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Dazi Usa, la retromarcia di Trump a un passo dal voto: perché la Casa Bianca cede sul Canada (ma la stangata resta)

A pochi giorni dal voto di metà mandato, la Casa Bianca cancella i dazi del 50% su 5,1 miliardi di forniture agricole e forestali canadesi per salvare i candidati repubblicani in bilico. Ma tra nuove tariffe e vecchi blocchi, lo scontro commerciale in Nord America resta apertissimo.

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Quando l’ideologia dei dazi si scontra con il carrello della spesa e con le urne, anche la linea più intransigente finisce per piegarsi alla realtà dei bilanci aziendali. A meno di due settimane dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre, Donald Trump ha deciso di cancellare le tariffe del 50 per cento su una serie di beni agricoli e forestali importati dal Canada.

Non si tratta di un improvviso slancio verso il libero scambio. È una mossa d’emergenza dettata dal rischio concreto che i repubblicani perdano il controllo del Senato proprio negli Stati di confine, dove l’aumento dei costi di produzione sta soffocando agricoltori e piccole imprese.

Dal 30 ottobre, a quattro giorni dall’apertura dei seggi, ventidue categorie di prodotti canadesi torneranno a varcare la frontiera senza il sovrapprezzo del 50 per cento. Il provvedimento libera scambi per un valore stimato in circa 5,1 miliardi di dollari, offrendo una boccata d’ossigeno alle filiere agroalimentari statunitensi messe in ginocchio dai rincari.

Perché Trump ammorbidisce i dazi proprio adesso?

La risposta è molto semplice ed ha un valore economico e politico: quando due economie sono profondamente integrate nelle catene di fornitura, colpire i beni intermedi dell’alleato equivale a tassare i propri produttori.

Negli Stati americani settentrionali, i dazi si sono trasformati in un boomerang elettorale. I sondaggi mostrano elettori esasperati dall’inflazione e dal costo della vita, e i candidati repubblicani in bilico hanno iniziato a prendere apertamente le distanze dalle guerre commerciali della Casa Bianca per evitare la disfatta.

Tre casi spiegano bene la pressione politica esercitata sul presidente:

  • Maine: La senatrice repubblicana Susan Collins, in lotta per il suo quinto mandato, ha ottenuto l’esenzione dopo aver denunciato che i produttori locali — a partire dai coltivatori di mirtilli — dipendono da macchinari specializzati e imballaggi canadesi semplicemente inesistenti sul mercato interno statunitense, o sostituibili solo a costi proibitivi.
  • Michigan: Il candidato al Senato Mike Rogers ha dovuto finanziare spot elettorali contro i dazi del suo stesso presidente per non alienarsi un tessuto industriale e agricolo che vive di scambi quotidiani con l’Ontario.
  • New Hampshire: John Sununu, in corsa per un seggio senatorio, ha attaccato frontalmente la politica tariffaria presidenziale, arrivando a chiedere che il Congresso riprenda in mano le competenze sul commercio estero.

Chi produce sul campo sa bene che una fabbrica di macchinari agricoli o di imballaggi specifici non si costruisce in poche settimane per decreto presidenziale. Nel breve periodo l’offerta interna è rigida: il dazio non sposta la produzione negli Stati Uniti, ma si scarica interamente sui margini delle aziende agricole americane e, infine, sui prezzi alimentari pagati dai consumatori.

Quanto è colpito oggi il Canada: il vero bilancio della guerra commerciale

Sarebbe però un errore pensare che Ottawa sia uscita dal mirino di Washington. Se da un lato la Casa Bianca toglie dazi su 5,1 miliardi di dollari di forniture essenziali agli agricoltori americani, dall’altro inserisce nella lista nera cento nuovi prodotti canadesi per un valore di circa 2,6 miliardi di dollari.

Per capire la portata reale dello scontro e quanto l’economia canadese resti sotto pressione, basta osservare il quadro complessivo delle misure in vigore dal 30 ottobre:

Misura o SettoreAliquota / RestrizioneStato attuale e impatto economico
Macchinari agricoli, imballaggi, compensato0% (Esentati dal 30/10)Sgravio su 22 categorie (5,1 miliardi di dollari) indispensabili alle aziende Usa.
Valvole, tappeti, vernici, cacao, rifiuti50% (Nuovi dal 30/10)Nuove penalizzazioni su 100 prodotti (2,6 miliardi di dollari) per compensare i tagli.
Auto, ricambi, latticini e alcolici (Sez. 338)50% o Divieto d’importDazi pesanti da agosto e blocchi doganali da settembre dopo le ritorsioni di Ottawa.
Acciaio e alluminio (Sez. 232)50%Tariffe per la “sicurezza nazionale” pienamente attive sull’industria pesante.
Legname da costruzione, mobili e cucineDazi multipli cumulativiFiliera boschiva e dell’arredo tuttora soffocata da tariffe incrociate.

Il colpo più duro per il Canada deriva dall’utilizzo della Sezione 338 del Tariff Act del 1930. Si tratta di uno strumento normativo risalente all’epoca della Grande Depressione, mai applicato prima contro un partner commerciale, che Trump ha riesumato a luglio per imporre sovrattasse del 50 per cento scavalcando persino le tutele dell’accordo nordamericano USMCA.

Dopo la rottura dei negoziati estivi e la risposta del governo canadese — che a settembre ha varato contro-dazi per 20 miliardi di dollari su esportazioni americane — lo scontro è degenerato fino al blocco doganale diretto per specifici veicoli, formaggi e alcolici canadesi.

Come hanno sottolineato la Forest Products Association of Canada e la federazione degli agricoltori canadesi, esentare le cassette di plastica, i macchinari per il confezionamento o i fogli di compensato allevia un’emergenza immediata, ma lascia intatto il problema di fondo. Il legname strutturale, l’arredamento, l’acciaio e il comparto automobilistico restano intrappolati in una ragnatela di dazi che paralizza gli investimenti su entrambi i lati del confine.

La mossa di Trump appare dunque come un intervento chirurgico di pura tattica elettorale. Si toglie la tassa sugli attrezzi che servono agli elettori degli Stati in bilico per raccogliere e impacchettare i prodotti prima del voto, sostituendola con dazi su tappeti, vernici e valvole industriali meno visibili nell’immediato e, soprattutto, non legate alle comunità locali dove avvengono elezioni. Quindi non è cambiata la strategia generale di Trump nei confronti del Canada, ma è cambiata solo la tattica locale.

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