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Dazi “Verdi” e Autolesionismo: il CBAM è partito, la Cina prepara la vendetta e i consumatori europei pagheranno il conto

Il meccanismo CBAM è attivo dal 1° gennaio. Pechino minaccia ritorsioni, l’India taglia l’export e gli USA ottengono sconti. Stangata in arrivo per l’edilizia e l’industria europea.

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È accaduto giovedì 1° gennaio 2026, mentre gran parte dei cittadini europei si riprendeva dai festeggiamenti di Capodanno, ignara che a Bruxelles si stava stappando lo spumante per un motivo ben diverso: l’entrata in vigore definitiva del Meccanismo di Adeguamento del Carbonio alle Frontiere (CBAM). Un nome burocratico, asettico, quasi innocuo, che nasconde però quella che potrebbe rivelarsi la più grande polpetta avvelenata per l’economia continentale degli ultimi decenni.

L’idea, sulla carta, risponde alla logica che domina i corridoi della Commissione Europea: poiché abbiamo imposto alle nostre industrie standard ambientali così stringenti e costi energetici così elevati da renderle strutturalmente non competitive, invece di rivedere le nostre politiche, tassiamo chi produce meglio e a minor costo fuori dai nostri confini. Il risultato? Non salveremo il pianeta, ma in compenso rischiamo di affossare definitivamente il potere d’acquisto degli europei e scatenare una guerra commerciale globale.

La logica del “Livellamento”: ovvero, come esportare la nostra inefficienza

Il CBAM nasce con un obiettivo dichiarato: “livellare il campo da gioco“. Le acciaierie, i cementifici e i produttori di energia europei soffrono da anni la concorrenza di giganti come Cina e India, che operano in regimi di riduzione delle emissioni decisamente più lassi (o semplicemente più pragmatici). I prodotti cinesi, non gravati dai costi astronomici dei permessi CO2 europei (ETS), arrivano sui nostri mercati a prezzi stracciati. I compratori, razionalmente, li preferiscono.

La soluzione dell’UE non è stata abbassare i costi per le nostre imprese, ma alzare artificialmente quelli degli altri. In pratica, per proteggere i produttori europei di acciaio e cemento, Bruxelles ha deciso che l’acciaio e il cemento importati non devono più essere economici. Un ragionamento che farebbe impallidire un economista liberale classico, ma che trova terreno fertile nel dirigismo verde europeo.

Tuttavia, c’è un dettaglio che gli eurocrati sembrano aver trascurato: l’interdipendenza globale. Cina e India non sono rimaste a guardare e la reazione è stata immediata e furiosa. Pechino è stata la prima a minacciare ritorsioni, e non sarà certo l’ultima.

La furia del Dragone: “Ingiusto e Discriminatorio”

Non appena il CBAM è entrato in vigore, il Ministero del Commercio cinese ha diramato un comunicato dai toni gelidi, riportato da Bloomberg. La legislazione europea è stata definita senza mezzi termini “ingiusta” e “discriminatoria”.

“Prenderemo risolutamente tutte le misure necessarie per rispondere a qualsiasi restrizione commerciale ingiusta”, ha tuonato il ministero cinese.

Queste non sono parole vuote. La Cina possiede leve di ritorsione formidabili, dal controllo sulle terre rare necessarie per la stessa transizione ecologica europea, fino a barriere sulle esportazioni di lusso dell’UE. Ma Bruxelles sembra vivere in una bolla. Un consulente specializzato nei mercati dei permessi di carbonio ha dichiarato al Financial Times con un ottimismo quasi disarmante: “Il CBAM è piuttosto impopolare tra i principali esportatori verso l’UE, ma si è già dimostrato efficace nello spingere i paesi reticenti a costruire o espandere gli sforzi di tariffazione del carbonio”.

In realtà, la Cina ha il proprio mercato del carbonio dal 2021, il più grande al mondo per volume di emissioni coperte, ma con prezzi molto inferiori a quelli europei, circa 8-10 euro contro gli 80-90 europei. Per Pechino, non si tratta quindi di  “imparare” dall’Europa come gestire l’ambiente; si tratta di pura competitività industriale. E non permetteranno che questa venga compromessa da dazi mascherati da ecologia.

Laminati d’acciao – Uno dei principali prodotti coliti dal CBAM

Il paradosso burocratico: favorire la Cina per errore?

Come spesso accade con le normative europee ipertrofiche, il diavolo si nasconde nei dettagli tecnici. Il meccanismo stabilisce un prezzo sulle emissioni di CO2 generate durante la produzione di beni importati, basandosi su calcoli complessi o su “valori di default”. E qui casca l’asino. Secondo quanto riportato da Politico, dirigenti industriali europei hanno sollevato il timore che i valori di default per le emissioni di alcuni paesi siano stati fissati a livelli irrealisticamente bassi.

Paradossalmente, alcune produzioni di acciaio cinese potrebbero risultare, secondo queste stime burocratiche, a emissioni inferiori rispetto a quelle europee. Un rappresentante dell’industria ha confessato: “Le incongruenze nelle cifre dei valori di default e dei benchmark diluirebbero l’incentivo per processi di produzione più puliti e consentirebbero alle importazioni ad alta emissione di entrare nel mercato UE con costi di carbonio insufficienti”.

Risultato? Potremmo trovarci con un meccanismo che non protegge l’industria europea, non riduce le emissioni globali, ma aumenta solo la burocrazia e i costi di transazione. Un capolavoro al contrario.

L’India e lo shock dell’offerta: preparatevi a pagare di più

Se la Cina minaccia guerra commerciale, l’India si prepara a chiudere i rubinetti. Nuova Delhi è il secondo produttore mondiale di acciaio dopo la Cina ed esporta ben il 66% della sua produzione nell’Unione Europea. O meglio, esportava. La produzione siderurgica indiana si basa su altiforni alimentati a carbone, totalmente incompatibili con i sogni verdi di Bruxelles. Convertire tutto in forni ad arco elettrico richiede tempo e capitali immensi.

Ravi Sodah, analista di Elara Capital, ha dichiarato a Reuters: “Nel breve termine, ci si aspetta un rallentamento delle esportazioni indiane verso l’UE”. Tradotto dal linguaggio degli analisti: ci sarà meno acciaio disponibile sul mercato europeo. E cosa succede quando l’offerta di una materia prima fondamentale crolla mentre la domanda rimane stabile (o dovrebbe esserlo, se vogliamo costruire le famose pale eoliche e infrastrutture)? I prezzi esplodono.

È la classica inflazione da costi, o cost-push inflation, che ridurrà ulteriormente i margini delle imprese di costruzione e manifatturiere europee. E indovinate chi pagherà il conto finale? Esatto: il consumatore europeo, che vedrà aumentare il costo delle case, delle auto e delle infrastrutture pubbliche.

Due pesi e due misure: l’esenzione americana

Ma in questo quadro desolante di autolesionismo e tensioni geopolitiche, c’è qualcuno che ride. O meglio, che viene trattato con i guanti di velluto. Mentre l’UE mostra i muscoli (di cartapesta) contro il Sud Globale, si inchina davanti a Washington.

Le aziende statunitensi, pur non essendo formalmente esentate al 100%, hanno ottenuto, grazie a un intenso lobbying, un trattamento di favore che sa di beffa. Molte piccole e medie imprese USA godranno di un’esenzione funzionale grazie a una nuova soglia di importazione di 50 tonnellate annue per i beni coperti (cemento, acciaio, alluminio, fertilizzanti) a partire dal 2026. Questo “dettaglio” esenta di fatto una vasta fetta di esportatori americani, semplificando le regole per i pesci piccoli ma numerosi. Inoltre, le grandi aziende USA, pur dovendo affrontare obblighi di rendicontazione, hanno ottenuto flessibilità che né cinesi né indiani si sognano. Washington non è felice del CBAM, ma ha il peso politico per farsi “aggiustare” le regole.

Conclusione: un suicidio economico assistito

Siamo di fronte all’ennesimo cortocircuito delle politiche comunitarie.

  1. L’UE impone l’austerity energetica interna, alzando i costi.
  2. Per compensare, impone dazi “climatici” (CBAM) ai partner commerciali.
  3. I partner (Cina, India) reagiscono con ritorsioni o tagliando l’export.
  4. L’offerta di materie prime in Europa cala, i prezzi salgono.
  5. L’inflazione rialza la testa, erodendo i salari reali.

Il tutto mentre gli USA continuano a perseguire i propri interessi nazionali con pragmatismo e ottengono esenzioni. Il CBAM rischia di essere ricordato non come lo strumento che ha salvato il clima, ma come il meccanismo che ha definitivamente deindustrializzato l’Europa, consegnandoci a un futuro di stagflazione e irrilevanza geopolitica. Ma almeno, saremo i più “verdi” del cimitero economico.


DOMANDE E RISPOSTE

Quali saranno gli effetti concreti del CBAM per i cittadini italiani?

L’effetto più immediato sarà un aumento dei costi per le materie prime fondamentali come acciaio, cemento e alluminio. Questo si tradurrà inevitabilmente in un rincaro dei costi di costruzione (nuove case, ristrutturazioni, opere pubbliche) e dei beni durevoli (automobili, elettrodomestici). È un classico esempio di inflazione importata tramite normative: riducendo l’offerta estera a basso costo, si alzano i prezzi interni, colpendo il potere d’acquisto delle famiglie già provate.

La Cina può davvero danneggiare l’economia europea con le sue ritorsioni?

Assolutamente sì. Pechino controlla quasi totalmente la filiera delle terre rare e dei componenti essenziali per la transizione “green” (batterie, pannelli solari, magneti per eolico) che l’UE vuole disperatamente realizzare. Se la Cina decidesse di applicare restrizioni all’export di questi materiali strategici o di imporre contro-dazi sui prodotti di lusso e agroalimentari europei (vino, auto), il danno per il nostro export e per la nostra industria sarebbe devastante e immediato.

Perché gli USA ricevono un trattamento di favore rispetto ad altri paesi?

È una questione di Realpolitik. Gli Stati Uniti sono il principale alleato militare e politico dell’UE, oltre che un mercato di sbocco vitale. Washington ha esercitato una fortissima pressione diplomatica e di lobbying per proteggere le proprie imprese, specialmente le PMI. Bruxelles, che tende a essere “forte con i deboli e debole con i forti”, ha concesso flessibilità (come la soglia delle 50 tonnellate) per evitare di aprire un fronte di scontro commerciale anche sull’Atlantico, concentrando il “fuoco” su Asia e paesi emergenti.

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