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Energia e Sicurezza: il Governo Federale USA riaccende i pozzi in California con il Defense Production Act. Scontro frontale con Newsom
Il governo USA usa il Defense Production Act per riattivare i pozzi petroliferi in California e garantire rifornimenti all’esercito. Scontro aperto tra Trump e il governatore Newsom mentre il petrolio tocca i 98 dollari.

La geopolitica bussa alla porta, e lo fa con il rumore di fondo dei barili di greggio. In un contesto globale in rapido deterioramento, con lo Stretto di Hormuz bloccato e il prezzo del petrolio schizzato a 98 dollari al barile a seguito dell’escalation militare in Medio Oriente, l’amministrazione statunitense ha deciso di rompere gli indugi. Il Segretario all’Energia, Chris Wright, ha infatti ordinato alla texana Sable Offshore Corp. di ripristinare le operazioni di estrazione nelle acque della California del Sud.
Per farlo, Washington non ha usato il fioretto, ma ha impugnato il Defense Production Act, uno strumento della guerra fredda, che permette al governo federale di dirigere la produzione industriale in nome della sicurezza nazionale. L’obiettivo è riattivare l’Unità Santa Ynez e il relativo sistema di gasdotti vicino a Santa Barbara. Il motivo è puramente strategico: i rischi di interruzione degli approvvigionamenti hanno reso la regione e, cosa ben più grave per il Pentagono, le forze armate statunitensi sulla costa occidentale, pericolosamente dipendenti dal petrolio estero.
I numeri dell’operazione e le contraddizioni californiane
Il Dipartimento dell’Energia ha diffuso dati che delineano un quadro di forte vulnerabilità per lo Stato dorato. Un tempo la California forniva quasi il 40% della produzione petrolifera nazionale, ma oggi oltre il 60% del greggio raffinato nello Stato proviene dall’estero. Una quota significativa transitava proprio attraverso quello Stretto di Hormuz che l’Iran, in ritorsione ai recenti attacchi subiti, ha provveduto a chiudere, bloccando di fatto il 20% del traffico petrolifero mondiale.
L’intervento federale punta a modificare questa equazione con impatti diretti:
- Produzione stimata: circa 50.000 barili al giorno.
- Sostituzione importazioni: quasi 1,5 milioni di barili di greggio straniero al mese rimpiazzati da produzione interna.
- Impatto locale: un incremento del 15% della produzione petrolifera californiana.
- Ricadute economiche: creazione di centinaia di posti di lavoro nel settore energetico e milioni di dollari indotti nell’economia locale.
Per il Segretario Wright, la scelta è obbligata. Non garantire l’energia necessaria alle installazioni militari della West Coast rappresenta una grave minaccia alla sicurezza nazionale. Il messaggio all’amministrazione statale è chiaro: le politiche locali non possono mettere a repentaglio la prontezza militare del Paese.
La risposta di Newsom: i tribunali e lo spettro del 2015
La reazione del governatore della California, Gavin Newsom, non si è fatta attendere e ha i toni dello scontro istituzionale. Newsom accusa il Presidente Trump di sfruttare una crisi da lui stesso innescata per favorire l’industria petrolifera, sostenendo che l’aumento produttivo della Sable Offshore rappresenterebbe appena lo 0,05% della produzione globale, ma con un impatto nullo sui prezzi globali.
Il governatore californiano ha promesso battaglia legale, ricordando un fatto innegabile: le infrastrutture in questione sono state protagoniste di un grave disastro ambientale nel 2015, quando oltre 100.000 galloni di greggio si riversarono vicino a Refugio State Beach, costando alla compagnia 23,3 milioni di dollari in risarcimenti e danni incalcolabili all’ecosistema.
Tuttavia, di fronte a un petrolio a 98 dollari e a una crisi militare in corso, l’argomentazione ambientale fatica a fare breccia a Washington. La realtà fattuale è che la sicurezza energetica, in tempi di guerra, torna prepotentemente a dettare l’agenda economica, relegando le agende verdi a un lusso che, al momento, gli Stati Uniti ritengono di non potersi permettere.
L’autore Fabio Lugano è laureato con il massimo dei voti alla Bocconi , Fabio Lugano è un esperto di mercati, criptovalute e intelligenza artificiale. In passato è stato consulente al Parlamento Europeo e al Ministero per gli Affari Europei. Oggi aiuta le aziende a creare piani di sviluppo per l’innovazione tecnologica e per l’energia.








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