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DALLO ZERO VIRGOLA ALLO ZERO VIRGOLA ZERO Di Nino Galloni.

 

Grandi progressi nella comunicazione e nell’analisi economica contraddistinguono il recente evolversi delle relazioni tra l’Italia e l’Unione Europea.

Ricapitolando le precedenti puntate (prima degli aggiornamenti): il governo italiano esordisce proponendo il pil come obiettivo (da raggiungere anche grazie ad un determinato livello di deficit) e, certamente, i conti pubblici come vincolo; l’Unione Europea reagisce malissimo.

I vicepresidenti tengono duro e, da una parte, l’Italia viene minacciata di sanzioni (procedura di infrazione) mentre le opposizioni irridono alla manovra: come potrà il governo in carica finanziare quota 100 – in pensione a soli 62 anni con 38 anni di contribuzione – ed il reddito di cittadinanza, come si farà crescere il pil se la manovra stessa non apporta abbastanza investimenti reali ed è, invece, caratterizzata da misure assistenziali o paraassistenziali?

Ma la procedura va avanti – tra lettere e letterine, scandalizzate perché gli Italiani osano rompere gli accordi di sottomissione mandando i Nordeuropei su tutte le furie – e nasce il “Partito del pil” ovverossia il mondo industriale che teme un disimpegno dell’esecutivo su grandi opere e dintorni.

Quest’ultima sarebbe una buona notizia se il mondo delle Associazioni imprenditive abbandonasse la vecchia politica di riduzioni salariali e di lamenti tassazionali per imboccare una via di capitalismo espansivo. Improvvisamente, però, irrompe sulla scena l’imprevisto: le previsioni per l’Europa e per l’Italia si fanno fosche perché appare l’ospite indesiderato, la recessione (piccola, per carità, ma sufficiente a mandare in subbuglio dati e prospettive); a questo punto, l’UE critica la manovra non per le proposte di disavanzo, ma perché mancano misure in grado di far crescere il pil. Le opposizioni prevedono aumenti di spread, difficoltà nella vendita dei nuovi titoli pubblici, rischi di rating, eccetera.

Aggiornamenti: il governo riduce il deficit programmato dal 2,4% del pil (fino a quel momento la linea del Piave) al 2,04. Discussioni giornalistiche e televisive tremende; tutti passano dal culto dello zero virgola a quello dello zero virgola zero.

Due, invece, sono i problemi seri sul tappeto e che possono influire sulla crescita del pil.

Il primo: nei comparti ad alta redditività (esclusa la finanza) cala la domanda di lavoro; la crescita dei profitti (che sono una componente del pil) è evidente, ma il calo della componente redditi da lavoro dipendente è maggiore. Per evitare la decrescita del pil dovuta al fatto che sempre meno addetti garantiranno tutta la produzione necessaria, occorrerebbe ridurre l’orario di lavoro a parità di salario: ma i percettori di profitti non sono d’accordo sebbene si tratti di una misura che conterrebbe la decrescita del pil.

Il secondo è ancora più grave: nei comparti, invece, dove l’occupazione ed il pil potrebbero crescere enormemente – vale a dire i servizi di cura delle persone, dell’ambiente e del patrimonio esistente – i costi superano il fatturato: quindi, il fondamentale paradigma capitalistico viene violato ed il rimedio principale è quello di un ripristino dell’intervento – diretto o indiretto – dello Stato tramite proprio indebitamento oppure emissione di moneta sovrana.

L’aumento dei deficit (e, quindi, del debito, esclusa l’ipotesi dei tassi nominali negativi) è la classica ricetta keynesiana; ma essa, per avere un senso richiede di abbandonare – anche come vincolo – il buon andamento dei conti pubblici che è stato il principale riferimento di tutti i governi dopo il 1981. Per i Keynesiani, invece, la spesa a deficit si giustifica se c’è crisi e risorse disoccupate da impegnare e fino a che queste ultime non siano state tutte valorizzate: dopodiche bisogna tornare verso gli equilibri di bilancio.

Perché, allora, la Francia si appresta a fare il 3,4% di deficit e nessuno dice niente? E la Spagna che, nei momenti peggiori della sua crisi viaggiava attorno al 7-8%? E la Gran Bretagna allora ancora nell’Unione sfiorò il 10%. Risposta: questi Paesi, pur vivendo ed avendo vissuto una stagione di aumento dei loro debiti pubblici, si trovavano in una situazione migliore dell’Italia. Già, bello: ma perché a Maastricht si negoziò un limite del rapporto debito pil che doveva tendere al 60% quando già allora – nel ’92 – esso era superiore al 120%? Anche allora qualcuno di noi (economisti non liberisti) negò la significatività di quel parametro anche volendosi apprezzare il tema della sostenibilità: semmai si sarebbe dovuto guardare a tutto il debito di un Paese (pubblico, imprese non finanziarie, famiglie) in rapporto al risparmio complessivo o, al limite, al pil. In tali casi, la situazione dell’Italia, come è noto, risulta migliore di quella di tutti gli altri Paesi europei, a parte, forse la Germania (che ha una contabilità del debito e delle pensioni tutta sua).

Quindi, se si vuole finanziare – come è giusto – lo sviluppo con il deficit dello Stato occorre discutere non dello zero virgola, ma di questo parametro nel senso prima indicato.

Alternativa: perseguire il pareggio di bilancio emettendo moneta non a debito che, quindi, ha lo stesso segno algebrico delle tasse. Sostenibile finchè ci sono capacità produttive da valorizzare; non incompatibile con l’euro e col Trattato di Lisbona, dove, all’articolo 128 si parla di tutt’altro, cioè di banconote a corso legale in tutta l’Unione; mentre, qui, stiamo parlando di statonote (o biglietti Stato) aventi corso legale solo nel territorio di un Paese.

La vera questione è: come rivedere i paradigmi che fino a qui ci hanno sostenuto ma che, ora – anzi da diversi anni – ci stanno portando verso il baratro: povertà, mancanza di investimenti adeguati e di servizi necessari, rischi gravissimi per ragioni ambientali e manutentive, disagio per i giovani e per gli anziani, crescenti tensioni sociali, calo delle nascite oltre i limiti di guardia.

Non si capisce, in queste condizioni, come faccia la Nomura a sostenere rosee previsioni: forse qualcuno ha sentito da Zingaretti che 60 miliardi di euro giacciono nella disponibilità delle Regioni per opere infrastrutturali tutte da cantierare? Bene, questo potrebbe essere un buon inizio ed una buona prospettiva anche per l’attuale governo italiano.

In ogni caso,vogliamo continuare a parlare degli zero virgola o passare a pensare quale società, quale economia, quale politica riusciranno a difendere e rilanciare i livelli minimi di civiltà e di convivenza?

Nino Galloni


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