Attualità
Dopo la farsa di Inter-Juve, urge un “referendum” anche sulla Giustizia sportiva: arbitri internazionali per le partite di Serie A

Le prestazioni delle azzurre e degli azzurri di sci ci riconciliano con lo sport vero. Quello dove c’è un cronometro che non mente. Il più forte vince. E nessuno degli atleti ha bisogno di aiutini “scientifici” per averla vinta, appunto. E questo è un brodino caldo corroborante dopo l’autentico scempio perpetrato nel derby d’Italia tra Juve e Inter. Dove una squadra è stata penalizzata con una espulsione propiziata dalla furbata di un giocatore che, poi, per soprammercato, ha esultato in faccia al suo avversario incolpevole. Espulso l’innocente, graziato il colpevole, e il risultato vien da sé, Madama la marchesa.
Ora, non vogliamo imbarcarci in discorsi pericolosi. Che potrebbero, se volessero, additare i beneficiari sistematici di un “sistema” guasto. E pure le vittime designate. Un sistema che, a voler essere benevoli, appare quantomeno opaco; a voler essere schietti, è strutturalmente malato.
Tanto chi ha sufficiente onestà intellettuale per farlo, ha capito e capisce. I tifosi obnubilati no. Ergo, non facciamo nomi né divise che servirebbero solo a precipitarci nel tritacarne delle opposte fazioni. “Intelligenti pauca”, direbbero i latini: agli intelligenti bastano pochi indizi per individuare certe cupole, aggiungerebbero i moderni. E magari un napoletano antico e moderno sintetizzerebbe il tutto con un motto immortale: “Ccà nisciuno è fesso”.
Ma sopravvoliamo (come diceva quel comico, visto che la comicità è l’unica categoria in grado di render conto dell’abominio verificatosi in quel di San Siro). Quindi, passiamo a una decrittazione più nobile e più alta dell’intero contesto. In questi tempi si parla tanto di referendum sulla giustizia. E gli argomenti a favore del sì sono così autoevidenti, così solari, così logici da far derubricare le ragioni del fronte del no a elucubrazioni da tifosi da bar.
Per dirla ancor meglio e terra terra: ti faresti giudicare da uno che indossa, letteralmente, la stessa “toga”, o la stessa maglietta a strisce o monocolore del tuo avversario? Solo un passante disinformato o un masochista cronico risponderebbe di sì — anzi di no, per restare alla binaria alternativa del referendum prossimo venturo.
Detto questo, e premesso che non sappiamo, e non vogliamo sapere, la squadra del cuore di ogni arbitro impegnato per le partite di Serie A (compreso quel tal La Penna così decisivo nell’indirizzare le sorti del big match di cui sopra), la domanda dirimente è un’altra. Come è possibile che il mondo del calcio non si sia mai curato di una delle radici di fondo dei suoi mali? Vale a dire la tifoseria degli arbitri e degli addetti al VAR. Ossia di coloro che, in modo inequivocabile e “legale”, sono depositari del verdetto finale di una partita.
Lo ribadiamo a scanso di equivoci. Questo non è un discorso settoriale legato a Inter-Juve. Per quanto ne sappiamo, l’arbitro della partita potrebbe essere juventino, romanista o napoletano. Il succo non cambia. E non possiamo neppure escludere che l’arbitro in questione non abbia tifato mai per nessuno. Di talchè, il suo sarebbe, e resterebbe, solo il manifesto errore di una inadeguatezza conclamata. Andiamo oltre e stiamo sulle generali: non è accettabile, in linea di principio, che il giudice di una competizione sportiva abbia la predilezione fanciullesca ed emotiva per una squadra, sia che quella squadra la arbitri, sia che quella squadra sia impegnata in altri incontri suscettibili di ricevere benefit o torti dalle decisioni che quell’arbitro assume.
Sappiamo tutti quanto il tifo impegni e condizioni la psiche individuale. Il tifo rende, letteralmente, ciechi. Non è una faccenda di buona o malafede. Il tifo agisce comunque, perché agita il sotterraneo delle pulsioni inconsce. È una sorta di chip, di software psicologico che inquina l’obiettività anche del più adamantino dei giudici. Un giudice, un arbitro, non deve solo sembrare imparziale: deve esserlo ontologicamente, ossia nell’essenza, nel profondo. Altrimenti qualsiasi sua scelta potrà essere condizionata, influenzata, manipolata non già da ciò che lui pensa di sapere o di volere a livello conscio, ma da ciò che lui non sa di pensare e di schifare nel subconscio.
La cosa incredibile è che questa elementare verità, intuibile anche da chi non abbia dimestichezza con Freud, Jung o le discipline della psicologia cognitivo-comportamentale, sfugge completamente ai vertici delle nostre istituzioni calcistiche, agli stessi presidenti delle società danneggiate, persino ai tifosi più accaniti. Eppure è semplice: un interista dentro, uno juventino dentro, un milanista dentro, un qualsiasi tifoso dentro (e ci perdonino i tifosi delle società meno blasonate ma non meno nobili che abbiamo omesso) non può arbitrare una partita della sua squadra — ma neanche una partita di squadre rivali della sua.
Così come un giudice penale non può “arbitrare” un processo dove uno dei due contendenti veste la sua stessa maglia, dipende dal suo stesso organo, appartiene alla sua stessa categoria, beve il caffè allo stesso bar. La terzietà non è un orpello formale: è la precondizione di legittimità del giudizio.
A questo si aggiunga un dato oggettivo: tali e tanti sono gli episodi incresciosi verificatisi prima di quello succitato, e più recente, da far ritenere che la classe arbitrale italiana sia, se non la peggiore d’Europa, uno dei fanalini di coda.
Ergo? Ergo, per entrambe le ragioni suddette, la soluzione è una sola: le partite italiane devono essere arbitrate da arbitri stranieri. Che magari tifano Real, Bayern, PSG, ma ai quali non può fregare di meno dell’Inter, della Juve, del Milan e di tutte le altre auguste compagini che, solo per ragioni di spazio, non abbiamo citato.
Smettiamola una volta per tutte con i dibattiti da bar sul VAR. Il VAR non serve a nulla per il semplice motivo che non scalfisce l’inconscio e magmatico condizionamento del tifo individuale. Semmai lo amplifica. Lo cristallizza in una parvenza tecnologica di oggettività che oggettiva non è.
Ebbene, questo sistema ha bisogno come il pane di un referendum, sia pure tra virgolette. Un referendum virtuale sulla necessità di una riforma epocale all’insegna dell’equità, della psicologia spicciola, del decoro.
L’unico vero “referendum” di cui anche la giustizia calcistica ha bisogno è questo. Separare definitivamente il giudizio dalla passione, l’arbitraggio dall’appartenenza, la giustizia dal tifo.
Altrimenti, se non siete d’accordo, tenetevi l’espulsione di Kalulu e l’orrido ghigno di Bastoni. Poi però non lamentatevi se vedere la Brignone tagliare il traguardo è come respirare l’aria delle Tofane dopo aver annusato il fetore di una discarica.
Francesco Carraro
www.francescocarraro.com







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