CinaEconomiaEnergia
Energia dallo spazio: il progetto “Zhuri” tra rivoluzione Green e ambizioni militari
La stazione solare spaziale cinese “Zhuri” promette di fornire energia pulita inesauribile, ma un nuovo studio accademico ne svela il lato oscuro: gli stessi fasci a microonde potrebbero essere impiegati come arma per la guerra elettronica e il blocco delle telecomunicazioni globali.

Mentre l’Europa continua a discutere le infinite normative della transizione ecologica, Pechino guarda letteralmente oltre l’atmosfera con investimenti statali massicci, in un approccio squisitamente keynesiano allo sviluppo infrastrutturale. Il progetto cinese di una stazione solare orbitale, noto come “Zhuri” (inseguire il sole), sta entrando in una fase che definire ambiziosa è poco. Non si tratta solo di catturare fotoni dove il sole non tramonta mai per garantire un flusso continuo di energia pulita, ma di gestire un’infrastruttura che possiede una dualità strategica non trascurabile. Il concetto di Space-Based Solar Power è affascinante nella sua semplicità teorica, poiché enormi pannelli solari in orbita catturano la luce, la convertono in microonde e la trasmettono verso terra su apposite stazioni riceventi, aggirando il problema dell’assorbimento atmosferico e del ciclo notte-giorno.
Tuttavia, un recente studio guidato dal professor Duan Baoyan della Xidian University ha sollevato un velo su ciò che i tecnici già sospettavano. Il nuovo design modulare dell’infrastruttura, denominato OMEGA, è stato concepito per essere resiliente e scalabile, ma la precisione millimetrica richiesta per inviare gigawatt di potenza a terra attraverso decine di migliaia di chilometri trasforma di fatto la stazione in un potenziale strumento di guerra elettronica. I fasci di microonde così concentrati, infatti, possono fare molto più che ricaricare la rete elettrica. Se opportunamente modulata, questa enorme quantità di energia può interferire pesantemente con l’elettronica altrui, disturbando o accecando le reti di comunicazione e i radar avversari attraverso le collaudate tecniche di jamming. Oltre all’interferenza offensiva, il sistema potrebbe garantire un ponte radio stabile e inattaccabile per le telecomunicazioni militari, supportare la navigazione globale e persino fornire il controllo remoto per guidare flotte di droni o sistemi autonomi sul campo di battaglia. Ci troviamo di fronte a un “doppio uso” da manuale che sposta inevitabilmente gli equilibri della sicurezza globale.
Pechino ovviamente non corre da sola in questa nuova corsa all’oro spaziale, ma è forse l’unica superpotenza a mettere sul piatto le mastodontiche risorse pubbliche necessarie per un progetto di questa scala, mentre in Occidente spesso si arranca tra budget incerti e limitazioni burocratiche. Gli Stati Uniti esplorano il concetto con il progetto SPS-ALPHA della NASA e con il prototipo Space Solar Power Demonstrator testato nel 2023 dal Caltech, mentre l’Europa studia la fattibilità di un approvvigionamento continuo di energia rinnovabile attraverso l’iniziativa SOLARIS dell’Agenzia Spaziale Europea. Eppure, chi mastica di geopolitica sa bene che l’energia è potere, e un’infrastruttura capace di fornire gigawatt dallo spazio si inserisce in un mosaico strategico ben più ampio e dalle tinte quasi fantascientifiche.
Il programma solare cinese viaggia in parallelo con altre iniziative colossali che testimoniano una pianificazione a lunghissimo termine. Parliamo di concetti come il “Progetto Nantianmen“, spesso descritto dai media asiatici come un teorico sistema di portaerei spaziali, o delle proposte per costruire reattori nucleari sulla Luna così da alimentare le infrastrutture del prossimo decennio, senza dimenticare lo sviluppo di futuristiche catapulte elettromagnetiche per i lanci orbitali. In questo specifico contesto, Zhuri non rappresenta solamente un gigantesco pannello solare galleggiante nel cosmo. Si tratta piuttosto di un hub energetico e di comando, un tassello fondamentale per la supremazia infrastrutturale spaziale dei decenni a venire. Se le sfide ingegneristiche per costruire strutture chilometriche nel vuoto e mantenere il controllo assoluto del raggio rimangono ciclopiche, la direzione strategica del Dragone è ormai tracciata con chiarezza cristallina. La stazione spaziale del futuro darà la luce a mezza nazione, ma, all’occorrenza, potrebbe togliere il segnale all’altra mezza.







You must be logged in to post a comment Login