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CrisiEuropa

Crisi energetica? Meno auto e più smart working: le nuove “brioche” della UE

Crisi energetica e caro bollette: la Commissione UE risponde con meno auto e più smart working. Quando la politica economica diventa paternalismo: l’analisi del paradosso europeo tra prezzi in rialzo e consigli di “buon comportamento”.

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C’è un passaggio della storia che torna inevitabilmente alla mente osservando le ultime uscite della Commissione europea sulla crisi energetica. Quando al popolo affamato veniva detto: “Non avete pane? Mangiate brioche”. La frase, attribuita a Maria Antonietta, è diventata il simbolo di una classe dirigente distante, incapace di comprendere la realtà. Ebbene, oggi Bruxelles sembra riproporre quella stessa distanza, con un’aggravante: qui non siamo davanti a una monarchia inconsapevole, ma a una burocrazia che dovrebbe governare.

Di fronte a una nuova impennata dei prezzi energetici – gas e petrolio in risalita, bollette che tornano a comprimere redditi e margini – ci si attenderebbe un intervento rapido, mirato, incisivo. Un piano europeo capace di calmierare i prezzi, di sostenere famiglie e imprese, di mettere in sicurezza il sistema produttivo. Invece, la risposta della Commissione è di tutt’altra natura. Sono consigli. Il commissario europeo all’Energia, Kadri Simson, ha invitato Stati membri e cittadini a ridurre i consumi attraverso comportamenti “virtuosi”: meno auto privata, più smart working, meno spostamenti, minori consumi domestici.

Non è il contenuto, in sé, a sorprendere. È il contesto. Perché nel pieno di una crisi energetica globale, con effetti immediati su inflazione, competitività industriale e potere d’acquisto, la risposta politica dell’Unione Europea si riduce a una pedagogia dei comportamenti individuali. Siamo, appunto, al livello delle “brioche”.

Il messaggio implicito è chiaro: il problema non è il sistema, siete voi. Consumate troppo, dovete adattarvi, dovete correggere le vostre abitudini. È un ribaltamento della responsabilità tanto elegante nella forma quanto discutibile nella sostanza.

Nel frattempo, però, i prezzi non aspettano le buone intenzioni. Continuano a salire, comprimendo consumi e investimenti. Le imprese energivore vedono erodersi la competitività, le famiglie riducono la spesa, l’economia rallenta. E Bruxelles, invece di agire sui meccanismi di formazione dei prezzi o di intervenire con strumenti comuni realmente efficaci, si limita a raccomandare comportamenti più sobri.

Non sorprende, allora, che anche il fronte sociale inizi a reagire. La Confederazione Europea dei Sindacati ha evidenziato i rischi legati a un uso improprio del telelavoro come strumento di gestione della crisi energetica, sottolineando la necessità di tutele e di un quadro regolatorio adeguato. Il punto, tuttavia, è più ampio: non si può affrontare una crisi sistemica trasferendone il costo sui comportamenti individuali.

Perché è esattamente questo che sta accadendo. Se la risposta istituzionale è “usate meno l’auto” o “lavorate da casa”, significa che si è rinunciato, almeno nel breve periodo, a incidere sulle cause profonde del problema. Nessun vero coordinamento fiscale europeo sull’energia, nessuna accelerazione credibile su infrastrutture e approvvigionamenti, nessuna misura immediata e condivisa di sostegno ai settori più esposti. Solo raccomandazioni, per di più non vincolanti.

È qui che emerge il nodo politico. L’Unione Europea continua a mostrare un limite strutturale nelle fasi di emergenza: fatica a decidere, preferisce suggerire; evita interventi diretti, privilegia linee guida; rinuncia a strumenti forti, opta per moral suasion. Ma la moral suasion, da sola, non abbassa le bollette.

Il risultato è una crescente dissonanza tra istituzioni e realtà economica. Chi fatica a pagare una bolletta non ha bisogno di sentirsi dire di abbassare il termostato. Chi deve garantire la continuità produttiva non può affidarsi allo smart working come soluzione energetica. Chi investe non chiede consigli, chiede certezze.

In questo scarto tra retorica e realtà si gioca anche la credibilità dell’intero progetto europeo. Perché quando le istituzioni smettono di risolvere i problemi e iniziano a spiegare ai cittadini come comportarsi, il rischio è quello di scivolare da governo a paternalismo. E il paternalismo, in economia, è spesso il preludio all’irrilevanza.

Forse è il momento di rovesciare l’impostazione. Meno raccomandazioni e più decisioni. Meno pedagogia e più politica economica. Meno “brioche” e più pane.

Perché una cosa è certa: i cittadini europei sanno benissimo come risparmiare energia. Quello che ancora non hanno capito è a cosa serva, oggi, un’Europa che si limita a ricordarglielo.

Antonio Maria Rinaldi

Antonio Maria Rinaldi è stato direttore generale di SOFID,  capogruppo finanziaria di ENI e presidente di Trevi Holding, oltre che Professore di Finanza aziendale presso l’Università di Pescara e di Politica Economica presso la Link University. Europarlamentare dal 2019 al 2024.

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