collettiva. Si mescolano convinzioni, pregiudizi, anatemi, interessi politici, precetti religiosi, timori, paure, processi alle intenzioni e tradizionalismi. Insomma, proprio non ce la facciamo a discutere con un po’ di distacco, di obbiettività; non riusciamo a esaminare con serenità un problema complesso sul quale esercitare il “dubbio” della ragione anziché la partigianeria delle proprie convinzioni.

Che ciascuno abbia una “propria” opinione è fuor di dubbio. Analiticamente però, formare un’opinione dovrebbe essere un “processo” con il quale si esaminano i diversi aspetti del problema e si argomenta. Essere “convinti” delle proprie ragioni non significa “aver ragione”.

Perché in altri paesi, più a nord, si è da tempo trovata una soluzione (magari non la migliore possibile) per stabilizzare i diritti delle coppie omosessuali? Inutile nascondersi dietro un filo d’erba come farebbe un elefante stupido. Il Vaticano, il cattolicesimo con la sua dottrina – da sempre integralista,- e la sua ingerenza nelle sfere della politica impediscono la piena distinzione tra ciò che è laico e ciò che appartiene alla religione. I confini vengono continuamente spostati a seconda della convenienze e delle opportunità politiche, nonchè delle pressioni.

In uno Stato “laico” problemi come divorzio, aborto, matrimonio, figli, vengono esaminati alla luce dei “diritti e dei doveri” del cittadino senza distinzione di razza, sesso, preferenza sessuale o appartenenza politica. In uno Stato “confessionale” i diritti vengono subordinati alla dottrina della religione, alle convinzioni popolari, ai miti, ai pregiudizi e vengono sempre ignorate le minoranze.

Un’altra sostanziale differenza tra i due modelli di Stato concerne la “proibizione”: quello confessionale “proibisce” pratiche e pensieri fuori dalla dottrina; quello laico “regolamenta” gli stessi affinché tutti possano esercitare liberamente le proprie scelte di vita senza arrecare danno o pregiudizio a quelle degli altri.

La “proibizione” è sempre perdente nella storia dell’umanità; anche quando imposta con le migliori intenzioni (di cui sono lastricate le vie dell’inferno…). Tutti gli interventi atti a proibire scelte che attengono la sfera personale conducono a degenerazioni o complicazioni ben peggiori dei mali che si volevano curare.

Si tratti di droga, alcol, fumo, uteri in affitto, adozioni, procreazione eterologa, il discorso non cambia (per quanto possa sembrare strano e azzardato). La proibizione favorisce sempre i “ricchi” o i benestanti, che possono permettersi (anche con sacrifici) di recarsi altrove per esercitare i propri diritti. Viceversa chi ha limitazioni di disponibilità viene condannato alla rinuncia. E certi politici vedono in questo una “vittoria”.

La contrapposizione tra la “famiglia tradizionale” e quella omosessuale è un dibattito sterile se non si distingue la dottrina della “fede” dalla laicità. La prima può essere scelta e esercitata liberamente ma, in uno Stato laico, non può impedire la costruzione della seconda che “deve” essere opportunamente regolamentata per non impedire il diritto all’amore e alla felicità di una parte della popolazione.

Che l’esistenza o la “parificazione” della seconda rispetto alla prima, comprometta questa nelle sue peculiarità, è un falso: si confonde in questo caso la dottrina (cui lo Stato riconosce libertà di esercizio) con la regolamentazione dei diritti di tutti.

Lo stralcio della possibilità dell’adozione da parte di genitori omo di un figlio precedente, è stata vincolata a un vero e proprio “processo alle intenzioni”; ovvero impedire preventivamente l’adozione di figli da parte di coppie gay tout court; compreso l’utero in affitto.

Qui torniamo all’ipocrisia della posizione proibizionista che si illude di impedire l’esercizio dei diritti e dei desideri e li subordina alla dottrina. Il desiderio di maternità o paternità appartiene alla persona a prescindere dalle preferenze sessuali. Si rimanda al bel servizio delle “Iene” trasmesso nelle settimane scorse; dimostra la fallacia delle argomentazioni che attribuiscono ai bambini “traumi” in quanto figli di coppie gay.

Il nostro paese vanta eventi drammatici, come numero e come efferratezza, all’interno della famiglia “tradizionale”: violenze, stupri, omicidi, di adulti e di minori. La prostituzione dilaga nelle strade e negli ambienti chic. Manteniamo una buona posizione nelle classifiche internazionali per il turismo sessuale su minori. Lo scandalo dei preti pedofili si è abbattuto come un tornado sul Vaticano; motivo per il quale oggi abbiamo due Papi (non lo sapete vero?) in quanto il precedente se perdesse il suo status di Papa dovrebbe affrontare un bel po’ di processi negli Stati Uniti per aver coperto i casi di pedofilia sui minori.

Non mi pare che ci siano tutti questi presupposti per condannare ferocemente la “morale” degli altri. Ci sono certo problemi da affrontare e che richiedono tempo. Ma non confondiamo questa necessità con l’imposizione delle convinzioni discese dalla dottrina del Vaticano.

Abbiamo davvero paura che siano i bambini quelli che vengono traumatizzati da eventuali genitori gay o lo sono piuttosto gli adulti infarciti di pregiudizi? I bambini cresciuti con amore e equilibrio (da qualunque parte provenga) diventano adulti tolleranti e amorevoli. I bambini non fanno le guerre, nè di religione, nè di razza, nè di sesso; agiscono per empatia e privi di pregiudizio verso il prossimo. Sono gli adulti che si illudono di essere sempre dalla parte della ragione.

Davide Amerio

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