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«Fratelli tutti», una Enciclica da dimenticare in fretta (di Mimmo Caruso)


Esistono o sono esistiti nel corso della storia vari tipi di fratellanza basati su concetti diversi dal puro e semplice legame di parentela tra soggetti discendenti dallo stesso stipite: dal motto illuminista della Rivoluzione Francese al principio di fratellanza espresso nella Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo del 1948 senza dimenticare l’ideale di fratellanza tipico di alcuni ordini iniziatici più o meno riservati.

E ora vi è la fratellanza universale declinata da Papa Francesco nell’enciclica “Fratelli Tutti” ispirata da attivisti politici non violenti (Gandhi, Martin Luther King), leader religiosi non cattolici (l’imam Al Tayyeb, l’arcivescovo anglicano Desmond Tutu) e da San Francesco d’Assisi che, contrariamente alla consueta narrativa storicamente deformata del pontefice argentino, non era ambientalista (il Cantico delle creature è una lode al Creatore la cui immagine è riflessa nell’ordine perfetto della natura), non era pauperista (la povertà per San Francesco era un mezzo per identificarsi totalmente con Cristo), non era propenso al dialogo interreligioso e non raccomandò mai di evitare ogni forma di contesa e di vivere un’umile e fraterna sottomissione nei confronti dei musulmani (il Santo di Assisi partecipò alla quinta crociata e tentò di convertire al cristianesimo il sultano Malik Al Kamil) e, infine, era totalmente dedito alla predicazione ovvero al proselitismo (solenne sciocchezza per Papa Francesco) per la salvezza delle anime che, del resto, è la vera missione degli uomini di chiesa.

Non a caso, il “fratelli tutti” che dà il nome all’enciclica è l’appellativo con il quale San Francesco si rivolge ai fratelli nella fede in Cristo invitati a guardare con attenzione al buon pastore venuto per salvare le sue pecore per mezzo della passione sulla Croce sicché è decisamente fuorviante tirare per il saio il santo di Assisi per promuovere una melliflua fratellanza universale intesa come fattore di uguaglianza, concordia, giustizia sociale senza alcun riferimento a considerazioni di ordine trascendentale specificamente cristiane del tutto assenti nell’enciclica dal momento che Papa Francesco si rivolge a tutte le persone di buona volontà al di là delle loro convinzioni religiose.

E non poteva essere altrimenti dal momento che, per la stesura dell’enciclica, Papa Francesco ha ammesso di essere stato “stimolato in modo speciale dal grande Imam Ahmad Al Tayyeb con il quale mi sono incontrato ad Abu Dhabi per ricordare che Dio ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità e li ha chiamati a convivere come fratelli tra di loro”.

Poiché l’enciclica, per stessa ammissione del Papa, sviluppa i temi esposti nel “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune” firmato ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019 vi è da interrogarsi se il Dio a cui Bergoglio si riferisce sia il Dio trinitario dei cristiani o un Dio generico nel quale tutte le fedi possano riconoscersi e se la cosiddetta fratellanza umana poggi su radici comuni.

Il “fratelli tutti” di San Francesco era un richiamo alla fratellanza soprannaturale tra una molteplicità di individui uniti dalla fede cristiana coerentemente all’assunto che i cristiani si considerano tutti figli di Dio fatti ad immagine di Gesù Cristo mentre per i musulmani non si addice alla gloria di Dio avere un figlio e la fratellanza è un concetto naturale tra soggetti creati da Dio uniti dalla fedeltà al Corano.

Anche l’espressione “siamo tutti figli di Dio” utilizzata per trovare punti di contatto con appartenenti ad altre fedi è sgradita ai musulmani dal momento che se nemmeno Cristo è figlio di Dio tantomeno possono esserlo uomini comuni.

Poiché i musulmani negano i cardini della religione cristiana ovvero Trinità, Incarnazione e Redenzione e credono in un Dio unico è corretto affermare che il Dio dei cristiani non è lo stesso Dio dei musulmani e che il concetto di fratellanza per i cristiani è diverso da quello dei musulmani per cui non è dato comprendere quali possano essere state le tesi del Grande Imam Al Tayyeb che hanno stimolato il Papa nella stesura dell’enciclica considerato, a maggior ragione, che i dogmi del cristianesimo e i precetti dell’islam sono tra loro contraddittori ed è logicamente inammissibile cercare punti di convergenza tra affermazioni opposte e inconciliabili.

Se questo è l’humus nel quale è maturata la stesura del testo papale e se per enciclica si intende una lettera circolare indirizzata alla Chiesa e ai fedeli nel mondo con la quale i pontefici trattano questioni che toccano i contenuti immutabili della fede e della morale in relazione alle condizioni storiche contingenti quella di Papa Francesco non è affatto un’enciclica ma un manifesto politico ideologico globalista nel quale il labile concetto di fratellanza universale è assunto a pretesto per vagheggiare un mondo aperto senza muri e senza confini dove alcuni hanno il diritto di migrare e altri il dovere di accogliere e integrare in nome della comune appartenenza alla famiglia umana retta da una governance globale; un mondo nel quale i beni del territorio non si possono negare a chi ha bisogno e proviene da un altro luogo e la proprietà privata è un diritto secondario al principio di destinazione universale dei beni creati.

Il documento di Papa Francesco è destinato a creare incertezze, divisioni e confusione e come tale merita di essere dimenticato in fretta.


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