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Crisi del gas globale: la Cina approfitta della guerra e rivende carichi record di GNL
Le tensioni in Medio Oriente e il blocco di Hormuz fanno esplodere i prezzi del GNL. Pechino, forte delle sue scorte e delle forniture via gasdotto dalla Russia, evita il mercato spot e rivende a prezzi record ad altri Paesi asiatici.

Dallo scoppio del conflitto in Medio Oriente, la crisi energetica è tornata a mordere i mercati globali. Con lo Stretto di Hormuz di fatto bloccato e l’interruzione del complesso di liquefazione del Qatar (colpito da attacchi missilistici iraniani), i prezzi del Gas Naturale Liquefatto (GNL) hanno registrato un’impennata di oltre l’80%, toccando i massimi degli ultimi tre anni. In questo scenario di panico e carenza di offerta, c’è un attore che si muove con estrema lucidità, approfittando delle distorsioni del mercato: la Cina.
Pechino, forte di una domanda interna tiepida e di una programmazione energetica statale di stampo quasi keynesiano che ha privilegiato la sicurezza degli approvvigionamenti, sta rivendendo volumi record di GNL ad altri acquirenti asiatici.
I dati forniti dalle società di analisi energetica Vortexa, Kpler e ICIS, riportati originariamente da Reuters e Bloomberg, dipingono un quadro chiarissimo della strategia speculativa e protettiva del Dragone:
- Rivendite record: Solo nel mese di marzo, la Cina ha rivenduto fino a 10 carichi di GNL, segnando un massimo storico mensile.
- Volumi cumulati: Da inizio anno, le società cinesi hanno piazzato sul mercato circa 1,31 milioni di tonnellate di GNL, dirette verso Corea del Sud, Thailandia, Giappone, India e Filippine. Si tratta di un volume che supera l’intero ammontare rivenduto nel 2023 o nel 2025.
- Crollo delle importazioni: A marzo, la Cina viaggiava verso un’importazione di soli 3,7 milioni di tonnellate, un tonfo del 25% rispetto all’anno precedente e il livello mensile più basso dalla primavera del 2018.
Come fa Pechino a rinunciare al GNL qatariota ed emiratino, attualmente fuori mercato, senza far crollare la propria economia? La risposta risiede negli ampi margini di manovra (i famosi buffer) creati per tempo. Alla fine di marzo, gli stoccaggi cinesi erano stimati al 51%, una percentuale di assoluta sicurezza. Inoltre, la Cina ha strategicamente aumentato la produzione nazionale e pompato i volumi di gas in arrivo via gasdotto dalla Russia. Questo scudo infrastrutturale isola l’economia reale dalle turbolenze del mercato spot, , ma permette contemporaneamente di lucrare sulle carenze altrui.
Come ha confermato Wang Yuanda, analista di ICIS: “La Cina non entrerà affatto nel mercato per contendere i carichi ad altri Paesi”. Non ne ha bisogno. Lascia che siano gli altri a svenarsi per assicurarsi l’energia necessaria.
Quindi, anche in questa situazione drammatica, c’è chi se ne approfitta, dimostrando che l’intervento pubblico nella pianificazione energetica, se ben calibrato, non solo difende i consumatori interni, , ma genera profitti geopolitici ed economici. Ma, a questo punto della crisi, chi finirà veramente bene? Di certo chi produce, o chi ha saputo immagazzinare per tempo.







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