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Energia

Gas: addio Nord Africa, il futuro è a Sud. Il nuovo corridoio GNL Sub-Sahariano e la scommessa della Tanzania

Il mondo reale – quello che produce energia e muove le industrie – sta ridisegnando la mappa globale degli idrocarburi, non pensa alla decarbonizzazione. Mentre i giacimenti storici si esauriscono, un nuovo corridoio energetico sub-sahariano sta per cambiare gli equilibri mondiali.

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Per decenni abbiamo guardato all’Africa settentrionale – Algeria, Egitto, Libia – come al nostro cortile energetico di casa. Ma la geografia del gas sta cambiando radicalmente, spostando il baricentro molto più a sud, verso l’Africa Sub-Sahariana. È qui, lontano dalle coste del Mediterraneo, che si sta giocando la vera partita per la sicurezza energetica dei prossimi vent’anni.

L’Europa ha fame di gas, l’Asia ne ha ancora di più, e le riserve tradizionali non bastano. È in questo contesto che emerge un nuovo corridoio del GNL (Gas Naturale Liquefatto) che si estende dalla Nigeria al Mozambico, fino a toccare la Tanzania, vera “bella addormentata” che sta per svegliarsi con un potenziale di esportazione capace di riscrivere gli equilibri economici della regione.

Ma ha davvero senso economico tutto questo fervore, o siamo di fronte all’ennesima bolla di investimenti guidata dalla disperazione geopolitica? Analizziamo i fatti, i numeri e gli attori di questa gigantesca partita a scacchi.

Il Tramonto del Nord e l’Alba del Sud

Gli esperti energetici lo ripetono da anni, quasi come un mantra inascoltato dai burocrati europei: il gas naturale sarà l’unico combustibile fossile a vedere una crescita significativa nel mix energetico globale primario nei prossimi anni. Funziona come “combustibile ponte” grazie alle minori emissioni rispetto a carbone e petrolio, e offre quella flessibilità indispensabile per la stabilità della rete, specialmente come backup per le rinnovabili intermittenti.

Tuttavia, i hub tradizionali del continente – Egitto, Algeria e Libia – sono destinati a passare gradualmente in secondo piano. Perché? Semplice demografia ed economia interna: questi paesi hanno una popolazione in crescita esplosiva e una domanda interna di energia che cannibalizza le capacità di esportazione.

L’Africa Sub-Sahariana, al contrario, ospita oltre il 70% delle risorse recuperabili del continente e si prevede che guiderà gran parte della crescita della produzione. Le previsioni sono impressionanti:

  • Le esportazioni di GNL dall’Africa Sub-Sahariana dovrebbero balzare di circa il 175% entro il 2034.
  • Si passerebbe dai 35,7 miliardi di metri cubi (bcm) del 2024 a ben 98 bcm all’anno.

Non stiamo parlando di spiccioli, ma di volumi capaci di influenzare il prezzo del gas al TTF di Amsterdam e sui mercati asiatici.

Nigeria: Il Gigante si Sveglia (Forse)

La nuova frontiera del gas africano è dominata in prima battuta dalla Nigeria e dalla sua iniziativa “Decade of Gas“. Lanciata nel 2021, questa strategia nazionale mira a sfruttare le vaste riserve di gas naturale del paese (oltre 200 trilioni di piedi cubi, o Tcf) per trasformare l’economia, spingere l’industrializzazione e ridurre la povertà energetica entro il 2030.

L’iniziativa ha innescato riforme cruciali, in particolare l’approvazione del fondamentale Petroleum Industry Act (PIA) 2021. Questa legge, attesa da anni tra veti incrociati e burocrazia asfissiante, mira a modernizzare il settore, attrarre investimenti e fornire un quadro normativo più chiaro. E indovinate un po’? Quando si danno regole certe al mercato, i capitali arrivano.

Il governo nigeriano ha recentemente annunciato di aver sbloccato oltre 8 miliardi di dollari in Decisioni Finali di Investimento (FID) per progetti gasieri negli ultimi 18 mesi. Un segnale inequivocabile che la fiducia degli investitori sta tornando, spinta da ordini esecutivi e riforme mirate.

Tra i progetti infrastrutturali chiave citiamo:

  • Il gasdotto Ajaokuta-Kaduna-Kano (AKK) di 614 km.
  • Il progetto Train 7 di Nigeria LNG (NLNG).
  • L’impianto di raccolta gas OML 53 Kwale.

Inoltre, il principale produttore di petrolio africano ha assistito a una crescita significativa della domanda di GPL e Gas Naturale Compresso (CNG), grazie a politiche governative che spingono per una maggiore adozione nei trasporti e nell’industria. Una mossa intelligente per ridurre la dipendenza dalle importazioni di prodotti raffinati, tallone d’Achille storico della Nigeria.

La Frontiera Occidentale: Senegal e Mauritania

Spostandoci verso ovest, troviamo una collaborazione transfrontaliera che sta diventando un modello per la regione. Senegal e Mauritania stanno sviluppando congiuntamente il giacimento di gas Greater Tortue Ahmeyim (GTA).

Si tratta di un massiccio giacimento di gas offshore sul confine marittimo dei due paesi, sviluppato da BP Plc,  PETROSEN e SMH. Le riserve? Enormi: stimate in oltre 15 Tcf di gas potenzialmente recuperabile.

La timeline è serrata:

  1. BP ha annunciato il “first gas” nel gennaio 2025.
  2. La prima produzione di GNL e il primo carico di esportazione sono previsti per aprile 2025.
  3. Questo trasformerà Mauritania e Senegal in esportatori netti di GNL quasi da un giorno all’altro.

La Fase 1 dovrebbe raggiungere il pieno potenziale produttivo di circa 2,3 milioni di tonnellate di GNL all’anno (mtpa). La Fase 2 mira ad aggiungere ulteriori 2,5-3,0 mtpa, anche se la decisione finale di investimento (FID) è ancora in sospeso, con l’inizio della costruzione previsto per gennaio 2028. Un esempio lampante di come la cooperazione, invece del conflitto, possa generare ricchezza.

Mozambico: Il Tesoro tra le Fiamme

Sul lato opposto del continente, nell’Oceano Indiano, il Mozambico è sulla buona strada per diventare uno dei giganti del GNL, con riserve totali recuperabili stimate in oltre 150 Tcf. Una quantità sufficiente a renderlo un hub energetico globale, se non fosse per un “piccolo” problema: la stabilità.

Il colosso francese TotalEnergies si sta preparando a riprendere i lavori sul suo gigantesco progetto GNL, abbandonato quattro anni fa a causa dell’insicurezza generata dall’insurrezione islamista a Cabo Delgado. Con una quota del 26,5%, Total è l’operatore principale di questo progetto da 20 miliardi di dollari, il più grande investimento privato in Africa.

Frans Tiemmermans

Ma non c’è solo la Francia. L’Italia gioca un ruolo da protagonista con Eni. Guidato da Eni ed ExxonMobil, il progetto Rovuma LNG è un massiccio sviluppo onshore per liquefare il gas dal bacino offshore di Rovuma (Area 4). L’obiettivo è ambizioso:

  • Capacità di 18 mtpa.
  • Utilizzo di 12 treni modulari, ciascuno producente 1,5 mtpa.

Da notare il successo del progetto Coral South LNG, la prima struttura FLNG (Floating LNG) nel bacino di Rovuma e la prima del suo genere in Africa, che già produce 3,4 mtpa per i mercati globali. Eni ha dimostrato che, con la tecnologia giusta, si può produrre anche in contesti complessi.

Tanzania: La prossima grande scommessa

Arriviamo infine al vero fulcro della nuova strategia: la Tanzania. Per anni rimasta nell’ombra del vicino Mozambico, la Tanzania si sta muovendo verso una decisione finale di investimento che potrebbe rimodellare la sua intera economia.

Gli attori in campo sono pesi massimi: Shell Plc ed Equinor. Stanno perseguendo un accordo GNL da 42 miliardi di dollari. Leggete bene: 42 miliardi. Si tratterebbe potenzialmente del più grande investimento estero mai realizzato nel paese.

Il progetto è vicino a una svolta decisiva con la finalizzazione dell’Host Government Agreement (HGA), prevista a breve, che spianerà la strada per l’inizio della costruzione nell’area di Likongo a Lindi. La Tanzania detiene un potenziale significativo di gas naturale offshore, con riserve totali stimate di 57 trilioni di piedi cubi (tcf), di cui circa 49,5 tcf situati in campi in acque profonde.

Il Progetto Likong’o-Mchinga

Tutto ruota attorno al progetto GNL pianificato di Likong’o-Mchinga. L’obiettivo strategico è trasformare la Tanzania in un grande esportatore di energia, utilizzando le vaste riserve di gas offshore per produrre fino a 10 milioni di tonnellate di GNL all’anno.

Likong’o-Mchinga

  • Tempistiche: Prima produzione potenzialmente entro il 2029.
  • Ostacoli: Disaccordi sui termini fiscali dell’HGA e sugli incentivi governativi hanno ritardato il progetto per anni.
  • Prospettive: Una FID (Final Investment Decision) potrebbe ora essere raggiunta nel 2026.

Perché la Tanzania è fondamentale? La sua posizione sull’Oceano Indiano la rende un fornitore ideale per i mercati asiatici affamati di energia, ma attraverso meccanismi di swap, i carichi possono facilmente essere dirottati verso l’Europa. Inoltre, la stabilità politica relativa della Tanzania rispetto al nord del Mozambico offre un premio di rischio inferiore per gli investitori.

Una Nuova Mappa Geopolitica (e chi pagherà il conto?)

Questo corridoio del gas sub-sahariano non è solo una questione di tubi e navi metaniere. È un riallineamento geopolitico. L’Europa, nel suo disperato tentativo di sganciarsi dal gas russo, sta corteggiando questi nuovi fornitori. Tuttavia, c’è un’ironia di fondo: mentre l’UE impone ai propri cittadini auto elettriche e pompe di calore costose in nome della decarbonizzazione, le sue multinazionali (Total, Eni, Shell, BP) stanno investendo miliardi in Africa per estrarre quel gas che serve a mantenere in piedi l’industria europea.

C’è poi l’aspetto macroeconomico locale. Questi mega-progetti portano valuta pregiata, ma rischiano di creare la classica “malattia olandese” (Dutch Disease) nelle economie africane: un apprezzamento del cambio che distrugge le altre industrie locali, rendendo il paese dipendente solo dall’export di materie prime.

La Tanzania, il Mozambico, la Nigeria e il duo Senegal-Mauritania stanno scommettendo il loro futuro su queste risorse. Per l’Occidente, è una questione di sicurezza energetica. Per l’Africa, è l’opportunità di un’industrializzazione tardiva ma necessaria. Resta da vedere se i proventi verranno reinvestiti per creare domanda aggregata interna e infrastrutture, o se finiranno nei soliti rivoli della corruzione e della rendita finanziaria offshore.

Una cosa è certa: il baricentro dell’energia si è spostato. E chi continua a guardare solo al Nord Africa o alla Russia sta guardando una mappa che non esiste più.


Domande e Risposte

Perché gli investitori stanno abbandonando i hub tradizionali del Nord Africa per rischiare nel Sub-Sahara?

Non è solo una questione di scelta, ma di necessità geologica e demografica. I giacimenti in Algeria ed Egitto sono maturi e la loro produzione fatica a tenere il passo con l’esplosione della domanda interna di quei paesi. Al contrario, l’Africa Sub-Sahariana è semi-vergine dal punto di vista dello sfruttamento intensivo, detenendo il 70% delle nuove risorse. Il rischio politico o infrastrutturale è il prezzo da pagare per accedere a volumi che il Nord Africa non può più garantire all’export.

Qual è il ruolo specifico della Tanzania in questo scacchiere e perché se ne parla solo ora?

La Tanzania è stata a lungo bloccata da una burocrazia statalista e da incertezze normative che hanno spaventato gli investitori (il famoso Host Government Agreement). Con l’arrivo di una leadership più pragmatica e la fame globale di gas post-crisi ucraina, il progetto da 42 miliardi di dollari con Shell ed Equinor si è sbloccato. La sua posizione sull’Oceano Indiano è strategica per servire l’Asia, permettendo all’Europa di accaparrarsi i carichi atlantici (es. Nigeria) in un gioco di vasi comunicanti.

Questi progetti porteranno ricchezza reale alle popolazioni locali o è il solito neocolonialismo energetico?

Questa è la vera incognita macroeconomica. Sulla carta, i progetti come quello in Nigeria (Decade of Gas) prevedono l’uso del gas per l’industrializzazione interna e non solo per l’export. Tuttavia, la storia insegna che senza meccanismi di ridistribuzione e investimenti nella domanda aggregata locale, l’afflusso di petrodollari crea inflazione e corruzione (la “maledizione delle risorse”). Se i governi, come quello tanzaniano, riusciranno a vincolare i contratti allo sviluppo locale, l’esito potrebbe essere diverso.

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