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Davos 2026: Lutnick suona il “De Profundis” per la Globalizzazione (e spiega perché la Groenlandia non è uno scherzo)

A Davos 2026, Howard Lutnick (Segretario al Commercio USA) smonta il modello europeo: “Avete sbagliato tutto sull’energia e sulla sicurezza”. La richiesta della Groenlandia non è una provocazione, ma la risposta americana alla debolezza strategica dell’UE causata dalle politiche Green. Prevista crescita USA record (+6%).

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C’è un’aria strana a Davos quest’anno. Meno tartine al salmone e più sudori freddi. Se fino a ieri il World Economic Forum era la cattedrale del “mondo senza confini”, l’intervento di Howard Lutnick, Segretario al Commercio dell’amministrazione Trump, ha avuto l’effetto di un martello pneumatico in una cristalleria.

Non si è trattato solo della solita retorica “MAGA”. Lutnick ha offerto una lezione di realismo economico che, piaccia o no, ha messo a nudo le fragilità strutturali di un’Europa che si è persa tra regolamenti green e dipendenze strategiche. E ha spiegato, con una logica disarmante, perché la questione Groenlandia non è un capriccio immobiliare, ma una necessità di sicurezza nazionale derivante proprio dagli errori europei.

Per chi volesse seguire l’intera intervista la alleghiamo qui sotto:

Il Fallimento del “Modello Davos”

Lutnick non ha usato giri di parole: la globalizzazione, intesa come delocalizzazione selvaggia alla ricerca del costo del lavoro più basso, ha fallito. Per decenni, il mantra è stato offshore e farshore. Risultato? L’Occidente si è svuotato della sua base industriale, lasciando lavoratori e classe media sul lastrico. Quindi bisogna cambiare radicalmente:

  • Il nuovo paradigma: La sovranità non è un concetto astratto. Significa produrre in casa ciò che serve per sopravvivere: medicine, semiconduttori, acciaio.

  • La critica al WTO: L’Organizzazione Mondiale del Commercio è stata descritta non come un arbitro, ma come una banderuola. Se il vento soffiava verso la Cina, il WTO applaudiva la dipendenza.

Per l’amministrazione USA, “America First” non significa autarchia, ma resilienza, possibilità comunque di mantenere capacità produttiva sul suolo nazionale. E qui arriva la stoccata all’Europa.

L’Europa, l’Energia e il “Suicidio Verde”

Mentre Bruxelles si auto-flagellava con obiettivi Net Zero irraggiungibili senza la tecnologia asiatica, gli Stati Uniti hanno fatto l’unica cosa sensata: sfruttare le proprie risorse. Lutnick ha evidenziato il paradosso europeo:

  1. L’UE punta tutto su eolico e solare.

  2. L’UE non produce batterie né pannelli (li fa la Cina).

  3. Ergo, l’UE ha scambiato la dipendenza dal gas russo con quella dalla tecnologia cinese.

Gli USA, al contrario, hanno abbracciato petrolio e gas naturale, garantendosi un vantaggio competitivo mostruoso sui costi energetici. Invece di farsi cullare da sogni che portano alla sottomissione alle tecnologie altrui, ha sfruttato al meglio quello che ha e che c’è. È la rivincita dell’economia reale sulle fantasie della transizione forzata.

Howard Lutnick – fonte Wikipedia

Il “Problema Groenlandia”: Una questione di sicurezza (nostra e loro)

Ed è qui che il discorso si fa interessante e tocca il nervo scoperto della diplomazia internazionale. Perché Trump vuole la Groenlandia? I media mainstream gridano allo scandalo, ma Lutnick ha fornito la chiave di lettura geopolitica e industriale.

L’Europa, indebolita da decenni di politiche energetiche suicide e priva di una vera base industriale difensiva, non è più in grado di garantire la sicurezza dell’Emisfero Occidentale. La Groenlandia non è solo ghiaccio: è una portaerei naturale nell’Artico e un forziere di terre rare (quelle che ci servono per non dipendere da Pechino).

Il ragionamento di Lutnick è brutale ma coerente:

  • Se l’Europa è debole (“non producete nemmeno le vostre batterie”), non può proteggere il fianco Nord.

  • Gli USA non possono permettere vuoti di potere nel loro “cortile di casa”.

  • Quindi, l’acquisizione o il controllo della Groenlandia diventa un imperativo di sicurezza nazionale per Washington. Non è colonialismo, è la presa d’atto che gli alleati europei si sono disarmati economicamente e strategicamente.

Effettivamente, visto l’andamento della produzione industriale europea degli ultimi cinque anni e la progressiva distruzione dell’apparato industriale europeo, con la cessione o la chiusura di industrie importanti, risulta difficile contestare questo punto di vista.

Tassi, Crescita e Burocrazia

Sul fronte macroeconomico, la visione è classicamente pro-crescita. Lutnick ha attaccato i tassi di interesse attuali, definiti troppo alti per il miglior debitore del mondo (gli USA). L’obiettivo è chiaro: PIL al +5% o addirittura +6% nel primo trimestre 2026. Come? Deregolamentando.

Mentre l’Europa si inventa il Digital Services Act per multare le aziende tecnologiche americane, visto che non riesce a crearne di proprie, gli USA stendono tappeti rossi agli investimenti. “L’Europa tassa il successo, noi lo creiamo”, ha sintetizzato Lutnick. Un monito che dovrebbe risuonare forte anche a Bruxelles e Berlino, che vorrebbero incentivare, ma riscono solo ad ostacolare e tassare con DSA, DMA, AI Act e MICAS.

Conclusioni: Vincere o Soccombere

L’amministrazione USA sta usando i dazi non come fine, ma come mezzo negoziale (“The Hammer”) per costringere gli alleati a sedersi al tavolo e ripensare le proprie politiche. Il messaggio finale da Davos è un ultimatum all’Europa: continuate pure con la vostra burocrazia e le vostre utopie energetiche, ma non aspettatevi che l’America paghi il conto della vostra insicurezza. Gli Stati Uniti correranno, con o senza di voi.


Domande e Risposte

1. Perché gli USA collegano la Groenlandia alla debolezza europea? Lutnick sostiene che la politica energetica “green” dell’UE, basata su tecnologie cinesi (batterie, solare) e priva di autonomia (niente oil/gas propri), ha reso l’Europa strategicamente vulnerabile. Un alleato debole non può garantire la sicurezza del Nord Atlantico e dell’Artico. Gli USA vedono la Groenlandia come un asset vitale per la propria sicurezza nazionale (terre rare e posizione strategica) che non può essere lasciato “indifeso” o sotto la gestione di nazioni che Washington considera economicamente fragili e dipendenti dall’esterno.

2. I dazi minacciati da Trump sono definitivi? Non necessariamente. Secondo Lutnick, i dazi sono uno strumento di negoziazione (“costringere la controparte al tavolo”). L’obiettivo non è una guerra commerciale fine a se stessa, ma correggere squilibri storici e forzare gli alleati (UE, UK) a rivedere le proprie politiche industriali e di difesa. Se l’Europa risponde con ritorsioni, Lutnick prevede comunque una risoluzione diplomatica finale tra i leader, ma partendo da una posizione di forza americana ristabilita.

3. Qual è la critica principale alla politica economica europea? L’eccesso di regolamentazione e la mancanza di realismo. Lutnick accusa l’Europa di soffocare l’innovazione con normative come il Digital Services Act e multe alle Big Tech, invece di creare un ambiente favorevole agli investimenti. Inoltre, critica la Banca Centrale e i tassi alti: mentre gli USA puntano a una crescita del 5-6% tramite deregolamentazione ed energia a basso costo, l’Europa ristagna a causa di costi energetici auto-inflitti e burocrazia asfissiante.

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