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#Diciotti Caro Matteo, meglio se chiedi al Senato di votare contro l’autorizzazione a procedere. Ti vogliono fregare a tutti i costi! (di P. Becchi e G. Palma)

Articolo a firma di Giuseppe Palma e Paolo Becchi su Libero di ieri, 15 settembre 2018:

Quella che vede il ministro Salvini indagato per sequestro di persona aggravato è un’indagine assurda. Il sequestro di persona presuppone la sussistenza del dolo, del tutto non configurabile nella fattispecie in esame in quanto il fine per cui Salvini ha trattenuto i migranti sulla Diciotti era solo quello di salvaguardare l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale. Ora però Matteo dovrà valutare bene il da farsi. Andare a processo o farsi votare dal Senato il diniego all’autorizzazione a procedere? L’esperienza ventennale di caccia alle streghe nei confronti di Berlusconi ha lasciato strascichi per cui non è prudente – allo stato attuale – nutrire molta fiducia nella magistratura.

Siamo dunque di fronte a cosiddetti reati ministeriali, cioè quei reati commessi dal Presidente del Consiglio e dai ministri nell’esercizio delle loro funzioni. La competenza, nella sola fase delle indagini preliminari, è del Tribunale dei ministri, cioè quella sezione specializzata del Tribunale ordinario del capoluogo del distretto di Corte d’Appello della Procura che ha avviato le indagini, quindi per Agrigento (dove il Pm Patronaggio ha avviato le indagini) è Palermo. Il Tribunale dei ministri del capoluogo siciliano dovrà valutare il comportamento di Salvini in merito al reato contestato, cioè sequestro di persona aggravato, ma solo nella fase delle indagini preliminari. Il Tribunale sarà composto da tre membri effettivi e tre supplenti, estratti a sorte tra tutti i magistrati ordinari in servizio nei tribunali del distretto di Corte d’Appello che abbiano almeno cinque anni d’anzianità di servizio, ovvero una qualifica superiore. Una volta terminata questa fase il Tribunale potrà chiedere l’archiviazione oppure rinviare gli atti alla Procura di Palermo perché questa chieda l’autorizzazione a procedere alla camera di appartenenza del ministro sottoposto ad indagine. Se la camera competente dovesse votare l’autorizzazione a procedere, il processo si terrà davanti al Tribunale ordinario di Palermo e non davanti al Tribunale dei ministri.
E’ probabile che l’indagine venga archiviata e il processo neppure si faccia. In caso contrario, invece, per poter mandare Salvini a processo davanti al Tribunale ordinario è necessario che il Senato (Salvini è senatore) respinga a maggioranza assoluta l’autorizzazione a procedere, che nel caso dei reati ministeriali è rimasta in vigore. Stiamo parlando della Legge costituzionale 16 gennaio 1989 n. 1, la quale prevede appunto che il ministro incriminato sia mandato a processo solo dopo che il ramo del Parlamento cui lo stesso appartiene voti l’autorizzazione a procedere. Il voto di Palazzo Madama è in tal caso insindacabile, infatti esso valuta se il ministro abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante (nel caso specifico la sicurezza) o per il perseguimento di un interesse pubblico nell’esercizio della funzione di governo. Il punto è vedere se a Matteo convenga o meno farsi giudicare o evitare il processo, che si terrà – lo ripetiamo – non innanzi al Tribunale dei ministri, competente solo per la fase delle indagini preliminari, bensì davanti al Tribunale ordinario di Palermo. Considerata la folle sentenza della Corte d’Assise del capoluogo siciliano che ha visto condannare il generale Mario Mori nel processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia (per conto di chi avrebbe agito il generale non è ancora dato sapersi), Salvini deve valutare bene se fare o meno lo Spartaco della situazione.
Se fossimo sicuri che il Tribunale ordinario di Palermo giudicasse nel merito senza alcuna ideologizzazione politica, allora Salvini non avrebbe nulla da temere. Nel giudicare un ministro dell’interno nell’esercizio delle sue funzioni entrano infatti nel processo due importanti elementi: il potere di discrezionalità del ministro, che in sostanza non può incontrare un vaglio di sindacabilità da parte della magistratura, e la sicurezza nazionale, cioè quelle particolari esigenze di ordine pubblico sulle quali a decidere può essere solo il governo e non anche l’ordine giudiziario, al quale non compete il compito di salvaguardare la sicurezza della Nazione. Ma il problema è un altro. Il Tribunale di Palermo, nel giudicare il leader leghista, è una corte serena e al di sopra di ogni sospetto? Visti alcuni trascorsi nutriamo fondati dubbi. Per questo ci sentiamo di consigliare a Matteo una via pragmatica, cioè quella di concordare con l’alleato di governo, il M5S, un voto a maggioranza assoluta che respinga l’autorizzazione a procedere. Punto. In tal caso la vicenda finirebbe lì. Del resto non sarà difficile per Di Maio convincere i suoi che il ministro dell’interno ha agito di concerto con lui nel fare l’interesse nazionale.
Stavolta in gioco non c’è semplicemente il destino politico di un leader bensì un valore ben più importante: la tenuta democratica del Paese. Per questo è meglio evitare di ficcarsi da soli tra gli artigli fatali di chi ha già deciso di fregarti.

Articolo a firma di Giuseppe Palma e Paolo Becchi su Libero di ieri, 15 settembre 2018

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