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Fuoco incrociato Merkel in difficoltà: la frenata cinese mette a rischio l’export tedesco. Di Marcello Bussi

Angela_Merkel triste
E allora non resta che eliminare la concorrenza degli altri Paesi euro sui mercati anglosassoni. Ma dopo la nuova crisi greca, Parigi sembra aver mangiato la foglia.Angela Merkel sembra destinata a eguagliare il record di durata di Helmut Kohl, rimasto al comando della Germania per 16 anni. Tutti danno infatti per certa una sua ricandidatura alle elezioni del 2017 e nessuno dubita della sua vittoria. Se poi passasse la proposta del presidente del Parlamento tedesco Norbert Lammert di allungare la legislatura da quattro a cinque anni, come succede in Francia e in Italia, allora la Merkel riuscirebbe a superare il suo mentore.

Ma spesso, come succede ai mercati azionari dove l’annuncio di un eterno rialzo è il prologo di un crollo rovinoso, il riconoscimento dell’imbattibilità di un politico è il segno che il suo regno sta per finire.
La Cancelliera si è sempre fatta forza del miracolo economico tedesco. Ma la prima economia d’Europa comincia a dare segni di appannamento: nel primo trimestre dell’anno il pil è aumentato solo dello 0,3% rispetto a quello precedente e venerdì 14 saranno diffusi i dati relativi al secondo: è probabile che la crescita si attesterà allo 0,4%. Non c’è da stappare lo champagne. Nel frattempo, venerdì 7 è stato reso noto il dato sulla produzione industriale, diminuita a giugno dell’1,4% rispetto a maggio, mentre le attese erano per un incremento dello 0,4%. Le esportazioni, poi, sono scese dell’1%. Certo, gli ordini all’industria sono invece aumentati del 2% e quelli dall’estero (+4,8%) hanno più che compensato il calo di quelli dall’interno (-2%).

Ma è proprio l’export, il vero punto di forza dell’economica tedesca, a dare preoccupazioni. In particolare, non si capisce ancora quali saranno le conseguenze del rallentamento della Cina. Anche perché c’è sempre più scetticismo intorno alle statistiche diffuse da Pechino. Il colosso asiatico è il quarto Paese verso il quale sono dirette le esportazioni tedesche: al primo posto c’è la Francia, seguita dagli Usa e dal Regno Unito (l’Italia è settima). Ma l’industria tedesca ha puntato molto sul mercato cinese. E già si sono sentiti i primi contraccolpi sui conti di Bmw , i cui utili nel secondo trimestre sono scesi dell’1% a 1,75 miliardi di euro, frenati dal calo del 4,2% delle vendite in Cina, il primo arretramento negli ultimi dieci anni. Questo mette in discussione anche la narrazione di molti economisti tedeschi, che alla domanda sugli effetti negativi della crisi dei Paesi dell’Europa meridionale rispondevano con un’alzata di spalle, dicendo che l’export verso la Cina era destinato ad andare sempre meglio. Storytelling allo stato puro. Basti pensare che nel 2014 l’ammontare delle esportazioni tedesche verso Italia, Spagna, Portogallo e Grecia è stato di 101,3 miliardi di euro, nettamente superiore ai 74,5 dell’export verso la Cina. E i Pigs valgono addirittura più degli Usa, verso i quali la Germania ha esportato per 96 miliardi, e sono appena inferiori alla Francia (101,9 miliardi). Lascia quindi sempre più perplessi l’atteggiamento della Germania nei confronti dei partner mediterranei: le politiche di austerità imposte da Berlino minano infatti un’area che è al secondo posto per valore delle esportazioni tedesche. Il vantaggio nei confronti della Cina è talmente ampio che il sorpasso non è certo alle porte. E la frenata di Pechino lo allontana ancora di più nel tempo. La Russia, poi, vale solo 29,3 miliardi e con il perdurare delle sanzioni è destinata a perdere ulteriore terreno.
A Berlino non resta allora che puntare su Stati Uniti e Regno Unito. Ma la crescita di entrambi i Paesi quest’anno e nel 2016 dovrebbe essere inferiore al 3%. Non si può certo parlare di locomotive dal passo impetuoso. Però è possibile aumentare la quota di mercato in questi due Stati, dove le esportazioni tedesche valgono nel complesso 180 miliardi. Un ulteriore indebolimento dell’euro sarebbe molto utile in questo senso. Ed è anche molto probabile, visto che la Federal Reserve e la Banca d’Inghilterra nei prossimi mesi aumenteranno i tassi d’interesse, al contrario della Bce. Buon per la Merkel, anche se puntare sulla svalutazione per aumentare le esportazioni puzza un po’ di Italietta della Prima repubblica. Ma qualcuno ci spiegherà che nel caso tedesco si tratta di un comportamento virtuoso. C’è poi la Francia, che vale 101,9 miliardi. L’economia dell’Esagono è però stagnante e Parigi è abbastanza recalcitrante nei confronti delle riforme volute da Berlino. E qui si entra nella politica. Il comportamento del ministro delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, nel corso dei negoziati con la Grecia per il terzo piano di aiuti, ha turbato molti governi dei Paesi di Eurolandia, primo fra tutti quello francese. Di sicuro dalle parti dell’Eliseo è forte il sospetto che abbia ragione l’ex ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, secondo il quale Schaeuble vuole la Grexit per forzare Madrid, Roma ma soprattutto Parigi ad accettare la Troika. Non per niente il ministro delle Finanze francese, Michel Sapin, ha espresso pubblicamente il suo «chiaro dissenso» nei confronti di Schaeuble sulla Grexit e ha detto che la proposta di un ministro delle Finanze europeo si potrà discutere solo dopo le elezioni tedesche e francesi nel 2017.

La Germania si trova quindi in una posizione di stallo. La sua aggressività nei confronti della Grecia ha spaventato il suo principale partner europeo, sul piano politico, e mondiale, su quello commerciale, cioè la Francia. L’asse Parigi-Berlino stavolta si è davvero incrinato perché dalle parti dell’Eliseo sembrano aver capito che la Germania vuole lanciare l’assalto finale alla sovranità della Francia, l’ultimo vero ostacolo al suo predominio nella zona euro. Perché, ora che si sta accorciando la coperta cinese, se Berlino vuole espandere le proprie quote di mercato nei Paesi fuori dall’area euro deve per forza schiacciare la concorrenza degli altri membri dell’unione monetaria. L’Italia, per esempio. poiché non può reagire svalutando, in quanto adotta la stessa moneta della Germania, per resistere alla pressione tedesca dovrebbe abbassare i salari. Se la Troika fosse a Roma chiederebbe proprio questo. Mettendo così in difficoltà le industrie tedesche? No di certo perché, come dimostra la Grecia, il taglio dei salari non fa altro che aggravare la recessione, innescando un circolo vizioso che alla fine penalizza le piccole e medie imprese, proprio quelle che danno fastidio alla Germania. Ma ormai sono in tanti ad avere capito il giochetto. E prima o poi qualcuno dirà basta.

Di Marcello Bussi – Milano Finanza

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