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Dazi cattivi e dazi buoni

L’analisi di Antonio Maria Rinaldi smaschera il doppio standard di Bruxelles: mentre l’UE condanna i dazi di Trump, introduce il CBAM. Un protezionismo “verde” che rischia di affossare l’industria europea e colpire i consumatori, imponendo regole al mondo senza mandato.

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Nel lessico dell’Unione Europea esiste una distinzione che non ha nulla di economico e tutto di ideologico: quella tra dazi cattivi e dazi buoni. I primi sono quelli annunciati o applicati da Donald Trump, simbolo perfetto, per Bruxelles, di tutto ciò che non va nella globalizzazione: sovranismo, protezionismo, egoismo nazionale. I secondi, invece, sono quelli europei, come il CBAM, il Carbon Border Adjustment Mechanism, presentato come una raffinata invenzione tecnica per “salvare il pianeta”. Peccato che, tolta la vernice green, la sostanza non cambi di una virgola.

Un dazio resta un dazio. È una tassa sulle importazioni che altera i prezzi, distorce la concorrenza e riduce il benessere complessivo. Trump lo diceva apertamente: proteggo l’industria americana. L’Unione Europea fa la stessa cosa, ma senza il coraggio di ammetterlo. Preferisce rifugiarsi dietro una narrazione morale, trasformando il protezionismo in una crociata etica. Se lo fai per difendere l’acciaio americano sei un barbaro; se lo fai per imporre standard ambientali decisi a Bruxelles diventi un illuminato.

Il CBAM non è uno strumento neutrale, né puramente ambientale. È un atto politico di portata storica con cui l’Unione Europea pretende di esportare la propria ideologia green al resto del mondo. Non solo regola il proprio mercato interno, ma stabilisce come devono produrre acciaio, cemento o fertilizzanti Paesi che hanno livelli di sviluppo, costi energetici e priorità sociali completamente diversi. Questa non è cooperazione internazionale, è imperialismo normativo. Ed è tanto più grave perché viene esercitato senza alcun mandato democratico globale.

Per anni Bruxelles ha impartito lezioni al mondo sul libero scambio, sul multilateralismo e sul rispetto delle regole WTO. Ha demonizzato Trump accusandolo di minare l’ordine economico internazionale. Oggi fa esattamente ciò che condannava, ma con una differenza: lo giustifica in nome di una presunta superiorità morale. È il paradosso europeo: la globalizzazione va benissimo quando conviene a noi, diventa improvvisamente un problema quando qualcun altro compete meglio.

C’è poi il solito dettaglio che i tecnocrati europei fingono di non vedere: chi pagherà davvero il CBAM. Non i governi stranieri, non le grandi multinazionali globali, ma le imprese europee e i consumatori finali. Molte filiere produttive dipendono da input importati che diventeranno più costosi. In un’Europa già strangolata da energia cara, regolazione ossessiva e crescita anemica, aggiungere nuovi oneri significa accelerare la perdita di competitività industriale. Altro che transizione ecologica: questa è auto-sanzione.

E poi c’è l’ipocrisia finale, quella più difficile da giustificare. L’Unione Europea è responsabile di meno del 10% delle emissioni globali di CO₂. Davvero si pensa che il clima si salvi imponendo dazi verdi al resto del mondo, mentre Cina, India e Stati Uniti seguono logiche completamente diverse? O non è più onesto ammettere che il CBAM è semplicemente protezionismo travestito da virtù?

Alla fine, la distinzione tra dazi cattivi e dazi buoni è solo propaganda. Esistono solo dazi che qualcuno paga. E, come sempre, a pagare saranno cittadini e imprese europee, mentre Bruxelles continuerà a raccontarsi di essere l’avanguardia morale del mondo, anche a costo di distruggere la propria base industriale.

Trump, almeno, non ha mai mentito sulla natura delle sue scelte. L’Unione Europea sì. Ed è questa la differenza più grave.

Antonio Maria Rinaldi ex Europarlamentare membro commissione ECON

Antonio Maria Rinaldi, ex membro della commissione del Parlamento Europeo ECON

Domande e risposte

Che cos’è esattamente il CBAM e come funziona?

Il CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism) è un meccanismo introdotto dall’Unione Europea che impone un prezzo sulle emissioni di carbonio incorporate nei prodotti importati. In pratica, è una tassa alla frontiera applicata a merci come acciaio, cemento e fertilizzanti provenienti da Paesi con standard ambientali meno severi di quelli europei. L’obiettivo dichiarato è prevenire la “fuga di carbonio”, ovvero lo spostamento della produzione in Paesi con regole più blande, ma nei fatti agisce come un dazio che rincara i costi per gli importatori europei.

Perché si parla di “imperialismo normativo” da parte dell’UE?

Si utilizza questa espressione perché, attraverso strumenti come il CBAM, Bruxelles cerca di imporre le proprie regole interne e i propri standard ambientali a nazioni terze, senza alcun mandato democratico globale. Invece di limitarsi a legiferare per i propri cittadini, l’UE utilizza il proprio peso commerciale per costringere altri Paesi — spesso in via di sviluppo e con priorità diverse — ad adottare le metodologie di produzione europee. È un tentativo di esportare un’ideologia politica attraverso leve economiche coercitive.

Quali sono le conseguenze economiche del CBAM per le imprese europee?

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il costo del CBAM ricade principalmente sulle imprese europee che necessitano di materie prime o semilavorati extra-UE per le loro filiere produttive. Questo comporta un aumento dei costi di produzione che riduce la competitività dell’industria europea sui mercati globali, già provata da alti costi energetici. Alla fine, questi rincari si traducono in prezzi più alti per i consumatori finali, configurandosi come una tassa interna mascherata piuttosto che una penalizzazione per i produttori esteri.

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