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Economia

Energia e rinnovabili la strategia del governo contro i veti delle amministrazioni di centro sinistra

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La transizione energetica italiana non si è fermata. I numeri raccontano un Paese che continua a investire nelle fonti pulite, anche se a un ritmo ancora insufficiente per gli obiettivi del 2030. È un quadro diverso da quello dell’opposizione, che accusa il governo di aver accantonato le rinnovabili. Il punto di partenza resta la vulnerabilità italiana. Nel 2024 le importazioni nette hanno coperto il 73,9 per cento della disponibilità energetica nazionale, contro il 77,4 per cento del 2022. Il miglioramento c’è, ma quasi tre quarti dell’energia dipendono ancora dall’estero. È un problema precedente al governo Meloni, aggravato dall’uscita dal nucleare dopo il referendum del 1987.

Sul fronte delle rinnovabili, i dati di Terna indicano una crescita concreta. Nel 2025 l’Italia ha installato 7,2 gigawatt di nuova capacità, dopo i 7,6 del 2024. La produzione fotovoltaica ha raggiunto il record di 44,3 terawattora, il 25 per cento in più in un anno. Le fonti verdi hanno coperto il 41 per cento della domanda elettrica. La quota è risultata leggermente inferiore a quella del 2024 soprattutto per il calo dell’idroelettrico, ma resta elevata. La crescita è proseguita nel 2026. Nei primi sette mesi sono stati aggiunti 4,2 gigawatt, il 13 per cento in più rispetto al 2025, portando la capacità complessiva a 85,9 gigawatt. A maggio le fonti pulite hanno soddisfatto il 52,8 per cento del fabbisogno nazionale. Crescono anche i sistemi di accumulo, necessari per utilizzare l’energia di sole e vento. Sono risultati che non autorizzano trionfalismi, ma rendono poco credibile l’accusa secondo cui sulle rinnovabili non si starebbe facendo nulla.

La contraddizione è evidente nel Movimento 5 Stelle, che a livello nazionale chiede di accelerare la transizione e in Sardegna ha sostenuto vincoli molto rigidi sui nuovi impianti, soprattutto eolici. Davide Chiaroni, vicedirettore dell’Energy and Strategy Group del Politecnico di Milano, ha spiegato dove si trova il problema: «Quest’anno stiamo andando come l’anno scorso, circa 6 GW di nuove installazioni. Ce ne vorrebbero almeno 10-11». Secondo Chiaroni, inoltre, «si è consolidata l’ostilità territoriale verso l’eolico, mentre il fotovoltaico continua a correre da solo, sbilanciando la produzione verso il giorno e l’estate». Per raggiungere gli obiettivi servono quindi più eolico, reti adeguate e accumuli capaci di compensare l’irregolarità della produzione. La vicenda del Tap dovrebbe suggerire prudenza. Il gasdotto approdato in Salento fu contestato dal Movimento 5 Stelle, dalla sinistra radicale e da esponenti del Partito democratico. Nella crisi energetica si è invece rivelato decisivo per diversificare gli approvvigionamenti e ridurre l’esposizione verso la Russia.

Con lo stesso criterio va letta la scelta di accelerare le autorizzazioni per la ricerca e l’estrazione di gas e petrolio, prevedendo commissari quando le procedure superano i termini. «Ha poco senso comprare all’estero questa energia quando possiamo produrla anche in Italia», ha osservato Giorgia Meloni dopo il Consiglio dei ministri. I margini sono limitati. L’Italia produce circa 29 milioni di barili di petrolio e poco più di tre miliardi di metri cubi di gas all’anno. Nel 2025 la produzione nazionale di greggio è stata di circa 3,9 milioni di tonnellate, a fronte di un fabbisogno di 44,6 milioni. Le trivellazioni non possono garantire l’autosufficienza. Non è però ragionevole rinunciare alle risorse disponibili per poi acquistare gli stessi combustibili da Paesi instabili o con standard ambientali inferiori ai nostri. L’altro capitolo riguarda il ritorno dell’Italia nel nucleare, sostenuto dal ministro Adolfo Urso.

La legge delega approvata dal Parlamento affida al governo il compito di ricostruire il quadro normativo. Non significa che una centrale aprirà domani, ma che dopo quasi quarant’anni ripartono ricerca e sviluppo delle tecnologie di nuova generazione, compresi i piccoli reattori modulari. La maggioranza e Azione hanno votato a favore; Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra contro, mentre Italia Viva si è astenuta. Il campo largo resta diviso: Carlo Calenda sostiene il nucleare, Matteo Renzi mantiene una posizione possibilista, mentre Giuseppe Conte, Elly Schlein e Angelo Bonelli rimangono contrari. Stefano Monti, presidente dell’Associazione italiana nucleare, ha definito la legge «un primo passo positivo». Il nucleare non sostituisce le rinnovabili e non risolve l’emergenza di oggi. Nel medio e lungo periodo potrebbe però fornire energia programmabile, compensare l’intermittenza di sole e vento e ridurre il ricorso al gas. Urso ha riassunto questa linea parlando dell’integrazione tra «rinnovabili e nuova generazione nucleare» per contenere la dipendenza dall’estero e i costi per imprese e famiglie.

Il governo ha riaperto anche il dossier delle materie prime critiche, semplificando i permessi di ricerca e avviando un programma di esplorazione. Non si tratta di riaprire indiscriminatamente le vecchie miniere, ma di verificare quali risorse possano essere estratte con tecnologie moderne, insieme a recupero e riciclo. Litio, cobalto, rame, terre rare e grafite servono a batterie, pannelli, turbine e semiconduttori. Rinunciare all’attività estrattiva in Europa significa continuare a dipendere dalla Cina e da Paesi con tutele meno rigorose. La stessa logica è emersa durante l’emergenza carburanti. Il governo non ha imposto un prezzo amministrato all’intera rete, ma ha esercitato una moral suasion sui principali operatori e sui Paesi produttori. Rinnovabili, nucleare, produzione nazionale e materie prime rispondono alla stessa esigenza: ridurre la vulnerabilità italiana senza affidare la sicurezza energetica a una sola tecnologia. Le opposizioni possono contestare ritardi e incoerenze, e alcune critiche sono fondate. Manca però una proposta comune. Tra chi vuole le rinnovabili ma ostacola gli impianti, chi rifiuta il nucleare e chi contesta ogni nuova estrazione, il campo largo fatica a spiegare con quali fonti intenda alimentare il Paese durante la transizione. È questo il nodo politico ancora irrisolto.

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