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Draghi e la cecità distruttiva del capitalismo moderno

Draghi

immagine: www.corriere.it

Il Presidente della BCE Mario Draghi durante un convegno in Portogallo ha ribadito che «L’Eurozona ha fatto progressi importanti sulle riforme strutturali, ma ci vuole più flessibilità» e che «Il fatto che ci troviamo in una prima fase della ripresa ciclica non è un motivo per ritardare le riforme strutturali, ma piuttosto è un’opportunità per accelerarle». Secondo Draghi «Il fatto che ogni economia nazionale sia abbastanza flessibile dovrebbe essere accettato come parte del nostro comune dna» ed ha citato i dati della BCE secondo i quali le imprese con maggiore flessibilità che hanno potuto contrattare localmente con i lavoratori a livello aziendale, agendo sui salari durante la crisi, «hanno tagliato i posti meno di quella vincolate da accordi di negoziazione salariale centralizzata». Il capo della BCE ha poi ammonito: «In un’unione valutaria, la politica monetaria non può essere disegnata per rispondere agli eventi in singoli Paesi. Nell’Eurozona, inoltre, non esiste un sistema di ampi trasferimenti fiscali da un Paese all’altro che possano svolgere un ruolo compensativo nel sostenere la domanda. Questo significa – ha detto – che le economie non abbastanza flessibili rischiano un periodo più prolungato di disinflazione, tassi di disoccupazione molto più elevati e, nel tempo, una permanente divergenza nella performance economica».

Credo che questa serie di dichiarazioni tolga ogni dubbio su quale società ha in mente Draghi e soprattutto quali sono i capisaldi della sua concezione di capitalismo. Vediamoli in dettaglio estraendoli dal suo discorso:

1. La flessibilità, soprattutto dei salari, è la principale strada che si deve percorrere per rispondere a periodi di crisi.

Questa affermazione sottende i seguenti corollari: il lavoro è semplice merce e come tale il suo costo (salario o stipendio) deve sottostare pienamente alla legge della domanda e dell’offerta. Il lavoratore deve essere pronto a sacrificare il livello di remunerazione a semplice richiesta dell’azienda per rispondere a cali di competitività o crisi congiunturale, altrimenti l’azienda sarà costretta a licenziarlo.

2. Non esiste e non deve esistere alcuna compensazione o trasferimento fiscale in eurozona, quindi le riforme strutturali sono fondamentali e necessarie.

Senza riforme strutturali – ovvero maggiore flessibilizzazione e liberalizzazione dei mercati del lavoro uniti ad una diminuzione del perimetro di intervento statale attraverso un taglio della spesa pubblica, considerata più inefficiente di quella privata e slealmente concorrenziale rispetto ad essa –  si ha la conseguenza che, in un periodo recessivo, l’aggiustamento all’interno di economie non perfettamente flessibili porterà ad una disoccupazione elevata ed un calo dell’inflazione, con rischio di deflazione, per un lungo periodo. Il tasso di disoccupazione potrebbe stabilizzarsi ad un livello più elevato, da considerarsi quindi “naturale” secondo l’impostazione di Friedman. Anche qui per aversi un calo di questo tasso e tendere alla piena occupazione i lavoratori devono accettare un salario più basso.

Ora il capitalismo su queste basi non può funzionare e lo abbiamo già visto.

Se i lavoratori infatti accettano la massima flessibilità nel lavoro e nella sua remunerazione si avrà che i loro redditi scenderanno e con essi la domanda di beni, ovvero il consumo. Quindi mentre da un lato le aziende potranno produrre a costi minori una maggior quantità di beni, dall’altra non ci saranno sufficienti redditi per comprare tali beni e l’aumento di ricchezza di pochi ed il relativo maggior consumo non compenserà il calo di spesa di tanti. Per salvare tale situazione il consumo dovrà essere fatto a debito, come in effetti è accaduto, ed abbiamo visto che cosa ha comportato l’esplosione del debito privato e del suo finanziamento: la crisi senza fine dell’eurozona.

La risposta finora fornita infatti è stata quella di scaricare questo debito privato, con cui sono stati sostenuti i livelli di consumo necessari, e la sua conseguente insostenibilità, sullo Stato, attraverso i sostegni pubblici alle banche che avevano finanziato l’indebitamento, ma a costo di far esplodere il debito pubblico. A questo punto i sostenitori della necessità dei tagli alla spesa pubblica hanno avuto buon gioco nel chiedere il risanamento di questo debito attraverso la riduzione delle spese che garantiscono i diritti sociali dei cittadini, diritti dichiarati non più sostenibili. mentre i fautori della flessibilità hanno potuto implementare norme che riducono ancor più i diritti dei lavoratori ed i loro salari. in un circolo auto-alimentantesi distruttivo e perverso di cui non si vede la fine.

Ad aggravare questa situazione ed a rendere ancora più insostenibile questo capitalismo basato sul debito concorre poi un fattore che Draghi sembra ignorare totalmente: l’automazione.

Lo spunto viene dalla pubblicazione di un libro di Martin Ford, un imprenditore/guru dell’informatica che ha scritto “Rise of The Robots. Technology and the Threat of a Jobless Future”. La premessa, storicamente convalidata, è che dagli anni ’70 ad oggi vi è stato un aumento di produttività non proporzionale all’aumento dei salari e degli stipendi: dal 1973 al 2013 lo stipendio di un impiegato americano è sceso, in termini di potere di acquisto, del 13%, mentre la sua produttività è aumentata del 107%. Su questo contesto di disuguaglianza distributiva si innesta il problema della tecnologia dei robot. Le macchine stanno diventando sempre più capaci, efficienti ed intelligenti (oltre che a buon mercato) e stanno cominciando a sostituire il lavoro umano anche in quei settori che erano fino a poco fa sua esclusiva competenza. Macchine auto-guidanti, computer in grado di formulare la domanda giusta su una risposta data, droni che compiono consegne di pacchi, sono ora superati da algoritmi che sanno condurre esperimenti o usano il linguaggio: una compagnia tecnologica che sta lavorando sulla generazione automatica di linguaggio naturale, Narrative Science, è convinta che entro 15 anni il 90% degli articoli di cronaca politica, finanziaria e sportiva sarà scritto da algoritmi. Lo stesso Ford nel suo libro scrive che “le macchine stanno cominciando a mostrare curiosità“:  già adesso algoritmi sono in grado di individuare in poche ore le leggi fondamentali della fisica nel movimento di un pendolo, senza alcuna precedente nozione di fisica o delle leggi del moto. È l’algoritmo a condurre l’esperimento, dice l’autore. E, nota uno degli scienziati coinvolti, “l’algoritmo non è passivo, non sta lì a guardare. Fa domande. Questa è curiosità“.

Se questa è la situazione attuale le prospettive future sono la sostituzione in molti lavori anche non manuali delle macchine all’uomo e conseguentemente la perdita di posti di lavoro: un capitalismo autodistruttivo che già tende all’abbattimento dei redditi e ad una sempre maggiore disuguaglianza distributiva vedrebbe quindi amplificati i suoi effetti dalla disoccupazione creata dai robot. Una società dove il lavoro sarà sempre più in mano a pochi specializzati se non deciderà di distribuire ugualmente un reddito tale da permettere alla popolazione di consumare quanto prodotto andrà incontro alla sua distruzione. Per questo Ford, che non vede possibile e ragionevole fermare questo progresso tecnologico, propone una redistribuzione della ricchezza prodotta attraverso un reddito minimo garantito a tutti, che permetta di sostenere la produzione con il consumo di massa. Ma per far ciò si dovrebbe abbandonare un capitalismo basato sull’accumulazione del profitto nelle mani di pochi, investitori ed industriali – attuato attraverso tagli dei costi e l’impoverimento e la perdita dei diritti degli altri – che, secondo l’autore del saggio, comprime la crescita ed il benessere.

Quel capitalismo che Draghi invece sostiene ed impone.

 

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