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EURO E LAVORO: UNA CONVIVENZA IMPOSSIBILE. TRAGEDIA IN QUATTRO ATTI (di Giuseppe Palma)

 

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LIBRETTO:

  • ATTORI: Parlamento italiano (attore principale: Partito Democratico) e due Governi italiani non eletti democraticamente (Governo Monti e Governo Renzi);
  • SCENEGGIATURA a cura di: multinazionali, banche private, Commissione Trilaterale e GruppoBilderberg;
  • MUSICHE E TESTI a cura di: intellettuali di sinistra e stampa di regime;
  • REGIA: Unione Europea.

 

 

VOCE NARRANTE:

Ho scritto molto su questa moneta unica. E molto sono riuscito a dimostrare su come questo Euro rappresenti un crimine contro l’Umanità. Ricordate il mio libro “Il Male Assoluto…”? Oppure il mio articolo “I gravissimi aspetti di criticità dell’Euro spiegati a mia figlia di un anno”?

Bene. Si diano per letti e conosciuti i contenuti dei testi appena indicati.

Ciò detto, ritengo tuttavia fare una breve premessa che riassuma – in breve – il crimine dell’Euro.

Abbiamo già visto come gli Stati dell’Eurozona siano costretti – non avendo più sovranità monetaria – a doversi andare a cercare la moneta. Per chi ancora non avesse chiaro il concetto, lo rispiego. Tutti i 19 Stati europei che hanno aderito all’Euro devono cercarsi la moneta, e lo possono fare solo in due modi: a) andandola a prendere dalle tasche dei cittadini (attraverso l’aumento e/o l’introduzione di nuove tasse ed imposte; attraverso l’introduzione di strumenti giacobini di accertamento fiscale; limitando l’uso del denaro contante in modo da condurre una lotta terroristica all’evasione fiscale; tagliando le voci di spesa pubblica più sensibili come la sanità, la giustizia, la scuola, le pensioni etc…); b) prendendola in prestito dai mercati dei capitali privati (es. dalle banche private) ai quali lo Stato richiedente deve restituirla gravata dagli interessi, tassi stabiliti unilateralmente a seconda del grado di affidabilità di ciascuno Stato.

Ma v’è di più: la fissazione, nel 1999, dei tassi di cambio irrevocabili tra l’Euro e ciascuna moneta nazionale degli Stati aderenti ha maggiormente aggravato la situazione. Nei periodi di crisi del passato era abitudine, soprattutto dell’Italia, operare “aggiustamenti” sul cambio al fine di svalutare la propria moneta nazionale rispetto alle altre valute allo scopo di tornare ad essere competitivi, quindi i prezzi delle merci da esportare si abbassavano con il conseguente aumento delle esportazioni, pertanto le aziende – vedendo che le merci prodotte venivano acquistate – non erano costrette né a licenziare né a ridurre i salari (anzi, erano addirittura invogliate ad assumere nuovo personale).

Oggi con questo Euro, non potendo più utilizzare la leva della svalutazione monetaria, tutti gli Stati dell’Eurozona sono costretti – per essere competitivi – a svalutare il lavoro, quindi a ridurre i salari e la qualità dell’occupazione (ossia le tutele contrattuali e i diritti dei lavoratori).

Il tutto contornato da una Banca Centrale Europea (BCE) che non funge affatto da prestatrice di ultima istanza (cioè non si rende garante e quindi non acquista l’intero ammontare dei debiti pubblici di ciascuno degli Stati dell’Eurozona), lasciando che siano i cittadini a svolgere la predetta funzione.

Ciò premesso, al fine di salvare l’Euro (e tutto il corollario che vi è attorno) l’Unione Europea ha prima chiesto – e poi imposto – a ciascuno Stato dell’Eurozona di provvedere a radicali riforme strutturali soprattutto in merito alle legislazioni nazionali sul lavoro, ritenute da Bruxelles, Berlino e Francoforte troppo garantiste e quindi ostative allo strumento della svalutazione del lavoro, strumento ritenuto necessario – come ho già scritto – affinché gli Stati della zona euro tornino ad essere competitivi!

Ed è proprio in questa cornice che si collocano le vulgate del “ce lo chiede l’Europa” o “ci vuole più Europa”.

In Italia esisteva (infatti oggi non esiste praticamente più) una legislazione sul lavoro figlia delle aspre lotte sociali degli anni Sessanta che tutelava soprattutto il lavoratore, quindi il suo salario, i suoi diritti e la tendenziale stabilità del suo impiego (vedesi ad esempio lo Statuto dei Lavoratori – Legge n. 300/1970).

Ma commetterei un errore – un gravissimo errore – se scrivessi che i diritti dei lavoratori sono frutto delle sole lotte sociali degli anni Sessanta, infatti bisogna tornare indietro fino all’immediato dopoguerra, quando il nostro Paese si dotò di una Carta fondamentale dello Stato definita, non a caso, la più bella del mondo. La nostra Costituzione, infatti, fonda la Repubblica italiana sul lavoro (art. 1 co. I Cost. “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”), quindi – per dirla con parole semplici – non esiste lo Stato italiano se esso non può fondarsi sul lavoro. Punto. E’ un concetto che non ammette repliche né interpretazioni differenti. Questa era l’esatta volontà dei nostri Padri costituenti. Non soddisfatta, l’Assemblea Costituente inserì nei Principi Fondamentali della Carta anche l’art. 4 (“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”), mentre nella Parte I – tra gli altri – l’art. 36 (“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi”).

L’Unione Europea e i suoi Trattati, come ho già ampliamente dimostrato nei miei libri e articoli precedenti, tradiscono vigliaccamente i suddetti principi a tal punto da farli diventare lettera morta. Ne è un esempio la vile costituzionalizzazione del vincolo del pareggio di bilancio avvenuta sotto un pressante ricatto dell’UE e per mano di un Parlamento italiano sordo e schiavo nella primavera del 2012, dopo che il Presidente del Consiglio Mario Monti aveva sottoscritto il cosiddetto Fiscal Compact nel marzo di quello stesso anno (a tal proposito, leggete questo mio articolo: https://scenarieconomici.it/incompatibilita-art-1-costituzione-pareggio-bilancio-giuseppe-palma/). In pratica, per dirla con parole semplici, con la nuova formulazione dell’art. 81 Cost. lo Stato italiano si è imposto il divieto di far leva sulla possibilità di indebitamento al fine di creare piena occupazione, in aperto contrasto con gli artt. 1 e 4 della Costituzione. Un crimine che, in epoche differenti, avrebbe giustificato quanto meno un’incriminazione di tutti i membri del Parlamento e del Governo di tenere intelligenze con lo straniero allo scopo di sovvertire l’ordine costituzionale.

Ciononostante, l’Europa non era – e non è – per nulla soddisfatta. Bisogna distruggere ogni diritto connesso al lavoro, altrimenti saltano sia l’Euro che l’intera struttura eurocratica disegnata dai Trattati dell’UE.

Dal novembre 2011 in avanti tre Presidenti del Consiglio privi di legittimazione democratica (Mario Monti, Enrico Letta e Matteo Renzi) – con la complicità di un Parlamento (XVIa e XVIIa Legislatura) schiavo, composto di nominati e pesantemente delegittimato da una pronuncia di incostituzionalità della legge elettorale con la quale è stato eletto – hanno portato a compimento questo crimine. In che modo? In QUATTRO ATTI, come se si trattasse – e forse lo è – di una tragedia greca (giuro, nessun doppio senso).

 

SI APRA IL SIPARIO:

  • PRIMO ATTO: il 2 marzo 2012 venticinque Stati dell’Unione Europea (ad eccezione del Regno Unito e della Repubblica Ceca) sottoscrivono il cosiddetto Fiscal Compact (Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria), il quale prevede principalmente: a) una significativa riduzione del rapporto fra debito pubblico e PIL al ritmo di un ventesimo all’anno (5%), fino al raggiungimento del rapporto del 60% sul PIL nell’arco di vent’anni; b) l’obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio; c) l’obbligo di non superamento della soglia di deficit strutturale superiore allo 0,5% del PIL (e superiore all’1% per i Paesi con debito pubblico inferiore al 60% del PIL);
  • SECONDO ATTO: nell’aprile 2012 (Legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1), attraverso la procedura aggravata prevista dall’art. 138 della Costituzione, il Parlamento italiano – sotto il ricatto/imbroglio dello spread – inserisce definitivamente in Costituzione il vincolo del pareggio di bilancio (nuova formulazione dell’art. 81 Cost.), e lo fa a larghissima maggioranza in modo tale da evitare un’eventuale bocciatura da parte di un referendum popolare di tipo confermativo. Quali forze politiche parlamentari votano in favore della costituzionalizzazione del pareggio di bilancio? PD, PDL e UDC, le stesse che appoggiano incondizionatamente il Governo tecnico presieduto dal prof. Monti. L’Italia è l’unico Paese tra i venticinque firmatari del Fiscal Compact ad inserire in Costituzione il vincolo del pareggio di bilancio. Nel luglio di quello stesso anno, come se quanto premesso non fosse già di per sé sufficiente a massacrare un intero popolo, il Parlamento – nel giro di una settimana – vota a larga maggioranza la legge di autorizzazione alla ratifica del Trattato intergovernativo di cui sopra (il cosiddetto Fiscal Compact);
  • TERZO ATTO: il Governo Monti (e più nello specifico il ministro del lavoro e delle politiche sociali Elsa Fornero) elabora una prima riforma del lavoro che abroga la norma che consente al giudice di ordinare all’impresa il reintegro del lavoratore illegittimamente licenziato per giustificato motivo oggettivo (ossia per cause cosiddette economiche), prevedendo unicamente una tutela di tipo risarcitoria che va da un minimo di 12 ad un massimo di 24 mensilità. E’ l’inizio dello smantellamento dei diritti. Trattasi della Legge 28 giugno 2012, n. 92. Quali forze politiche parlamentari approvano la suddetta riforma? PD, PDL e UDC;
  • QUARTO ATTO: l’attuale Governo presieduto dal Segretario del PD Matteo Renzi – non senza aspre critiche interne al proprio partito – elabora un’ulteriore riforma del lavoro denominata Jobs Act (così i lavoratori non ci capiscono nulla ed è più facile illuderli) che smantella definitivamente la tutela del reintegro. Il Parlamento approva una legge delega (Legge 10 dicembre 2014, n. 183) e successivamente il Governo emana i cosiddetti decreti attuativi. In parole semplici, la tutela del reintegro viene mantenuta solo in pochissimi casi, vale a dire solo per le seguenti tipologie di licenziamenti ritenuti illegittimi: a) licenziamenti discriminatori (non esiste al mondo un solo imprenditore che si sognerebbe di scrivere sulla lettera di licenziamento che il motivo è, ad esempio, il sesso del lavoratore o il colore della sua pelle); b) licenziamenti nulli, cioè quelli intimati senza l’osservanza delle norme di legge (è sufficiente recarsi da un buon avvocato per non commettere errori); c) licenziamenti per giustificato motivo soggettivo o per giusta causa (cioè quelli cosiddetti disciplinari) per i quali il giudice ritenga che il fatto materiale contestato al lavoratore sia insussistente. Badate bene al tenore letterale della norma: “INSUSSISTENZA del fatto materiale contestato al lavoratore” (art. 3 co. II del Decreto Legislativo sul contratto a tutele crescenti)! In pratica, nel caso in cui il licenziamento per giustificato motivo soggettivo o per giusta causa sia ritenuto ad esempio sproporzionato (cioè il fatto contestato al lavoratore sussiste ma la sanzione del licenziamento è ritenuta sproporzionata), il giudice non potrà più disporre che l’imprenditore provveda alla reintegra del lavoratore nel suo posto di lavoro, bensì potrà riconoscere a quest’ultimo soltanto la tutela risarcitoria (di importo pari a due mensilità dell’ultima retribuzione percepita dal lavoratore per ogni anno di servizio, in misura comunque non inferiore a 4 e non superiore a 24 mensilità). Pazzesco, ma siamo tornati indietro di 130-140 anni! Infine, per quel che concerne i licenziamenti per giustificato motivo oggettivo (vale a dire quelli cosiddetti economici), resta in ogni caso la sola tutela risarcitoria (anch’essa di importo pari a due mensilità dell’ultima retribuzione percepita dal lavoratore per ogni anno di servizio, in misura comunque non inferiore a 4 e non superiore a 24 mensilità). Per chi non l’avesse ancora capito, il quarto atto di questa tragedia è recitato da attori che amano definirsi di sinistra, una finta ed ipocrita sinistra di ispirazione social-democratica ed europea incarnata da quel Partito Democratico che sostiene di essere l’erede legittimo del vecchio e glorioso PCI.

 

SI CHIUDA IL SIPARIO.

Applausi scroscianti da parte del pubblico!!!

 

***

 

Ecco dimostrato, seppur molto brevemente e con un linguaggio comprensibile a tutti, uno dei più efferati crimini dell’Euro.

Vi prego, contestatemi nel merito (se ci riuscite), ma non dite che non avete capito o che ho scritto falsità. Non sarebbe onesto da parte vostra…

 

Buonanotte popolo. Ci vediamo alla prossima tragedia.

Ah, dimenticavo: silenzio in teatro!

 

Giuseppe PALMA

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