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“Del compianto zio Angelo, dello ius sanguinis e dei ragazzi del ’99” di Raffaele SALOMONE MEGNA


Di recente c’è un gran parlare di ius soli e di ius sanguinis e di come sia giusto o meno acquisire la cittadinanza italiana.
Ma in realtà ci sarebbe prima da rispondere ad una domanda che è prodromica a tutta la questione: che cosa significa essere italiani?
Una volta chiarito cosa significa essere un italiano si può anche dire come lo si diventa.
Cercherò di rispondere partendo dalle vicende della mia famiglia, ricordando dapprima mio zio Angelo, classe 1899, che assieme a tanti suoi coetanei fu chiamato a sbarrare il passo alle truppe austriache, difendendo le sponde del Piave.
Era il 17 novembre del 1917.
Le truppe tedesche ed austriache, dopo la vittoria di Caporetto, minacciavano di conquistare Treviso, Venezia e Verona e dovevano essere fermate ad ogni costo.
Il Regio Esercito Italiano non aveva altre risorse se non chiamare alla leva dei giovanetti che non avevano ancora compiuto o che stavano per compiere i diciotto anni. Erano i ragazzi del ’99, quelli che avrebbero formato “la classe di ferro” .
Mio zio Angelo era tra questi.
Allievo cadetto dell’accademia militare come tanti suoi coetanei, marciò verso il Piave “a far contro il nemico una barriera” come riporta la splendida canzone “La leggenda del Piave” di Ermete Giovanni Gaeta, in arte E.A. Mario.
Mio zio Angelo pagò un tributo altissimo alla causa: fu ferito agli occhi.
Da ragazzo non ho mai avuto il coraggio di chiedergli come fossero andate le cose. Ho appreso da mio padre che durante la battaglia perse da subito un occhio. Purtroppo le ferite si infettarono, non esisteva ancora la penicillina, e quindi lentamente le ombre lo attanagliarono, fino a renderlo del tutto cieco a poco meno di trenta anni.
Le tenebre calarono definitivamente sui suoi occhi azzurri, ma il suo spirito rimase sempre luminosissimo e fu di esempio per noi e per tutti quelli che ebbero la ventura di conoscerlo.
Mio zio ha dato i suoi occhi alla patria, altri diedero gambe, braccia, mutilazioni orribili sino alla vita come estremo sacrificio.
Ma potrei anche menzionare mio padre Armando, classe 1904, medico di dichiarate simpatie socialiste, che fu mandato per punizione, durante il ventennio fascista, dalla sera alla mattina, ad esercitare la propria professione sull’isola di Ventotene, allontanandolo così da Benevento, sua città natale.
Ma quella che doveva essere una punizione divenne per mio padre un’occasione di crescita umana eccezionale.
Ebbe infatti l’opportunità di conoscere grandi patrioti come Sandro Pertini e Tommaso Fiore e quando in qualche rara occasione ci raccontava episodi della sua permanenza nell’isola, a me ed ai miei fratelli che ascoltavamo, sembrava di essere presenti in quel posto che da luogo di umiliazione si trasformò invece in luogo di testimonianza e di riscatto per tutti coloro che credevano nella forza della ragione e non nella ragione della forza.
A Ventotene l’Italia democratica mise le radici.
Questo è il motivo per cui io mi sento italiano: perché amo l’Italia e gli italiani con i loro pregi ed i loro difetti.
E non solo perché mio padre e mio zio hanno contribuito in momenti diversi della nostra storia a costruire l’Italia, ma perché dentro di me c’è l’orgoglio e la consapevolezza che a noi italiani non è stato regalato nulla.
La pace, la democrazia, il benessere, tutto quello che abbiamo è stato ottenuto con il sudore, a volte con il sangue, ma sempre con il sacrificio anche di coloro che hanno dovuto lasciare l’Italia.
E’ vero che anche gli italiani sono un popolo di emigranti, ma è anche vero che i nostri compatrioti emigrati hanno fatto grandi le nazioni che li hanno ospitati.
Nulla è stato a loro risparmiato e le posizioni di rilievo che oggi occupano negli Stati Uniti, in Australia, in Argentina solo per menzionare alcuni dei paesi che li hanno accolti, sono state frutto di duro lavoro.
E non dobbiamo andare tanto lontano nel tempo per ricordare gli italiani vittime di tragedie accadute nelle miniere di varie parti del mondo.
Chi si ricorda dei 171 nostri connazionali morti nella miniera di Monongah nella Virginia Occidentale e dei 146 periti nella miniera di Dawson nel New Messico e dei 136 morti a Marcinelle in Belgio?
Credo pochi. Sono eroi oscuri, umili, ma anche grazie ad essi oggi siamo dove siamo.
I nostri emigrati lavoravano duramente nelle miniere, nelle fabbriche, non ciondolavano certo per le strade o stazionavano a questuare davanti ai negozi.
Ma torniamo ora alla domanda iniziale: che significa essere italiani? Significa sentirsi tali.
Significa capire che il passato è materialmente presente nella nostra vita quotidiana, significa cogliere che le speranze delle generazioni che ci hanno precedute erano rivolte a noi stessi, significa avere la consapevolezza che i nostri avi invocano quotidianamente le nostre azioni per continuare quel percorso di civiltà e di progresso da loro intrapreso.
Significa emozionarsi alla lettura della Divina Commedia, così come ci si emoziona al rombo possente dei motori Ferrari, anch’essi frutto del lavoro e dell’ingegno italico.
Quando si riesce a cogliere tutto questo, quando si sente il legame con coloro che ci hanno preceduto, siano essi eroi o gente comune, allora indipendentemente dal colore della pelle e dal proprio credo religioso, si è italiani.
E’ lo ius sanguinis, è il richiamo del sangue di coloro che ci hanno preceduti e che sono vissuti su queste terre meravigliose e le hanno amate illimitatamente.
Invece il fatto di nascere in Italia, magari anche per caso, perché forse concepiti con un rapporto non protetto, e diventare ipso facto italiano perché vige lo ius soli, arreca una doppia offesa.
Si offende l’immigrato a cui non si consente quel percorso di crescita morale, culturale, economica come se ne fosse incapace ab origine, grazie al quale poter diventare, dopo un certo lasso di tempo, italiano a tutti gli effetti, si offende anche la memoria di tutti coloro che, per migliorare l’Italia e realizzare un futuro più prospero per tutti noi , sono morti o hanno sofferto sui campi di battaglia, sui monti, nelle miniere e nelle fabbriche.

Raffaele SALOMONE MEGNA

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