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Frattura al Nord: Finlandia e Norvegia chiamano Putin da sole. L’Europa si spacca e Bruxelles resta a guardare
Finlandia e Norvegia rompono il muro del silenzio e chiamano Putin per 90 minuti. L’iniziativa spacca l’Unione europea, irrita la Danimarca e mette a nudo l’irrilevanza dei vertici di Bruxelles.

L’unità europea sulla guerra in Ucraina si è appena incrinata lungo il confine artico. Con una mossa a sorpresa, il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre hanno alzato il telefono per parlare direttamente con Vladimir Putin.
Una conversazione lunga novanta minuti, partita da Helsinki, che rompe mesi di isolamento diplomatico. Mentre i vertici di Bruxelles continuano a ripetere le solite formule, chi confina davvero con la Russia ha deciso che è arrivato il momento di muoversi in autonomia.
Le fughe in avanti rispetto alla linea rigida di Ursula von der Leyen e dell’Alto rappresentante Kaja Kallas ormai non si contano più. I paesi nazionali cercano vie d’uscita concrete, lasciando la Commissione europea nel suo isolamento burocratico.
Cosa si sono detti in novanta minuti di colloquio
È stata la prima volta che Stubb ha parlato con il leader del Cremlino da quando è diventato presidente. I due leader nordici hanno definito il colloquio franco, professionale e concreto, chiarendo di aver agito a nome dei propri governi e non dell’intera Unione europea.
I punti centrali affrontati durante la telefonata sono stati quattro:
- La fine delle ostilità: Stubb e Støre hanno portato direttamente a Mosca il messaggio di Kiev, chiedendo una riduzione immediata della tensione militare.
- La questione energetica: Su richiesta del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, sentito prima e dopo la chiamata, è stato chiesto a Mosca di fermare i bombardamenti contro la rete elettrica ucraina. Una specie di tregua energetica che aiuterebbe entrambi.
- La sicurezza commerciale: Si è discusso delle rotte nel Mar Nero, vitali per gli scambi agricoli e per la stabilità dei prezzi alimentari. Un problema che riguarda tutto il mondo.
- Un canale aperto: I tre leader hanno deciso di mantenere attivo questo filo diretto anche in futuro, in vista dei prossimi incontri trilaterali tra Stati Uniti, Russia e Ucraina. Quindi anche se non ci sono risultati oggettivi, comunque si è aperto un percorso.
Da parte russa non c’è stato alcun ammorbidimento immediato. Il Cremlino ha ribadito che una pace duratura sarà possibile solo se gli interessi di sicurezza russi verranno accolti senza condizioni, accusando ancora una volta la Nato e l’Unione europea di prolungare il conflitto.
Tuttavia, il vero risultato politico ed economico sta nel gesto stesso. Come ha spiegato Støre, era fondamentale far sentire altre voci oltre all’unico canale di comunicazione finora attivo tra l’amministrazione americana e Mosca.
La rivolta degli alleati e il nervosismo nelle capitali
Questa fuga in avanti dei due paesi nordici, che condividono confini strategici ed enormi interessi energetici nell’Artico con la Russia, ha scatenato reazioni immediate. Il gruppo europeo si è letteralmente spaccato tra chi predica l’intransigenza e chi teme di restare tagliato fuori dai futuri accordi.
La reazione più dura è arrivata dalla premier danese Mette Frederiksen, apparsa molto scettica e irritata. Ha accusato Helsinki e Oslo di non aver coordinato la mossa con gli altri leader e di aver regalato a Putin una sponda politica inaspettata.
Anche lo svedese Ulf Kristersson, in una fase politica interna molto debole e quasi priva di guida governativa solida, ha espresso forti dubbi, ricordando come in passato parlare con Mosca non abbia mai portato risultati. Stubb e Støre hanno però smentito seccamente la collega danese, precisando che tutti gli alleati nordici erano stati avvisati sia prima che dopo la chiamata.
Nel resto d’Europa, le reazioni svelano calcoli politici ed economici ben precisi:
| Paese / Leader | Posizione espressa | Cosa traspare |
| Danimarca (Frederiksen) | Critica totale sull’iniziativa unilaterale. | Timore che il fronte del Nord perda compattezza. |
| Germania (Merz) | Avvertimento: nessun accordo sopra le nostre teste. | Paura che Usa, Cina e Russia decidano senza Berlino. |
| Italia (Meloni) | Critica al metodo solitario, non alla sostanza. | Rimpianto per non aver guidato in prima persona il disgelo. |
| Francia (Macron) | Silenzio assoluto. | Imbarazzo per aver perso il ruolo di mediatore europeo. |
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, parlando da Singapore dove si trovava per incontri commerciali, ha brontolato chiedendo che l’Ucraina e l’Europa siano sempre al tavolo. Pretendere però che Kiev partecipasse a questo primo sondaggio esplorativo appare poco realistico: i ponti si ricostruiscono prima con contatti informali.
Giorgia Meloni non ha attaccato il tentativo di dialogo in sé, ma la scelta di muoversi in solitaria. A Roma resta probabilmente il rammarico di essersi fatti soffiare il ruolo di apripista verso una soluzione diplomatica che il mondo produttivo attende da tempo.
Infine c’è il silenzio di Emmanuel Macron. Dopo aver alternato per anni lunghe telefonate a Putin a minacce di inviare truppe, il presidente francese si ritrova scavalcato proprio dai paesi del Nord, storicamente considerati i più rigidi verso Mosca.
Il peso economico del disgelo
La protezione delle reti elettriche ucraine, chiesta con forza durante la telefonata, non è solo una questione umanitaria. Se il sistema energetico di Kiev crolla del tutto con l’arrivo dei mesi freddi, sarà la rete elettrica europea a dover compensare il deficit. Questo significherebbe nuovi rincari sulle bollette per famiglie e imprese del continente, oltre a costi miliardari per sostenere un’economia ucraina paralizzata, oltre al rischio che vi siano dei problemi sulle reti europee.
Finlandia e Norvegia hanno capito che aspettare le mosse di Bruxelles significa subire passivamente le decisioni di Washington e Mosca. Chi ha un confine diretto con la Russia, e chi come Oslo fornisce gas a mezza Europa, sa bene che la guerra non può durare all’infinito e che la stabilità economica passa inevitabilmente dal ritorno alla diplomazia reale.







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