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LE DECAPITAZIONI DELL’ISIS

 

Le decapitazioni filmate e pubblicizzate dello Stato Islamico della Siria e del Levante potrebbero non essere quell’affare che hanno immaginato i dirigenti che le hanno ordinate. Un tempo per la pubblicità si credeva nel principio: “Parlate pure male di me, purché parliate di me”; oggi chiunque non sia digiuno della materia conosce la falsità di quell’assunto. Anche a lodare quegli spot disumani dal punto di vista della tecnica di realizzazione, è tutt’altro che sicuro che essi siano utili al committente.

Una pubblicità sbagliata, anche se fa un enorme rumore, può essere un boomerang. Lo Stato Islamico voleva dimostrare la sua risolutezza, la sua spietatezza, la sua fedeltà al messaggio primitivo e combattivo del Settimo Secolo. In realtà ha fatto inorridire il mondo delle persone perbene. A Parigi sono scesi in strada, a manifestare il loro sdegno, migliaia di musulmani. E tuttavia questo è il meno: le esecuzioni hanno fornito l’alibi morale ad una reazione contro l’Isis che certo ha ben altri motivi. Non si fa una guerra per l’orrore di alcuni atti di barbarie o anche di sadismo. E invece qui si è creata una coalizione dentro la quale si vedono insieme gli Stati Uniti e l’Iran, gli Emirati Arabi Uniti (perfino il Qatar, sostenitore di Hamas!) e Bashar al-Assad, i curdi e la Gran Bretagna. Ognuno ha suoi precisi motivi, per annientare quel nuovo Stato, ma tutti sono giustificati da quei video.

La qualifica di “califfato” – quand’anche abusivamente auto-attribuita – rappresenta, con la sua pretesa di universalità, e dunque per il suo preteso diritto di abbattere ogni altro potere – un pericolo obiettivo per qualunque governo musulmano. Combattendo contro l’Isis, tutti gli Stati si trovano in condizioni di legittima difesa. E in primo luogo appartengono a questo gruppo gli Stati confinanti: la Siria, l’Iraq e l’Iran. La Turchia un po’ meno, perché la sua forza militare la mette al riparo da qualunque minaccia proveniente da quella regione. Ma Ankara, Londra o Washington hanno anch’esse interesse che, in un mondo sotto attacco da parte del terrorismo, non si crei un santuario più vicino e più pericoloso di quello di Kabul.

Tutti i partecipanti a questa partita hanno i loro motivi ma non hanno bisogno di spiegarli o di giustificarli al grande pubblico: il mondo tollera queste alleanze, in qualche caso addirittura innaturali, in nome dell’orrore che è stato capace di suscitare un esercito che decapita degli innocenti. L’Isis ha realizzato la migliore pubblicità possibile a favore di coloro che vogliono distruggerlo. Come disse qualcuno, dopo l’assassinio del duc d’Enghien, “C’est pire qu’un crime, c’est une faute”, è peggio d’un crimine, è un errore.

Ci sarebbe inoltre un’ulteriore lezione da trarre da questi episodi. Da quando San Francesco convertì il lupo, nell’Occidente molte brave persone si sono convinte che in fondo i “cattivi” siano dei “buoni” cui non si è saputo parlare nella maniera giusta. Che l’odio nasca da una cattiva informazione. Sicché dicono: “Se noi andiamo a nutrirli, a curare loro e i loro figli, comprenderanno che meritiamo il loro amore. E comunque, anche ad ammettere che quei gruppi umani non meritino i nostri sforzi, che colpa hanno i loro piccoli, ancora innocenti? Andiamo dunque a salvare i loro bambini”.

Tutte sciocchezze. O la storia del lupo di San Francesco è pura leggenda, o Francesco ha avuto la fortuna di incontrare un lupo isolato e strasazio. È inutile strapazzarsi a pensare ai bambini di coloro che ci odiano, se costoro sono poi capaci – come si è visto a Beslan – di uccidere i bambini a decine, perfettamente a sangue freddo.

L’esecuzione degli “ostaggi” innocenti, soprattutto quando si tratta di membri di organizzazioni umanitarie non governative, come l’ultimo tassista inglese decapitato, dimostra che andare in certi Paesi per fare del bene è un errore. Agli occhi dei locali, o almeno, agli occhi di alcuni dei locali, prima di essere degli angeli soccorritori siamo soltanto degli infedeli da rivendere, dopo averci sequestrati, o da uccidere per farsi pubblicità.

Ecco perché, all’orrore per la morte di tante persone di buona volontà, si unisce il dispetto all’idea che esse siano anche vittime della loro imprudenza, un po’ come quei fumatori dissennati che alla fine la pagano cara.

Tutti ammettono in teoria che la tolleranza parte dall’accettazione delle differenze, ma le differenze bisogna innanzi tutto conoscerle e non negarle. Riguardo a certe regioni e a certi gruppi etnici, particolarmente in certi momenti, l’esperienza consiglia di tenersi alla larga. Ci saranno popolazioni che soffrono, bambini denutriti, epidemie senza medicinali per curarle, ma nessuno può pretendere il diritto di mordere la mano tesa per soccorrere.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

4 ottobre 2014

 

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