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Dazi Trump al 15%: il paradosso che punisce gli alleati e azzera le concessioni europee
Dopo lo stop della Corte Suprema, Trump alza i dazi globali al 15%. Una mossa che punisce severamente alleati come Regno Unito e Australia, e azzera le concessioni europee negoziate da Ursula von der Leyen.

Donald Trump rimescola improvvisamente le carte del commercio globale. Dopo lo stop imposto dalla Corte Suprema statunitense all’applicazione di dazi mirati e differenziati, la reazione della Casa Bianca non si è fatta attendere. Con una mossa che sfrutta i poteri di emergenza presidenziali, i dazi globali verso i partner commerciali salgono dal 10% al 15%. Una misura orizzontale e cieca che, ironia della sorte, finisce per penalizzare pesantemente proprio chi pensava di essersi messo al riparo.
L’impatto di lungo periodo di questa escalation tariffaria promette di essere severo sulle dinamiche della domanda aggregata globale. L’innalzamento delle barriere commerciali non solo frena la crescita dei Paesi esportatori, ma rischia di generare pressioni inflazionistiche interne negli Stati Uniti, riducendo il potere d’acquisto dei consumatori americani, in un classico scenario di contrazione keynesiana.
Di seguito, l’impatto stimato sulla crescita del PIL in uno scenario di escalation rispetto alle previsioni di base:
| Area Geografica | 2026 (Base) | 2026 (Escalation) | 2027 (Base) | 2027 (Escalation) |
| Mondo | 2.8% | 2.6% | 2.9% | 2.6% |
| Stati Uniti | 2.8% | 2.3% | 2.3% | 2.1% |
| Eurozona | 1.0% | 0.6% | 1.6% | 0.9% |
| Regno Unito | 0.9% | 0.5% | 1.4% | 0.9% |
| Fonte: Oxford Economics, Haver Analytics |
Bisogna dire che, però, sino ad ora, queste previsioni sono state fallimentari per gli USA, che hanno visto una crescita economica inaspettata al 2,2%, contro tutte le previsioni che indicavano una recessione o una stagnazione.
L’ironia della tariffa fissa: puniti gli “amici”
Curiosamente, l’applicazione di un’aliquota fissa e indifferenziata al 15% finisce per colpire in modo sproporzionato nazioni come il Regno Unito, l’Australia e i pochi Paesi favoriti che, fino a ieri, gravitavano nell’orbita protetta di Washington. Questi governi avevano investito notevole capitale diplomatico per negoziare eccezioni o aliquote agevolate.
Ora Londra si trova a fronteggiare una barriera tariffaria improvvisamente superiore a quella iniziale. Questo rende le proprie esportazioni (circa 62 miliardi di sterline annui tra auto, acciaio, macchinari e whisky) notevolmente più costose per il consumatore americano. Come ha sottolineato causticamente Paul Ashworth di Oxford Economics, per il Regno Unito che pensava di essersi garantito un tasso vantaggioso, questa mossa rappresenta “una sorta di vaffanculo”. E il premier britannico Keir Starmer, considerata la natura globale della misura in vigore, non avrà alcuno spazio per negoziare riduzioni bilaterali nel breve termine.
Il fallimento dell’appeasement europeo
Anche a Bruxelles il clima è gelido. Tutte le concessioni preventive, politiche e commerciali, messe sul piatto dalla Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen per placare Trump, ora non servono a nulla. La ghigliottina del 15% cala indistintamente su tutti. La strategia dell’Unione Europea, basata sull’illusione di poter “comprare” un’esenzione attraverso accordi amichevoli, si è scontrata con la dura realtà del nuovo protezionismo americano.
L’arsenale legale: dalla Sezione 122 alle indagini mirate
L’attuale mossa di Trump, basata sulla Sezione 122 del Trade Act del 1974, presenta un limite strutturale: dura solo 150 giorni, al termine dei quali è necessaria l’approvazione del Congresso. È un cerotto giuridico applicato dopo la bocciatura della Corte Suprema, ma la partita vera inizierà a breve.
Quando Trump e la sua amministrazione avranno analizzato i vari squilibri macroeconomici utilizzando le legislazioni ancora a disposizione, le cose potrebbero cambiare radicalmente, passando da una tariffa orizzontale a un attacco chirurgico. Il Presidente possiede ancora armi temibili:
- Sezione 301 (Trade Act 1974): Consente dazi specifici per Paese come ritorsione contro pratiche commerciali giudicate irragionevoli (già ampiamente usata contro la Cina).
- Tariff Act (1930): Permette prelievi punitivi contro le nazioni che discriminano l’export statunitense.
- Sezione 232 (Trade Expansion Act 1962): Autorizza dazi qualora si determini che certe importazioni minaccino la sicurezza nazionale.
Il futuro: nel mirino tech, agricoltura e farmaceutica
Jamieson Greer, Rappresentante per il Commercio USA e falco dell’amministrazione, ha già annunciato indagini “accelerate” sui principali partner commerciali. Nel mirino finiranno settori chiave finora esentati.
L’Europa e il Regno Unito dovranno rispondere ad accuse pesanti. Le frizioni si concentreranno su:
- Pratiche di prezzo nel settore farmaceutico.
- Tassazione dei servizi digitali (Digital Services Tax), che Washington vede come una discriminazione verso i propri giganti tech. Il DSA e il suo gemello DMA, sulle piattaforme saranno l’elemento che permetterà a Washinton di giustificare i rialzi settoriali dei dazi, quando ne sentirà le necessità.
- Barriere normative agricole, come il celebre scontro sugli standard sanitari che bloccano l’importazione in Europa dei polli ai cloruri statunitensi.
In conclusione, la tariffa al 15% è solo un assaggio, un dazio di transizione. Quando i falchi del commercio americano avranno terminato le loro indagini ai sensi della Sezione 301, la geopolitica economica subirà una nuova, e forse più mirata, scossa tellurica.







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