Analisi e studi
Fed, tassi fermi e l’incognita Iran: il dilemma di Powell tra dazi e petrolio
La Fed mantiene i tassi al 3,5%-3,75%. Jerome Powell sceglie la prudenza: il mercato del lavoro frena, ma la guerra in Iran e i dazi commerciali spingono l’inflazione. Tutti gli scenari.
La Federal Reserve ha scelto la via della prudenza, confermando le aspettative dei mercati. Il Federal Open Market Committee (FOMC) ha deciso di mantenere i tassi di interesse invariati nel range compreso tra il 3,5% e il 3,75%. Una mossa che riflette una pausa strategica, , ma che nasconde profonde inquietudini riguardo al futuro a breve e medio termine dell’economia globale. La decisione è passata con un voto quasi unanime di 11 a 1, con la sola eccezione del governatore Stephen Miran, favorevole a un taglio di 25 punti base.
Ecco i tassi d’interesse dei Fed Funds da Tradingeconomics:
Se i numeri nudi e crudi parlano di una banca centrale in attesa, il contesto macroeconomico è decisamente più turbolento. Jerome Powell si trova a fronteggiare una miscela complessa: un mercato del lavoro che rallenta, un’inflazione interna “drogata” dai dazi, ma soprattutto l’enorme ombra del conflitto in Iran che minaccia di destabilizzare l’intero quadro energetico.
Il fattore geopolitico: lo shock energetico e l’ombra della stagflazione
Il vero elefante nella stanza è la situazione in Medio Oriente. Dall’ultima riunione di gennaio, il prezzo del petrolio è balzato del 54%. Per un’istituzione che ha come mandato la stabilità dei prezzi, uno shock esogeno di questa portata rappresenta il peggior incubo. Da un punto di vista strettamente keynesiano, rispondere a un’inflazione da offerta (il rincaro del greggio dovuto alla guerra) stringendo ulteriormente la politica monetaria rischierebbe di deprimere inutilmente la domanda, , ma la Fed sa di camminare su un filo sottile. Tutto questo però viene a far arrabbiare Trump che più volte ha richiesto un ribasso dei tassi.
Powell ha chiarito che, tradizionalmente, le banche centrali tendono a ignorare gli shock energetici temporanei, a patto che le aspettative di inflazione rimangano ben ancorate. Tuttavia, il presidente ha sottolineato una precondizione fondamentale: prima di poter assorbire il colpo del caro energia, la Fed deve vedere un rallentamento dell’inflazione sui beni.
Il paradosso interno: mercato del lavoro fermo e dazi inflattivi
Sul fronte interno, l’economia americana presenta segnali contraddittori. Da un lato, l’inflazione core (depurata da energia e alimentari) si attesta ostinatamente intorno al 3%, ben lontana dal target del 2%. Powell ha ammesso con una certa dose di realismo che una fetta consistente di questa inflazione, stimabile tra la metà e i tre quarti, è il risultato diretto dei dazi commerciali che si scaricano sui consumatori.
Dall’altro lato, l’economia reale scricchiola. Il mercato del lavoro sta sperimentando quello che Powell definisce un “equilibrio di crescita occupazionale pari a zero”. Un atterraggio morbido, forse, , ma che porta con sé evidenti rischi al ribasso.
Ecco una sintesi delle attuali proiezioni della Fed (il cosiddetto Dot Plot):
- Tassi di interesse (Attuali): 3,5% – 3,75%
- Previsioni tagli 2026: 12 membri prevedono almeno 1 taglio, 7 membri propendono per tassi invariati.
- Previsioni tassi 2027: Solo 1 membro prevede un rialzo.
- Aspettative inflazione 2027: Riviste al rialzo al 2,7% (sia headline che core).
Indipendenza e scadenze politiche
A complicare il lavoro dei banchieri centrali ci sono le pressioni politiche. Con il mandato in scadenza a fine maggio, Powell ha ribadito l’importanza dell’indipendenza della Fed, specialmente in un momento in cui la presidenza Trump invoca a gran voce un taglio dei tassi per compensare i rincari energetici. Powell ha confermato che, in assenza di una tempestiva conferma del suo probabile successore Kevin Warsh, resterà in carica come chair pro tem, garantendo la continuità istituzionale anche di fronte alle indagini in corso da parte del Dipartimento di Giustizia.
La Federal Reserve rimane in una posizione di hawkish hold: ferma sui tassi, ,ma pronta a intervenire se l’inflazione dovesse sfuggire di mano. La speranza è che la fiammata petrolifera si riassorba senza innescare una spirale sui prezzi, , ma l’incertezza dettata dalla guerra in Iran rende qualsiasi previsione un puro esercizio teorico. L’economia americana naviga a vista, e il faro della politica monetaria, per ora, resta spento.
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