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ETICA, ECONOMIA E DIRITTO SI SCONTRANO SULLE PENSIONI

L’argomento che domina nei media è la decisione della Corte Costituzionale in materia di rivalutazione delle pensioni. Né si può dire che la grande stampa e la pubblica opinione si interessino di un problema privo d’importanza: gli effetti di qualunque decisione sono infatti notevoli sul bilancio dello Stato e sui bilanci delle famiglie interessate. Ogni linea di condotta ha i suoi sostenitori. Alcuni (Salvini, Berlusconi ed altri) approfittano demagogicamente della situazione per chiedere che si rimborsino integralmente tutti, quali che siano le conseguenze sul bilancio dello Stato. Perché “lo ordina la Consulta”. Altri trovano naturale graduare i rimborsi (ad alcuni tutto, ad altri poco, ad altri infine niente). E infine ci sono quelli che, anche in base all’art.81 della Costituzione (Heautontimoroumenos!), sostengono che è anticostituzionale rimborsare checchessia. Perché si sfora il vincolo di bilancio. Chi ha ragione?
La risposta dipende dalla partita che si sta giocando. Per chi ha toccato la palla con le mani vicino al portiere, il calcio di rigore è sacrosanto, ma soltanto se stiamo giocando al calcio. Se invece stessimo giocando a rugby, non solo toccare la palla con le mani sarebbe lecito, ma sarebbe invalida la meta segnata lanciando la palla con i piedi. Nel problema delle pensioni dovremmo innanzi tutto stabilire quali regole intendiamo seguire. Per quelle economiche, non bisogna dare niente a nessuno. Per quelle giuridiche, bisogna dare tutto a tutti. Seguendo le regole etiche, bisogna dare il massimo che si può ai bisognosi, e soltanto a loro.
Come è evidente, ogni scelta non è priva di controindicazioni. Chi applica la regola giuridica provoca disastri economici; chi applica la regola economica provoca disastri giuridici; chi applica la regola etica provoca disastri sia giuridici (perché viola l’art.3 della Costituzione, i diritti acquisiti, ecc.) sia economici (perché lo Stato non soltanto non dispone dei sedici miliardi totali che sarebbero necessari, ma neppure dei tre o quattro che bisognerebbe spendere per i più poveri).
Questo chiarimento spiega perché le discussioni siano tanto accese: nella soluzione che propone, ognuno segue il proprio metro di valutazione, e reputa che anche gli altri dovrebbero adottarlo. Purtroppo è quello che pensano anche gli oppositori. La tentazione è quella di allargare le braccia e dire che non se ne esce. Ma ciò è permesso agli studiosi, non a chi ha la responsabilità di una situazione.
Bisogna partire dal concetto di impossibile, che è suscettibile di interpretazioni diverse. Per la politica, impossibile è “ciò che non è possibile fare”, in concreto; per il diritto è “impossibile” ciò che il diritto stesso non permette. La legge vieta l’omicidio, salvo che nei casi espressamente previsti dalla stessa legge penale alla voce “esimenti” (ad es. legittima difesa o stato di necessità) e dunque esso non può mai essere giustificato, non lo si può mai adottare come una soluzione. Altro esempio: se il giudice è assolutamente convinto della colpevolezza dell’imputato, ma non ha le prove per condannarlo, deve assolverlo e rimettere coscientemente in circolazione un assassino seriale. È giuridicamente impossibile fare diversamente. Analogamente il giudice deve mettere in galera – quali che siano i suoi personali dubbi – colui che le prove indicano chiaramente come il colpevole.
Per il potere politico, come detto, l’impossibile giuridico non esiste. Il sovrano può, per evitare una rivoluzione, non eseguire una condanna a morte o non mandare libero un innocente che invece la pubblica opinione reputa colpevole. Nel racconto del Vangelo, che pure non è una fonte storica, si ha un esempio di questo comportamento. La folla rumoreggiava, chiedendo la condanna di Gesù, e infine Ponzio Pilato l’accontentò, precisando che lui se ne lavava le mani: “Non sono responsabile, disse, di questo sangue; vedetevela voi!”. In altri termini adottò una decisione contraria al diritto e all’etica ma conforme alla politica. Si può trovare un simile comportamento orribile, ma chi non sarebbe stato lieto se l’attentato di von Stauffenberg – tecnicamente un omicidio premeditato – fosse andato a buon fine? Eliminando Hitler nel luglio del 1944, quante migliaia di vite umane sarebbero state salvate? Dunque, nei due episodi richiamati alla memoria, la differenza non è nell’omicidio, ma nella persona dell’ucciso. La politica conosce valutazioni e necessità sconosciute al diritto.
Dalla discussione sulle pensioni si possono ricavare soltanto alcune conclusioni: la Consulta non ha semplicemente applicato il diritto, ha coscientemente creato un problema politico. E ciò non dovrebbe esserle consentito, se è vero che quell’organo fa parte dell’ordine giudiziario. Tuttavia, una volta che è stato creato, il problema non può essere risolto che dalla politica, la quale segue leggi sue proprie. Invocare il diritto come fosse Dio in terra è fuor di luogo. Lo Stato vieta la rapina, ma poi in concreto la pratica col fisco, richiamandosi ad un auto-concesso “potere impositivo”. I sovrani del passato facevano bollire vivi i falsari, ma poi falsificavano loro stessi le monete, coniandole con una quantità d’oro inferiore a quella dichiarata. Del resto, lo Stato moderno non fa niente di diverso, quando provoca inflazione.
Il diritto è una disciplina meravigliosa, forse l’unica luce di ragionevolezza nei rapporti fra gli uomini, ma può dirigere i singoli, non la collettività.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
19 maggio 2015

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