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“Fate presto”, ma questa volta per mettere in soffitta il Patto di Stabilità
L’Europa di fronte a una nuova crisi energetica e geopolitica: perché è necessario superare i vincoli del Patto di Stabilità per evitare la deindustrializzazione irreversibile dell’industria.

C’è un’espressione che ritorna ciclicamente nel dibattito pubblico italiano: “Fate presto”. Ma non è mai un semplice richiamo all’efficienza. È, piuttosto, un monito che riemerge puntualmente quando si vuole accelerare l’adozione di decisioni già scritte, comprimendo tempi e confronto democratico. Governi tecnici, manovre impopolari, scelte calate dall’alto: tutto giustificato in nome di un interesse superiore, quasi sempre ricondotto all’Europa e ai suoi vincoli.
Dietro quell’urgenza, spesso costruita ad arte, si cela una costante: evitare il dibattito per rendere inevitabile ciò che inevitabile non è. “Fate presto” diventa così uno strumento politico, non una necessità oggettiva.
Eppure, se c’è un ambito in cui l’urgenza sarebbe davvero giustificata, è proprio quello delle regole europee di bilancio. Perché già in passato abbiamo pagato il prezzo dell’immobilismo dell’Unione Europea, irrigidita dentro schemi teorici incapaci di adattarsi alla realtà economica. Regole rigide, nessuna flessibilità, scarsa capacità di leggere i cicli economici e le specificità dei singoli Paesi: un’impostazione che ha finito per aggravare le crisi invece di attenuarle.
La dimostrazione più evidente è arrivata con la pandemia. Di fronte a uno shock senza precedenti, il Patto di Stabilità è stato sospeso. Non per scelta ideologica, ma per necessità. Un’ammissione implicita ma chiarissima: quell’impianto, così come concepito, non era compatibile con una crisi reale. Se una regola deve essere accantonata nel momento in cui serve, allora il problema non è l’eccezione, ma la regola stessa.
Oggi, tuttavia, si rischia di ripetere lo stesso errore. La crisi legata alle tensioni con l’Iran e all’instabilità delle forniture energetiche sta riaprendo uno scenario già visto, ma con caratteristiche ancora più insidiose. L’energia torna a essere un fattore critico: i prezzi restano esposti alla volatilità geopolitica, le catene di approvvigionamento sono fragili, le imprese – soprattutto quelle energivore – vedono comprimersi margini e prospettive.
E ancora una volta, l’Europa appare priva di una risposta adeguata. Nessun vero coordinamento, nessuna strategia comune all’altezza della sfida. Gli Stati sono lasciati a muoversi in ordine sparso, ciascuno nei limiti dei propri spazi fiscali. Ma è proprio qui che si manifesta la contraddizione più evidente: si demanda l’azione ai governi nazionali, mantenendo però vincoli europei che ne riducono drasticamente la capacità di intervento.
In altre parole, si chiede agli Stati di affrontare una crisi sistemica con strumenti insufficienti. Senza una politica energetica comune e con regole fiscali rigide, il risultato non può che essere una risposta frammentata, diseguale e, in molti casi, inefficace.
Nel frattempo, il resto del mondo si muove in modo opposto. Gli Stati Uniti sostengono massicciamente la propria industria e la sicurezza energetica con politiche fiscali espansive. Altri grandi attori globali fanno altrettanto. L’Europa, invece, rischia di auto-limitarsi proprio nel momento in cui avrebbe bisogno di maggiore capacità di intervento.
Il rischio non è teorico. È concreto e già visibile: perdita di competitività, rallentamento della produzione industriale, crescente difficoltà per le imprese, pressione sui redditi delle famiglie. E, soprattutto, il pericolo di una progressiva marginalizzazione del sistema economico europeo.
Ecco perché, questa volta, il “Fate presto” deve essere rivolto nella direzione opposta rispetto al passato. Non più uno strumento per imporre decisioni dall’alto, ma un richiamo urgente alle istituzioni europee affinché intervengano davvero.
Intervengano per sospendere, modificare o – più realisticamente – mettere definitivamente in soffitta un Patto di Stabilità che ha già dimostrato tutti i suoi limiti.
Perché la crisi che si sta profilando non è congiunturale. È strutturale, alimentata da tensioni geopolitiche profonde e da un sistema energetico ancora vulnerabile. E affrontarla con strumenti inadeguati rischia di produrre conseguenze durature.
Questa volta si rischia l’irreversibilità. Una crisi energetica di ampia portata, combinata con la rigidità delle regole fiscali europee, può accelerare processi di deindustrializzazione, compromettere intere filiere produttive e indebolire in modo permanente la capacità competitiva dell’Europa.
Non intervenire significherebbe accettare che imprese e famiglie paghino il prezzo di un’impostazione ormai fuori dalla storia. Significherebbe trasformare una crisi gestibile in un punto di non ritorno.
“Fate presto”, dunque. Ma questa volta sul serio. Non per comprimere il dibattito, ma per evitare che l’Europa resti prigioniera delle proprie regole mentre il mondo cambia. Perché, se si sbaglia ancora, il tempo per rimediare potrebbe semplicemente non esserci più.
Antonio Maria Rinaldi
Antonio Maria Rinaldi è stato direttore generale di SOFID, capogruppo finanziaria di ENI e presidente di Trevi Holding, oltre che Professore di Finanza aziendale presso l’Università di Pescara e di Politica Economica presso la Link University. Europarlamentare dal 2019 al 2024.








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