EconomiaFrancia
Fuga da Parigi: la capitale si svuota mentre i prezzi esplodono. Il fallimento del “modello” urbano?
Prezzi folli e carenza di alloggi stanno svuotando la Ville Lumière. Il Comune risponde con espropri e un piano “comunista”, ma il ceto medio è già scappato.

Parigi sta perdendo i suoi abitanti. Non è un titolo sensazionalistico, ma la fredda realtà dei numeri che sta ridisegnando la geografia umana ed economica di una delle città più importanti d’Europa. Mentre i mercati finanziari continuano a scommettere sul mattone parigino come “asset rifugio”, la città reale – quella fatta di lavoratori, famiglie e classe media – sta facendo le valigie.
Siamo di fronte a un paradosso economico da manuale, che merita di essere analizzato non solo come fatto di cronaca, ma come case study sulle distorsioni del mercato immobiliare e sui tentativi, talvolta disperati, della politica di porvi rimedio.
Il “Buco” Parigino: i dati che spaventano
L’allarme, curiosamente, non è arrivato dalle solite agenzie governative, ma da Torsten Slok, capo stratega di Apollo Global Management. Abituato ai grafici di Wall Street, Slok ha messo il dito nella piaga: la popolazione di Parigi centro è in calo diagonale dal 2010.
Non si tratta di una fluttuazione statistica, ma di un esodo strutturale. Le conferme arrivano dall’INSEE (l’equivalente francese del nostro ISTAT), che dipinge un quadro a tinte fosche:
Perdita netta: Parigi ha perso oltre 200.000 abitanti in poco più di un decennio.
Ritmo annuale: Tra il 2015 e il 2021, la capitale ha salutato in media 12.200 residenti all’anno (circa lo 0,6% della popolazione).
Prospettive: Se il trend continua, entro il 2040 la popolazione scenderà a 2.064.000 abitanti. Ora è circa 13 milioni.
Il saldo migratorio è impietoso: nascono ancora bambini (crescita naturale positiva), ma non abbastanza da compensare chi se ne va. L’unica fascia d’età che resiste è quella dei 18-24 anni (studenti e primi impieghi), che però, una volta scontratisi con la realtà del costo della vita, abbandonano la nave.
L’Economia dell’Espulsione
Perché si scappa dalla Ville Lumière? La risposta risiede in quello che la sociologa Saskia Sassen definisce “effetto di spiazzamento” o expulsion.
In un’ottica puramente economica, assistiamo a una redistribuzione regressiva della ricchezza: dai redditi da lavoro ai redditi da capitale (rendite immobiliari).
L’immobile come Asset Finanziario: La casa a Parigi ha smesso di essere un bene d’uso per diventare un puro strumento di investimento. Il capitale globale e le grandi rendite competono per lo spazio, facendo esplodere i prezzi.
Disallineamento Prezzi/Salari: Dal 2000 ad oggi, l’indice dei prezzi delle case a Parigi è schizzato a 2,20 (fatto 1 il valore base), staccando nettamente la media francese (1,71). I salari reali? Fermi al palo o cresciuti marginalmente. Sembra l’Italia…
Costi di Agglomerazione: I benefici di vivere in centro (servizi, trasporti, network) sono diventati un lusso che solo i ricchi possono permettersi.
Il risultato è che la classe media e medio-bassa viene spinta verso le periferie. Non è una scelta, è una necessità. Dipartimenti come la Seine-Saint-Denis crescono demograficamente (+0,76% annuo), accogliendo chi non può più permettersi il centro, creando una segregazione spaziale basata sul censo.
Offerta Anelastica e Domanda Speculativa
Un economista noterebbe subito il fallimento del mercato nel regolare l’offerta. Il centro di Parigi ha un’offerta abitativa rigida e anelastica:
Vincoli storici e architettonici (non si possono costruire grattacieli ovunque).
Scarsità fisica di terreno edificabile.
Burocrazia: tra il 2022 e il 2023 sono state autorizzate solo 3.000 nuove abitazioni a Parigi centro, contro le 76.800 dell’intera regione Île-de-France.
A fronte di questa rigidità, la domanda si è concentrata sugli affitti turistici (effetto Airbnb) e sulle seconde case (pied-à-terre per super-ricchi internazionali), sottraendo stock abitativo ai residenti. Come sottolinea Alexandra Cordebard, sindaca del X arrondissement, il problema è “l’esplosione di case vuote”.
La Risposta “Comunista” di Hidalgo e l’Analisi del Financial Times
Qui la faccenda diventa politicamente interessante. L’amministrazione di Anne Hidalgo (una coalizione di socialisti, verdi e comunisti) ha deciso che se il mercato non funziona, lo Stato deve intervenire con la mano pesante.
Il piano d’urgenza lanciato dal Comune ha toni che farebbero impallidire un liberista classico, ma che trovano una logica in un contesto di emergenza sociale:
Espropri: Identificati circa 800 edifici (soprattutto uffici) come candidati all’esproprio per conversione in abitazioni.
Trasformazioni Radicali: Vecchi parcheggi e uffici vengono ristrutturati per creare case popolari. Il Financial Times ha citato proprio il caso di Rue Nollet, dove un ex garage è diventato un complesso di 83 appartamenti sovvenzionati.
Obiettivo 2035: Portare il 40% delle residenze primarie sotto il regime di sussidio pubblico/edilizia sociale.
Jacques Baudrier, vicesindaco comunista responsabile dell’edilizia, non usa mezzi termini e ha dichiarato proprio al Financial Times: “Se lasciamo tutto al mercato, Parigi diventerà solo uffici, alloggi turistici e seconde case. Abbiamo bisogno di una politica abitativa comunista”. Comunista? Uffici? Non è che Baudrier prende fischi pre fiaschi, quando in altri paesi gli uffici chiudono per non riaprire? Non è colpa degli uffici, sempre meno, se le città costano enormemente…
È una frase forte, che racchiude il dilemma moderno: il mercato libero in un ambiente a offerta limitata e alta speculazione crea esclusione. L’intervento statale massiccio, d’altra parte, rischia di deprimere ulteriormente l’offerta privata e creare distorsioni (come la riduzione degli investimenti privati per timore di espropri o vincoli eccessivi sugli affitti).
Una Lezione per l’Europa
Quello che accade a Parigi è un monito per Milano, Roma, Madrid e Barcellona. Quando la rendita immobiliare divora il reddito da lavoro, la città muore. Diventa un museo a cielo aperto per turisti e un dormitorio di lusso per l’élite globale, mentre i lavoratori sono costretti a pendolarismi estenuanti.
La strategia parigina di “riconquista pubblica” dello spazio urbano è un esperimento audace. Funzionerà? Molto improbabile. Gli interventi dovrebbero essere ben diversi, e probabilmente in direzione opposta, senza considerare che una città enorme non è sempre bella e una piccola non sempre disprezzabile.
Domande e Risposte
Perché i prezzi delle case aumentano se la popolazione diminuisce?
È un paradosso apparente spiegato dalla natura della domanda. Anche se i residenti stabili diminuiscono, la domanda di immobili da parte di investitori internazionali, società e per affitti turistici (Airbnb) rimane altissima. L’immobile a Parigi è visto come un “asset finanziario” sicuro, non solo come un luogo dove abitare. Inoltre, l’offerta di case è rigida: non si può costruire molto, quindi la competizione per i pochi spazi disponibili spinge i prezzi verso l’alto, espellendo la classe media.
Il piano di espropri del Comune è efficace o dannoso?
È una misura controversa. Dal punto di vista sociale, mira a garantire alloggi a chi lavora in città, evitando che Parigi diventi un ghetto per ricchi. Trasformare uffici e parcheggi in case è un modo intelligente di recuperare spazio. Tuttavia, i critici sostengono che l’eccessivo interventismo (controllo affitti, minaccia di espropri) spaventi gli investitori privati e riduca l’offerta di affitti sul libero mercato, aggravando la carenza nel lungo periodo. È il classico scontro tra pianificazione statale e dinamiche di mercato.
Cosa succederà alle periferie di Parigi?
Le periferie, o banlieues, stanno vivendo il fenomeno opposto: crescono demograficamente. Dipartimenti come Seine-Saint-Denis assorbono chi viene “espulso” dalla capitale. Questo crea una nuova dinamica economica: aree che necessitano di più servizi, trasporti e infrastrutture per gestire l’aumento di popolazione. Se non gestita bene, questa crescita rischia di concentrare la povertà e il disagio sociale fuori dal raccordo anulare parigino (Périphérique), mentre il centro diventa sempre più elitario ed esclusivo.









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