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ESM (2): LA VOLONTA’ DEL POPOLO ITALIANO? TABULA RASA. UN POPOLO DI “PAGATORI” PER IL MORAL HAZARD Altrui. (da Orizzome48)

 

 

Vi presentiamo questo articolo di Orizzonte48 sul ESM /MES, il più grande scandalo che colpisce l’Italia e che, pare, sia stato approvato da Conte. Buona lettura

  1. Per capire, senza essere trascinati nel gorgo delle grandiose costruzioni inerziali della propaganda orwelliana (adeguatamente testabile ogni giorno), abbiamo bisogno di punti di riferimenti.

Cioè di chiare enunciazioni circa i fondamenti istituzionali, cioè i contenuti normativi fondamentali, la cui “interpretazione autentica” fornisce l’indicazione della volontà politica e degli interessi economici che caratterizzano il dover essere della società in cui ci si trova assoggettati. Sudditi, non cittadini dotati della benché minima capacità giuridica di esercitare diritti politici, il primo dei quali è l’elettorato attivo e passivo, che possano in qualche modo determinare l’indirizzo politico fondamentale e quindi l’esistenza di un’autorità di governo che ne risponda secondo le regole della democrazia.

E il primo di questi riferimenti, parlando di sostenibilità, “rischio” e ristrutturazione del debito pubblico, non è ciò che potremmo pensare noi, – che, per definizione non conta nulla, essendo ridotti a vuota forma i diritti politici – ma quello che dicono loro, €SSI, senza alcuna remora.

  1. Ci riportiamo all’intervento di Benoît Cœuré(sul sito BCE, datato 3 novembre 2016) già riportato qui, p.6.1. (Keynote address by Benoît Cœuré, Member of the Executive Board of the ECB, at Harvard University’s Minda de Gunzburg Center for European Studies in Cambridge, MA, 3 November 2016). Sempre negli USA si manifesta il “meglio” di certe dottrine economiche…):

nelle economie più avanzate, come altrettanto nella maggior parte dei modelli macroeconomici, il debito degli Stati è concepito anch’esso come sicuro.

Sussiste un’effettiva piena unificazione (ndr: intesa come armonizzazione nei fini) tra il bilancio della banca centrale e quella dell’autorità fiscale, tale da rendere il debito governativo risk-free in termini nominali.

La banca centrale può garantire il suo pagamento in liquidità e per il suo pari valore in tutti gli Stati del mondo. Perciò non c’è alcun rischio di credito connesso ai  sovereign bonds, sebbene essi possano tuttavia comportate un rischio di inflazione se la banca centrale è sollecitata dal governo a finanziare deficits inflazionari.  

Nell’area euro, tuttavia, questa stessa relazione istituzionale non può applicarsi.

Si ha una banca centrale e diciannove differenti autorità fiscali, i paesi membri non assumono la responsabilità per il debito di ciascun altro, e alla Banca Centrale Europea, per ottime ragioni, è vietato dal Trattato “il “finanziamento monetario”, che significa l’acquisto diretto del debito dei vari Stati membri “.

E quali sono queste “very good reasons”?

Presto detto: “Il debito sovrano nell’eurozona è così esposto al rischio di credito in un modo in cui non lo sono le altre economie avanzate”

E ciò accade invero per un disegno intenzionale. La costruzione dell’eurozona – la proibizione di finanziamento monetario racchiusa nel trattato UE, la “no bailout clause”– è deliberatamente intesa a incoraggiare i mercati a differenziare tra i debiti sovrani dell’eurozona basandosi sulla loro sostenibilità fiscale.

L’idea è che l’esercizio della disciplina di mercato appresterà un continuo controllo sulle azioni dei governi, che condurrà a sua volta a politiche più solide 

  1. Il secondo punto di riferimento lo possiamo rinvenire in Paul De Grauwe, del cui coinvolgimento professionale e scientifico nel concepimento e nella gestione dell’eurozona, non è dubitabile: egli dedica un lungo paper nel 2013al poderoso tema: Design Failures in the Eurozone:Can they be fixed?

Quello che ci illumina sul tema specifico è il paragrafo 4. “Misdiagnosis of the sovereign debt crisis” (pagg.11 e ss.), in cui afferma (mi spiace ma non ho più il tempo per sistematiche traduzioni dall’inglese; molti capiranno, altri useranno il traduttore google):

The diagnosis of the Eurozone crisis that was made by political leaders, especially by those from Northern European countries was that the sovereign debt crisis arose as a result of profligacy of governments in general and of governments in the Southern European countries in particular.

However, with the exception of Greece, the reason why countries got into a sovereign debt crisis has little to do with public profligacy.

The cause of the debt problems in the Eurozone is to be found in the unsustainable debt accumulation of the private sectors in many Eurozone countries. I show the evidence in Figures 3 and 4. It can be seen that household and bank debt were increasing fast prior to the debt crisis.

Surprisingly, the only sector that did not experience an increase in its debt level (as % of GDP) was the government sector.

The private debt accumulation in the eurozone allowed booms and bubbles to develop. When these became unsustainable and crashed, a large number of banks, firms and households, found themselves unable to repay their debts. As a result, they were forced to deleverage, i.e. to reduce their debt levels. This set in motion the debt deflation dynamics discussed earlier (Irving Fisher (1932) and Minsky (1982)).

As the private sector attempts to deleverage, assets are sold, pushing down their prices. As a result, other agents are pushed into solvency problems as the value of their assets declines. More and more private agents then are forced to deleverage. But as everybody is doing this at the same time, nobody succeeds in improving its own solvency.

On the contrary the solvency of private agents continues to deteriorate. The economy is pushed into a deflationary spiral. The only way out is for governments to increase their own debt levels. This is necessary to make it possible for the private sector to deleverage without bringing the economy into a deep depression.

Il paragrafo si conclude così (eravamo ovviamente prima del QE, ma in un momento successivo alla MAI APPLICATA Outright Monetary Transaction):

As long as such misdiagnosis continues to form the basis of political action by European leaders the chances of stopping the destructive dynamics are slim. Instead political action should be based on a correct diagnosis that as was argued in the previous sections result from a number of design failures that have little to do with government profligacy.”

3.1. La soluzione che indica De Grauwe? E’ nel paragrafo successivo:

5. The ECB as a lender of last resort in the government bond markets

La soluzione è nota. Fu a lungo dibattuta in quegli anni, ma non poté essere realmente discussa a causa dell’opposizione della Germania, fondata sulla clausola dell’art.123 TFUE; che nella sostanza, come abbiamo visto, vieta tale funzione alla BCE escludendone la forma più efficace, cioè l’acquisto diretto all’emissione da parte dei singoli Stati, e consentendo solo l’acquisto indiretto, sul mercato c.d. secondario, che fu intrapreso, comunque con dei limiti altrettanto noti, di qualità e di ammontare massimo, con il QE. Che però, anticipiamo subito, ha determinato, con la regola “presupposta” della capital key, boom and bubbles in Germania, oggi denominata “asset inflation”, pur replicando, per altre ragioni, un eccessivo afflusso di liquidità bancaria non sui paesi debitori commerciali, ma sul mercato dei capitali e degli investimenti finanziari tedeschi.

In ogni modo, De Grauwe elogia l’introduzione dell’OMT, ma “si accorge” immediatamente che il feroce clima critico che lo circonda, gli conferisce una forma regolatoria che, come si rivelerà successivamente, lo ha reso inefficace e inapplicato/bile (per qualsiasi governo avesse sale in zucca e, potendo correggere il problema del debito PRIVATO estero, con altri mezzi che non fossero la Trojka e il trattamento Grecia; come infatti, ha altrettanto notoriamente fatto l’Italia).

De Grauwe, in questo scritto del 2013, anticipa le ragioni, tutte tributarie del principio di “condizionalità”, che avrebbero reso inefficace l’OMT. Queste ragioni nella sostanza, rendono ancor più inefficace, cioè deflazionista e recessivo, l’ESM riformatosolo che questa volta, eliminato once and for all ogni possibile intervento dell’istituto emittente centrale, come lender of last resort e persino entro il vecchio OMT, si gettano tutte le fiches sulla condizionalità imponibile dall’ESM stesso e sulla trasformazione del potere di veto della Germania, in potere dell’ESM, germanizzato, di imporre le ristrutturazione preventiva del debito del paese “in difficoltà” (e chissà chi creerà tale difficoltà…non certo l’Italia che gode di un attivo delle partite correnti e di una posizione patrimoniale netta sull’estero tra le più solide del mondo):

“The continuing fierce criticism against the notion that the ECB should be a lender of last resort in the government bond markets explains why the ECB attached a number of conditions to its OMT-program. These conditions are likely to reduce the effectiveness of that program. First, the ECB will restrict its bond purchases to bonds with a maturity of 3 years or less. There is no good economic argument to impose such a restriction. In fact, it may even increase the fragility of the sovereigns. These will now have an incentive to issue bonds with shorter maturities than they would have done otherwise, making them more vulnerable to liquidity crises.”

Second, the ECB has attached as a condition to the use of the OMT-program that the countries concerned apply to the ESM which may then subject these countries to additional austerity programs. This creates the problem that countries are pushed further into a recession as a condition to obtain relief from the ECB. It is difficult to understand the economic logic of such an approach. It is in my view the result of a moralistic approach to the problem that is very popular in the North of Europe and that wishes countries applying for support to be punished first for their sins.

There is an additional danger to this second conditionThe ESM will be at the centre of the procedure for triggering the ECB’s liquidity provision in the context of the OMT program. The decisions of the ESM, however, will de facto be subject to a veto power of Germany and other countries. The popular opposition in Germany against the ECB’s lender of last resort activities may in the end prevail making it impossible for the ECB to exert these activities”.

3.2. Conclusione inequivocabile di De Grauwe, avendo perciò precisato la sostanziale inefficacia e anzi dannosità dell’OMT “condizionale” e lasciata al potere di veto tedesco (= arbitrio moralistico):

“As I argued earlier, the proper separation of responsibilities is for the ECB is to act as a lender of last resort, and for the European Commission to control the moral hazard risk produced by this lender of last resort activities.

The OMT program however, makes it clear that the ECB both wants to provide liquidity and for policing moral hazard risk. This also appears from the fact that the ECB is actively involved in the Troika that monitors the countries budgetary policies. This monitoring, however, is highly political. Thus the ECB gets involved in decisions about how much governments should spend, which spending cuts to apply, what taxes to raise. These are highly political decisions. A central bank that cherishes its political independence endangers this independence if it is involved in political decision-making processes in member-countries“.

  1. Olivier Blanchard, più di recente (gennaio 2019), ha dissertato proprio di “Public Debt and Low Interest Rates“, con riferimento alla situazione creatasi a seguito del QE; ed è un discorso, anche qui,  “delivered” alla “2019 American Economic Association (AEA) Presidential Address at the AEA”.

Siamo all’incirca un mese dopo l’approvazione della riforma dell’ESM nell’Eurosummit del 14 dicembre 2018, (dall’eloquentissimo incipit: “A seguito del mandato conferito nel giugno 2018″), all’Eurogruppo.

E Blanchard trova dunque prioritario porre l’accento sulla sostenibilità del debito pubblico e ri-dimostra, citando alcuni studi, che, insomma, il costo diventa crescente e “rischioso”, guarda caso, sopra il 60%. Forse dimenticando che, ad esempio, la Francia versa in tale situazione, cioè rapporto debito/PIL in crescita sopra al 60%, e ormai prossimo al 100%,  dalla crisi del 2007-2008; e stranamente, però, non è stata toccata dalla “crisi del debito pubblico”.

 

Germania: debito pubblico/Pil

Francia: debito pubblico/Pil

Quello che è interessante, al di là della (ennesima) e contraddittoria perorazione della soglia del 60% (nell’eurozona, come in Giappone come negli USA), è questa affermazione riassumente la sua analisi:
This link between the cost of debt and the level of debt itself is not just a minor inconvenience. It has profound implications for high debt countries, in particular for the high debt countries in the euro area where each government is responsible individually for its own debt. 

Confermando Cœuré – e in sostanza contraddicendo De Grauwe, che pone invece un’estrema attenzione sull’anomalia e sulla mancanza di logica economica apparente della governance dell’eurozona -, Blanchard non può negare, per quanto sotto-enfatizzandolo, che il nodo della sostenibilità del debito pubblico nell’eurozona sta nel particolare rischio dovuto al fatto che “ogni governo è responsabile individualmente per il suo debito“.


4.2. Dunque si tratta di una peculiarità istituzionale consistente nell’assenza di garanzia da parte della Banca centrale, emittente tale moneta, e quindi di una scelta politica, e non economicamente chiara né giustificabile, considerando che costituisce un unicum in tutti i sistemi monetari adottati dai paesi avanzati dell’intero mondo.

Vi propongo in altri termini quest’ultima precisazione: Blanchardnel fare l’elogio del risk-less debito pubblico (solo) sotto soglia del 60%, – senza curarsi della realizzabilità concreta di un tale target, ostentato “a prescindere”, e senza curarsi del fatto che la Francia sfida, impunemente indenne, da un decennio, questa “legge” tolemaica mentre la Germania ha indugiato a lungo in questa sfida, ed è più che pronta a raccoglierla di nuovo con un’incombente ondata (anomala) di salvataggi bancari -,  pare parlare proprio e soltanto dell’Italia.

Cioè, in definitiva, mette in dubbio la sostenibilità del debito pubblico italiano a) per ragioni quantitative; b) per correlate ipotesi di futuri shock recessivi determinati da una crisi finanziaria non italiana. E, rispetto all’eurozona, neppure tanto esogena, vista la situazione di Deutschebank.

  1. Per capire questo rinnovato timore, a così alto livello politico(…scientifico) in cui si scarica (implicitamente ma necessariamente) l’attenzione sull’Italia, e in definitiva sull’esigere il sacrificio del suo sistema bancario e,  più ancora, dei suoi risparmiatori,per un pericolo finanziario-bancario che nonsta negli NPL, ma nei level-3 e conseguenti problemi di “veridicità” e “realtà” dei bilanci degli istituti tedeschi (e francesi), dobbiamo fare un passo indietro.

Al giugno del 2018 (appunto).

E si tratta di un evento che solo marginalmente, se non addirittura strumentalmente, si aggancia della colossale montatura per cui l’Italia era divenuta un pericolo poiché aveva appena creato un governo che, “a priori”, avrebbe dovuto destabilizzare l’intera eurozona (facendo un deficit di 2,04 contro il…2,1 dell’anno precedente!); si tratta in realtà del c.d. accordo di Meseberg.

Tra Francia e Germania.

Accordo nel quale, – ben prima che il Nadef 2018 e la manovra successiva fossero presentate, e quindi ben prima che qualsiasi minaccia italiana si profilasse all’orizzonte con una sua immaginaria government profligacy, ci si “preoccupa” del futuro radioso dell’eurozona.

E tra un complimento reciproco e l’altro, cosa ti tirano fuori Macron e la Merkel, concretizzando un progetto a lungo rimuginato, ma attualizzato nelle forme più consone al sopravvenuto problema dell’asset inflation causata dal QE e che richiedeva un’immediata “rimessa in riga” dell’Italia?

(L’analisi di De Grauwe ne risulta letteralmente devastata…)

“Unione Economica e Monetaria

– Per garantire un’economia forte, l’Unione europea ha bisogno di una solida unione monetaria. Questa moneta è l’euro, che è accessibile a tutti gli stati membri e che quasi tutti gli stati membri intendono adottare conformemente ai trattati dell’Ue. La condivisione della stessa valuta comporta esigenze specifiche in termini di coordinamento economico e di integrazione. Di conseguenza, Francia e Germania hanno deciso di proporre misure chiave nella seguente tabella di marcia per rafforzare ulteriormente la zona euro e renderla un’autentica unione economica.

Meccanismo europeo di stabilità (Mes)

Come primo passo, dobbiamo modificare il Trattato intergovernativo del Mes al fine di includere uno strumento di garanzia comune, migliorare l’efficacia degli strumenti precauzionali per gli stati membri e rafforzare il suo ruolo nella valutazione e nel monitoraggio dei programmi futuri. E in una seconda fase possiamo quindi garantire l’integrazione del Mes nella legislazione europea, preservando le caratteristiche chiave della sua governance.

Ulteriori attività dovrebbero essere intraprese in un quadro appropriato per il sostegno alla liquidità necessaria alla risoluzione.

La condizionalità rimane un principio di base del trattato sul Meccanismo europeo di stabilità e di tutti gli strumenti del Mes ma va adattato a ciascuno strumento.

Ricordiamo che qualsiasi decisione di fornire sostegno alla stabilità attraverso il Mes a uno stato membro dell’area dell’euro include un’analisi della sostenibilità del debito (Dsa).

Per migliorare il quadro esistente promuovendo la sostenibilità del debito e migliorarne l’efficacia, dovremmo iniziare a lavorare sulla possibile introduzione dell’euro CaC  ( collective action clauses) con l’aggregazione a un solo capo. Se ritenuto appropriato, il Mes può facilitare il dialogo tra i suoi membri e investitori privati, seguendo la prassi del Fondo monetario internazionale.

Il Mes dovrebbe avere un ruolo rafforzato nella progettazione e nel monitoraggio dei programmi in stretta collaborazione con la Commissione e in collegamento con la Bce e sulla base di un compromesso da trovare tra la Commissione e il Mes. Dovrebbe avere la capacità di valutare la situazione economica generale negli stati membri, contribuendo alla prevenzione delle crisi. Ciò dovrebbe essere fatto senza duplicare il ruolo della Commissione e nel pieno rispetto dei trattati.

Ogni qualvolta uno stato membro richiede l’assistenza finanziaria del Mes, può anche richiedere l’assistenza finanziaria dell’Fmi.

Il Mes potrebbe essere rinominato”.

  1. Non so come dirlo altrimenti.

La sequenza (politico-decisionale) è:

Accordo bilaterale di Meseberg => immediata trasposizione in un accordo al vertice dell’eurozona, in margine al Consiglio UE a fine giugno 2018, => approvazione nelle sue linee essenziali e costitutive della riforma ESM, esattamente riassunta nel comunicato finale del 14 dicembre 2018, che ricalca fedelmente l’accordo bilaterale e intergovernativo di Francia e Germania => Approvazione definitiva della riforma, completa e approfonditamente studiata, annunciata da Centeno, in esito all’Eurogruppo del 7 novembre, “entro dicembre“.


Tutto col costante assenso dei rappresentanti governativi italiani pro-tempore
.

Il presupposto strutturale di ciò, da portare alle sue estreme conseguenze e avendo di mira, necessariamente, per esclusione (non occorre Sherlock Holmes) l’Italia, va però ribadito, perché non sta emergendo nel dibattito, anche parlamentare (finalmente), sulla questione:

Cœuré 2016: Il debito sovrano nell’eurozona è così esposto al rischio di credito in un modo in cui non lo sono le altre economie avanzate”

E ciò accade invero per un disegno intenzionale.

 i paesi membri non assumono la responsabilità per il debito di ciascun altro, e alla Banca Centrale Europea, per ottime ragioni, è vietato dal Trattato “il “finanziamento monetario”, che significa l’acquisto diretto del debito dei vari Stati membri “.

Blanchard 2019in the euro area each government is responsible individually for its own debt.

  1. Che se poi vogliamo andare un po’ più indietro, in fatto di chiarimenti sui “divieti” contenuti nei trattati e sui “disegni intenzionali”, basta vedere quiqui (p.6). Su questo blog, dove si dice ciò che è manifesto, geneticoe scontato, ma completamente assente dal dibattito politico e mediatico italiano. Ma non pare che ci sia alcun pericolo che sia mai dibattuta in un Eurogruppo o in un Eurosummit, a latere di un Consiglio Ue, alcuna proposta italiana; quand’anche fosse mai avanzata. Nell’interesse italiano.

Ma se l’interesse democratico-costituzionale italiano avesse mai avuto un peso, nell’intera storia della costruzione europea, molto semplicemente l’Italia si sarebbe limitata ad aderirvi in conformità dell’art.11 Cost. e non avrebbe mai considerato legittima, e prima ancora: conveniente, l’introduzione del vincolo esterno monetario. Ma questa è una lunga storia: un’adesione ai trattati europei conforme all’art.11 Cost. non è mai stata in agenda. Ce lo chiarì Giuliano Amato (qui, p. 1c).

E questo per i più vari motivi, che abbiamo più volte ricostruito.

La Costituzione del 1948, non è mai stata accettata dal “Quarto Partito“, che è stato costante e inesorabile nell’utilizzare la leva terroristica del debito pubblico, (sistematicamente a sproposito); e la costruzione europea, specialmente con la sua propaggine ossessiva dell’abolizione della sovranità monetaria, è sempre stata uno strumento ideale per una restaurazione antidemocratica.

  1. Basti rammentare come l’etichetta giustificatrice dell’anticomunismo, che gioca tutt’ora una fortissima suggestione (…?), sia in realtà un’iperbole posticcia che ha tutt’altro obiettivo. Un obiettivo “reale” che non poteva investire la totale neutralizzazione della Costituzione del 1948 (qui, pp.4-4.1.). In Italia la realizzazione di questo obiettivo è la caratteristica fondante dell’europeismo:

“Nonostante l’etichetta di “socialista” “Spaak aveva abbandonato le convinzioni che potevano inquietare l’establishment, prima di diventarne una colonna. Nominato primo ministro nel 1938, era stato sostenitore di una politica di appeasement e conciliazione con le potenze fasciste. Dopo la guerra, si trasforma in apostolo della costruzione europea e delle difesa dell’Occidente. Un antibolscevismo ossessivo lo induce a indicare alla pubblica collera l’insieme dei comunisti occidentali, accusati di “indebolire gli Stati in cui vivono” e di agire come “una quinta colonna a confronto della quale la quinta colonna hitleriana non era che un’organizzazione di boy scout”. (Denord, Schwarz, op. ult. cit., pag. 25).

Sulla questione dell’anticomunismo bisogna però fare un poco di chiarezza: da parte dei circoli europeisti neoliberali l’ostilità non era certo confinata al bolscevismo: il bersaglio era *ogni forma* di politica economica alternativa al neoliberismo stesso, in primis il laburismo inglese, considerate tutte quali “strade” verso il totalitarismo.

Ci si dimentica spesso in effetti che il bersaglio polemico concreto di The Road to Serfdom di Hayek è il laburismo britannico.

Sulla stessa linea il buon Spinelli, che nel suo “Politica marxista e politica federalista” (1942-43 ora in A. Spinelli, E. Rossi, Il Manifesto di Ventotene, RCS Quotidiani su licenza Mondadori, Milano, 2010, pp. 73 e ss.), così si esprimeva:

L’ostinazione con cui i socialisti si attengono all’ideale collettivista, è l’espressione dell’inconscia dipendenza delle forze progressiste dall’idolo nazionale e militarista. Anche le forze che credono di combatterlo, in realtà lavorano per lui.” (pag. 106);

e, poi, a pag. 112: “Passando dal campo degli interessi economici a quello delle tendenze politiche, scorgiamo che le tendenze socialiste democratiche sono molto sensibili ad impostazioni di carattere antimilitarista, internazionalista e popolare, e potranno quindi fornire molte forze all’opera federalista. Ma tendono anche a deviare da questa direttiva, se si presenta loro la possibilità, magari illusoria, di realizzazioni più immediate, socialiste o democratiche su ridotta (ed avvelenata) scala nazionale.”

La prima citazione ha una nota, la numero 11 (pag. 121), presso la quale leggiamo:

L’esempio del socialismo inglese è caratteristico. L’Inghilterra, paese poco militarista, è stata sempre un campo poco fruttuoso per le idee marxiste, quantunque abbia eseguito molte singole collettivazioni. [sic] Ma l’ideale della statizzazione vi ha preso piede parallelamente al crescere delle esigenze militariste. Oggi che il conflitto le impone un collettivismo di guerra, i laburisti, pur invocando per l’indomani una federazione di popoli, dichiarano che intendono mantenere e sviluppare l’economia pianificata. 

Se faranno ciò, faranno senz’altro fallire la federazione, poiché la loro economia pianificata non potrà che essere inglese, autarchica, sezionale, nazionalista. Si potrà far aderire l’Inghilterra alla federazione pur nazionalizzando molte sue imprese. Non c’è contraddizione insuperabile. Ma non si potrà fare una federazione vitale ed una economia nazionale pianificata”.

Sia chiaro che qui per “economia nazionale pianificata” ci si riferisce non al bolscevismo, ma al piano Beveridge, a cui proprio in quegli anni Caffè tributava il proprio apprezzamento su Cronache Sociali e Giorgio La Pira, con la collaborazione dello stesso Caffè, avrebbe indicato come via per soddisfare l’“attesa della povera gente”.

Più in generale, parliamo di uno dei modelli fondamentali di riferimento per i costituenti .”

  1. Risultato: sul presupposto istituzionale dell’eurozona che abbiamo fin dall’inizio evidenziato (e non lo sarà mai abbastanza), e della inefficacia dell’OMT-ESM (1a versione), così ben evidenziata da De Grauwe, si arriva al QE (dei cui effetti strategicamente limitati sull’Italia dalla quasi simultanea introduzione dell’Unione bancaria, abbiamo detto, qui, p.3). Il “lascito di Draghi”, obiettivamente, non si riduce ad aver salvato l’eurozona ma si estende, come dice anche la Banca d’Italia, all’asset bubblee al calo della redditività dei sistemi bancari dell’eurozona (ma tedesco in particolare) “This increases the risk of adverse side effects“, determinati dal QE e incrementabili con la sua potenziale prosecuzione.

Intanto teniamo a mente questo:

If Europe had not helped Greece, there would have been severe consequences for theFrench and German banking systems (Stiglitz, pag.33). 

  1. Ma il fatto è che, accordandosi nella consueta sede bilaterale– che è la vera connotazione “imperiale” e neo-liberale (si fa fatica a distinguere le due cose, come sottolineava Lelio Basso, in un epico discorso del 1949), di cosa doveva comunque divenire la “costruzione europea”,  e che denota il vero assetto dei trattati (di ogni trattato internazionale) -, Francia e Germania ci impongono la ristrutturazione del debito pubblico.

Cioè, come già nel caso della Grecia, che ha richiesto la consistente (e irrestituibile) contribuzione italiana al…salvataggio delle banche tedesche e francesi, come sottolinea Stiglitz sopra citato, ora il salvataggio essenzialmente dell’intero sistema finanziario tedesco deve essere comunque effettuato. Peraltro è già iniziato (qui. p.2) nelle sue prime manifestazioni above the €uropean Rule of Law (cioè, con regole sulla concorrenza disapplicate senza remore).

E anche questa volta, un’Italia estranea alla causazione di questo problema – che nasce dalla morsa deflattiva che gli stessi tedeschi impongono all’intera eurozona per trascinarla nel suo irreversibile mercantilismo, nonché dall’investimento finanziario (sbagliato), all’estero, dei suoi enormi surplus – è chiamata a pagare, in posizione di sacrificio assoluto e supino. Con la ristrutturazione del debito pubblico, cioè con la propagazione ad ogni singolo risparmiatore del bail-in, o con l’adozione delle misure equivalenti in termini di equivalente drenaggio, enormemente recessivo, dello stesso risparmio.

  1. La resistenza sezionale(ovvero, corporativa) del sistema bancario nazionale, che è ben presente nell’azionariato di Bankitalia, nel suo (residuo) azionariato ancora non estero, inizia a manifestarsi.

Tuttavia il punto di svolta attuale, per chi vuole capirlo (studiando il problema nella sua profondità storica ed economica) è che la riforma ESM impone una scelta, obbligata e senza alternative, tra ristrutturazione del debito pubblico o definitiva ristrutturazione sociale italiana, cioè uno sconvolgimento ordinamentale e dunque costituzionale, – o meglio la sua brusca e intollerabile accelerazione- , che è totalmente non voluto dal popolo sovrano; che però è in pratica impotente, persino nel suo estremo baluardo dell’istituzione parlamentare che della sovranità costituzionale popolare, è la più diretta espressione (ormai teorica).

Quando finiremo di pagare per i problemi delle intenzionali pecche istituzionali dell’eurozona che indica lucidamente De Grauwe?

Non saprei dirlo, data l’attuale coscienza e situazione politica. E mediatica. So solo che avremmo bisogno dello “spirito del 25 aprile“:

La forma repubblicana, e cioè l’area di intangibilità del modello democratico di tutela dei diritti essenziali, in particolare socio-economici, che caratterizza la nostra Costituzione – e che è il frutto della “concordia” e dell’armonia che in occasione del 25 aprile avremmo interesse a difendere sopra ad ogni altra priorità -, ne risulta sufficientemente determinata, dissipando i dubbi che al riguardo aveva sollevato Calamandrei in sede di assemblea Costituente. Alla luce di questo “diritto vivente” supremo (almeno nella perdurante giurisprudenza della Corte costituzionale), dovrebbe preoccuparci, ora e in occasione della ricorrenza del 25 aprile, che la riforma costituzionale (ndq: vale “a fortiori” e di gran lunga, per la riforma dell’ESM) determini un effetto di sbilanciamento sull’Esecutivo di decisioni che non solo sfuggiranno sempre più all’autonoma deliberazione parlamentare e alla indipendenza di giudizio degli organi costituzionali di garanzia, ma che sono assunte, in modo crescente e divorante, in sede sovranazionale, e quindi al di fuori del circuito di deliberazione dell’indirizzo elettorale, democratico e costituzionale

Terminiamo perciò nel disperato appello del poeta Montale:

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo
.”

 


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