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Europa, super potenza delle regolamentazioni

L’Europa è diventata una superpotenza della burocrazia: ecco perché produrre troppe regole soffoca la nostra economia e ci allontana dai giganti USA e Cina.

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Se si volesse individuare oggi il vero primato dell’Europa nello scenario economico globale, difficilmente lo si troverebbe nella crescita, nell’innovazione tecnologica o nella capacità di proiezione geopolitica. Il continente ha invece sviluppato negli ultimi decenni una specializzazione molto più singolare: la produzione di regole. In questo campo l’Unione Europea si è progressivamente affermata come una vera e propria super potenza normativa.

Da tempo l’Europa sembra aver rinunciato a governare i mercati, preferendo governare le regole che li disciplinano.

Questo fenomeno non è casuale. Esso riflette la natura stessa del processo di integrazione europea. In assenza di profili di leadership di spessore paragonabili a quello delle grandi potenze, le istituzioni europee hanno progressivamente trovato nella regolazione lo strumento più immediato per esercitare una forma di governo dell’economia continentale. La norma è diventata, di fatto, il principale sostituto della politica economica.

In linea di principio non vi sarebbe nulla di problematico. Le economie avanzate funzionano proprio grazie all’esistenza di regole condivise che garantiscono prevedibilità agli operatori e stabilità ai mercati. Il problema nasce quando la produzione normativa tende ad assumere una dinamica autonoma, trasformandosi da strumento al servizio dello sviluppo economico in un meccanismo che tende a riprodursi e ad ampliarsi.

Negli ultimi anni l’Europa ha conosciuto una crescente stratificazione di direttive, regolamenti, atti delegati e standard tecnici che hanno finito per generare un quadro normativo di straordinaria complessità. Le imprese che operano nel mercato europeo si trovano così a confrontarsi con un ambiente regolatorio sempre più articolato, che richiede strutture amministrative e capacità organizzative di dimensioni crescenti.

Il punto critico è che questo sforzo regolatorio produce effetti quasi esclusivamente all’interno dello spazio europeo. Le norme elaborate a Bruxelles disciplinano i comportamenti degli Stati membri e delle imprese che operano nel mercato unico, ma incidono molto meno sulle dinamiche dell’economia globale.

Qui emerge un problema strategico di fondo. Le grandi potenze economiche contemporanee utilizzano la regolazione come uno strumento subordinato a obiettivi più ampi di sviluppo tecnologico, espansione industriale e rafforzamento geopolitico. Negli Stati Uniti e in Cina la regolazione non è mai un fine in sé, ma una leva funzionale alla competitività del sistema economico.

In Europa accade spesso il contrario. La produzione normativa tende a diventare il risultato principale dell’azione delle istituzioni. Si è diffusa l’idea che l’Unione possa esercitare un’influenza globale soprattutto attraverso il cosiddetto “potere normativo”, ossia attraverso la definizione di standard destinati a orientare i mercati internazionali.

Ma uno standard diventa realmente globale solo quando è sostenuto da una adeguata capacità economica, tecnologica e industriale. In assenza di tale forza materiale, la regolazione finisce inevitabilmente per produrre soprattutto effetti interni, gravando in primo luogo sugli stessi operatori economici europei.

Il problema si manifesta con particolare evidenza sul piano della competitività. Le imprese europee devono spesso confrontarsi con obblighi regolatori che comportano costi amministrativi e organizzativi più elevati rispetto a quelli presenti nelle altre grandi economie. Ne deriva una situazione paradossale: mentre il resto del mondo mantiene maggiore flessibilità operativa, l’Europa tende a imporre ai propri sistemi produttivi vincoli sempre più complessi.

A complicare ulteriormente il quadro contribuisce un altro elemento sempre più evidente. Una parte della recente produzione normativa europea appare fortemente influenzata da impostazioni ideologiche che finiscono per ridurre il carattere tecnico della regolazione. In teoria le norme economiche dovrebbero nascere da valutazioni pragmatiche sull’efficienza dei mercati e sugli effetti reali delle politiche pubbliche.

Quando invece la regolazione viene utilizzata per tradurre in norme visioni politiche o culturali predefinite, il rischio è quello di produrre assetti normativi che non sempre risultano compatibili con la sostenibilità economica dei sistemi produttivi. Negli ultimi anni diversi dossier europei hanno mostrato proprio questa tensione tra ambizione normativa e realtà industriale.

A ciò si aggiunge una crescente distanza tra i centri decisionali di Bruxelles e le condizioni concrete in cui operano imprese e sistemi produttivi. Le politiche regolatorie vengono spesso elaborate all’interno di circuiti istituzionali fortemente tecnocratici, nei quali il confronto con la realtà economica tende a essere mediato da procedure formali più che da una reale valutazione degli effetti.

Il risultato è che l’Europa rischia di consolidare un primato molto particolare: eccellere nella costruzione delle regole dei mercati del futuro senza riuscire a esercitare un ruolo altrettanto centrale nella loro effettiva costruzione economica.

Si crea così un circuito autoreferenziale. Più il sistema normativo si espande, più aumenta la complessità del quadro regolatorio e maggiore diventa la necessità di nuovi interventi per correggere gli effetti delle norme precedenti.

Il punto non è mettere in discussione la necessità delle regole. La regolazione resta uno strumento essenziale per il funzionamento delle economie moderne. Il problema nasce quando la produzione normativa diventa la principale manifestazione dell’azione politica.

In quel caso il rischio è evidente: trasformare l’Europa nella più sofisticata macchina regolatoria del mondo, senza che a questa capacità normativa corrisponda una pari forza economica e industriale. Un primato certamente singolare, ma difficilmente sufficiente a garantire al continente un ruolo centrale nel nuovo equilibrio dell’economia globale.

Antonio Maria Rinaldi

Antonio Maria Rinaldi, ex membro della commissione del Parlamento Europeo ECON

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